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L’impero dopo Giuliano

Il 9 agosto del 378 d.C., presso Adrianopoli, non lontano da Costantinopoli, i goti infliggevano una terribile sconfitta all’impero romano. Nel corso della battaglia, o poche ore dopo, perse la vita anche l’imperatore d’oriente, Valente, il più anziano dei due. In seguito alla morte di Giuliano, durante la campagna persiana, nel 363 d.C., era stato scelto come successore un comandante cristiano, Giovano, e in seguito alla sua rapida dipartita l’impero era stato spartito tra i fratelli Valentiniano (che aveva preso l’occidente) e lo stesso Valente.

Racconta Ammiano Marcellino come a Valentiniano, appena acclamato dall’esercito imperatore, nel febbraio del 364, venisse intimato dai soldati stessi di scegliere un collega:

« Pochi momenti fa, o miei compagni soldati, era in vostro potere di lasciarmi nell’oscurità di una condizione privata. Giudicando dalla testimonianza della passata mia vita, che io meritassi di regnare, mi avete posto sul trono. Adesso è mio dovere di provvedere alla salute ed al vantaggio della Repubblica. Il peso dell’Universo è troppo grande, senza dubbio, per le mani d’un debol mortale. Io so quali sono i limiti delle mie forze e l’incertezza della mia vita; e lungi dallo sfuggire, io sono ansioso di sollecitare l’aiuto di un degno collega. Ma dove la discordia può esser fatale, la scelta di un fedele amico richiede una matura e seria deliberazione. Di questo io avrò cura. La vostra condotta sia fedele e costante. Ritiratevi ai vostri quartieri; rinfrescate gli spiriti ed i corpi; ed attendete il solito donativo in occasione dell’innalzamento al trono d’un nuovo Imperatore. »

(Ammiano Marcellino, Storie, XXVI, 2,3)

Dopo aver tergiversato e chiesto consiglio alla fine decise di associare a sé il fratello più giovane Valente. Alla morte del fratello più anziano, nel 375, era succeduto il figlio, il giovane Graziano. Quest’ultimo, fervente cristiano, era stato inizialmente molto tollerante con i pagani (ancora in maggioranza nell’impero, certamente in occidente); improvvisamente, però, a partire dal 380 cominciò ad adottare politiche repressive: l’editto di Tessalonica, la rimozione dell’altare della Vittoria nella curia senatoria e infine la soppressione di tutti i collegi sacerdotali pagani. Rinunciò anche alla carica di pontefice massimo, che fu da allora presa dal papa.

L’inizio della fine?

Questo repentino capovolgimento nella politica di tolleranza romana fu forse dovuto alla battaglia di Adrianopoli? In seguito a questa disfatta il controllo dello stato si fece sempre più implacabile; barbari e burocrazia oppressero sempre di più l’impero nei cent’anni successivi, finché alla fine, nel 476, l’impero romano d’occidente cessò di esistere.

Solido di Valentiniano I

Ma come può una singola battaglia mettere in moto tutta una serie di conseguenze che porta alla fine di un impero secolare? La perdita di buona parte dell’esercito dell’impero d’oriente portò al reclutare sempre più barbari e a dare loro in cambio sempre più terre, mentre l’oriente cercava di spostare tutto il peso di questa enorme migrazione verso occidente, che alla fine collassò.

Nel 376 Valente aveva permesso ai goti, minacciati dagli unni, di attraversare il confine del Danubio, per dare loro terre incolte. Ogni goto che coltivava la terra o veniva reclutato nell’esercito era un vantaggio per l’impero: o coltivavano terre ormai desolate oppure, sotto le armi, erano da un lato una risorsa preziosa, dall’altro permettevano a dei cittadini romani di pagare le tasse con cui retribuirli. Ormai, da oltre un secolo, seguendo questo meccanismo, e da quando Caracalla quasi due secoli prima aveva dato la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, sempre più barbari erano sotto le armi.

