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La notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C. scoppiò il grande incendio di Roma: nel corso di circa una settimana bruciarono 10 dei 14 quartieri dell’Urbe. Divenuto uno degli incendi più celebri della storia, al pari di quello di Londra del 1666, è ritenuto da molti opera dell’imperatore Nerone.

« Iniziò in quella parte del circo che confina lungo il Palatino e il Celio, dove il fuoco, scoppiato nelle botteghe che contenevano prodotti altamente infiammabili, divampò subito violento, alimentato dal vento, e avvolse il circo in tutta la sua lunghezza, visto che non esistevano palazzi con recinti o templi cinti con mura o qualcosa che potesse fermare le fiamme. »

(Tacito, Annali, XV, 38.2)

Dei 14 quartieri in cui era divisa Roma si salvarono solo le zone periferiche a est e ovest: Capena (la valle tra Celio e Esquilino), Esquilino, Alta Semita (tra la Nomentana e la Salaria) e Trastevere.

L’incendio nacque probabilmente in modo spontaneo, nel Circo Massimo. Era estate e faceva molto caldo, Roma era costruita in larga parte in legno; il legno era ovunque. Le fiamme divamparono fin da subito in modo incontrollato nel cuore della città.

« Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso oppure al dolo del principe (poiché gli storici interpretarono la cosa nell’uno e nell’altro modo) »

(Tacito, Annali, XV, 38.1)

Infatti già si era sparsa la voce che Nerone avesse appiccato l’incendio. L’imperatore era rientrato precipitosamente da Anzio, dove risiedeva in quel momento, per prestare i primi soccorsi. Anche le 7 coorti di vigili entrarono subito in azione, ma i mezzi dell’epoca erano limitati; non potevano fare molto, a parte radere al suolo gli edifici attigui e cercare così di limitare le fiamme:

« Questi provvedimenti per quanto di carattere popolare cadevano nel vuoto, poiché si era diffusa la voce che proprio nel momento in cui Roma bruciava egli fosse salito sul palcoscenico del suo palazzo e avesse cantato la distruzione di Troia, paragonando il disastro presente alle antiche sventure. »

(Tacito, Annali, XV, 39.3)

Il secondo incendio

Fin da subito, quindi, era circolata la voce secondo cui Nerone aveva deliberatamente bruciato Roma e, non pago, avesse anche cantato l’incendio di Troia mentre le fiamme divampavano.

Quel che sappiamo tuttavia è che Nerone si prodigò nell’aiutare la gente di Roma, mettendo anche a rischio la propria sicurezza (fatto non trascurabile se fosse stato ritenuto dai più l’incendiario).  L’incendio di Roma del 18 luglio 64 d.C. raccontato da Andrea Giardina:

Inoltre prese fuoco anche la domus transitoria, l’abitazione di Nerone, contenente inestimabili opere d’arte che l’imperatore adorava e che non aveva fatto portare via (se avesse appiccato l’incendio si sarebbe sicuramente premurato di salvare le opere d’arte).

Quando l’incendio si placò, dopo aver abbattuto molti edifici per precauzione, divampò nuovamente, a partire dalle proprietà di Tigellino, prefetto al pretorio. Il che portò a nuove voci secondo cui Nerone avrebbe voluto distruggere la città e costruirla a sua immagine e somiglianza.

La colpa ai cristiani e la domus aurea

« Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso o alla perfidia del principe, in quanto le fonti tramandano entrambe le versioni, ma certamente più grave e più spaventoso di ogni altro che si sia mai abbattuto su Roma per la violenza del fuoco. »

(Tacito, Annali, XV, 38.1)

Già circolavano voci, come detto da Tacito, sulle presunte responsabilità di Nerone. Per questo il principe decise di incolpare quella che ai suoi occhi era una fervente setta ebraica, i cristiani.

Poco dopo si scoprì una congiura, la cosiddetta congiura dei Pisoni. Si progettava di uccidere Nerone, ma i congiurati vennero scoperti. Uno dei complici, Subrio Flavo, tribuno della guardia pretoriana, fu interrogato. Disse a Nerone che lo aveva cominciato a odiare da quando era diventato l’assassino della madre, della moglie, un auriga, un attore e un incendiario. Ma Subrio Flavo era stato accanto a Nerone durante l’incendio. L’imperatore aveva certamente fatto assassinare la madre e la moglie, era forse un pazzo, ma non uno stupido.

Nerone condannò molti congiurati a morte, costringendo al suicidio anche Seneca e Petronio. Approfittò comunque dell’incendio per costruire un’immensa casa, la domus aurea. La costruzione fu estremamente rapida, considerando che quattro anni dopo l’incendio Nerone morì.

La costruzione di questa sfarzosa dimora è da sempre additata come prova della colpevolezza di Nerone. Piuttosto sarebbe da considerare, secondo l’uso romano, un ragionamento “post hoc ergo propter hoc” (“dopo di questo, a causa di questo”), cioè la domus aurea con è la causa ma la conseguenza, l’occasione intravista da Nerone e subito messa in atto.

In seguito alla sua morte, i terreni furono resi al popolo romano attraverso la costruzione di edifici pubblici: il laghetto venne prosciugato e Vespasiano ci edificò il Colosseo, una parte della domus fu interrata e usata come fondamenta per le terme di Traiano.

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18 luglio 64 d.C.: l’incendio di Roma
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4 pensieri su “18 luglio 64 d.C.: l’incendio di Roma

  • 16 Febbraio 2017 alle 6:14
    Permalink

    Very good article. I definitely appreciate this website.

    Continue the good work!

    Rispondi
    • 16 Febbraio 2017 alle 13:19
      Permalink

      Thanks 🙂
      Did you understand it? What’s your mother language?

      Rispondi
  • 16 Agosto 2017 alle 13:53
    Permalink

    Lo stesso Svetonio conferma anche che Nerone aveva mandato i cristiani al supplizio e li definisce “una nuova e malefica superstizione”, senza tuttavia collegare questo provvedimento all’incendio.

    Rispondi
    • 16 Agosto 2017 alle 21:25
      Permalink

      Sì, probabilmente agli occhi di Nerone erano una delle tante sette ebraiche del tempo.

      Rispondi

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