In quel momento l’imperatore, dal 375, si trovava in oriente per preparare una spedizione contro i persiani, dove i patti del 363 erano ormai in bilico. Fu allora che gli giunse notizia della richiesta gota di attraversare il confine; Valente aveva dovuto spostare molte truppe a occidente per affrontare i quadi, dove era morto l’imperatore Valentiniano per un colpo apoplettico nel corso della campagna, e aveva bisogno di nuove truppe per rinforzare i confini.

La situazione era tuttavia degenerata rapidamente: funzionari romani corrotti avevano permesso che i goti attraversassero il confine in modo disordinato, senza confiscare le armi e prendere in ostaggio i giovani, come ordinato dall’imperatore. Sempre più “immigrati” volevano passare il confine, ormai si era sparsa la voce, ma i romani alla fine avevano chiuso la frontiera, mentre distribuivano razioni ai goti, che controllavano con sempre maggiore preoccupazione.

Rovine dell’antica Marcianopoli, nell’odierna Bulgaria

Il dux Massimino e il comes Lupicino avevano fiutato il guadagno e cominciarono a lucrare sulle razioni, spingendo i goti perfino a vendere come schiavi i figli. Alla fine però capirono che bisognava spostare queste persone; nel frattempo l’imperatore stava ancora a Antiochia. I goti si fidavano ancora dei romani, ma quando furono scortati all’interno lasciarono alle loro spalle un vuoto: tutta la calca degli immigrati che volevano entrare ed erano stati respinti cominciarono ad attraversare il confine clandestinamente, ora che i romani erano impegnati a scortare i goti.

Dopo diverse difficoltà i goti giunsero a Marcianopoli, accampandosi fuori le mura, esausti. Molti pensavano che sarebbero stati accolti in città ma non era il piano dei romani. Vuoi per disorganizzazione, vuoi per incompetenza, vuoi per latrocinio, Lupicino, che era a capo delle operazioni, si chiuse a banchettare con i capi goti in città mentre fuori i goti si ribellavano e sterminavano i soldati romani che li accompagnavano. L’inetto Lupicino allora, credette alle false promesse dei capi (in primis un tale Fritigerno, che aveva assunto il comando, se così si può dire, dei barbari) che solo loro potevano calmare i goti e li lasciò incautamente andare.

Da allora, per quasi due anni, i goti non fecero altro che mettere a ferro e a fuoco la Tracia. Si potevano perfino vedere dalle mura di Costantinopoli; nel frattempo dal Danubio continuavano ad affluire nuovi profughi che ingrossavano le file barbare. Solo allora l’imperatore Valente decise di partire da Antiochia e intervenire, mentre da occidente Graziano, suo nipote, accorreva in ritardo dopo aver dovuto domare gli alemanni. Per non sembrare da meno del neanche ventenne nipote quella mattina Valente aveva deciso di attaccare senza attendere i rinforzi. Insieme le forze romane avrebbero schiacciato senza difficoltà i barbari.

La battaglia

Alla fine Valente, anche per non dover dividere il successo con il collega Graziano, che stava sopraggiungendo in forze, decise di dirigersi da solo contro i goti. In questa fase furono comunque avviate trattative di pace: l’imperatore ricevette infatti una delegazione di preti cristiani ariani, che gli consegnarono una lettera da parte di Fritigerno nella quale si prendeva in considerazione l’ipotesi di intavolare delle trattative sulla consegna ai goti di terre come era stato loro promesso ai tempi dell’attraversamento del Danubio. Ma il capo goto, in realtà, volle rimandare il più possibile l’inizio della battaglia (secondo la versione di Ammiano Marcellino) nella speranza che ritornassero in tempo la cavalleria che si erano allontanata per foraggiare.

Valente perse molto tempo e nel frattempo cominciava anche a tramontare il sole: i soldati erano stati in attesa, tutto il giorno, sotto il sole rovente, senza né bere né mangiare. Con ogni probabilità l’imperatore voleva trattare, forse si era spaventato credendo di aver sottostimato i goti o forse voleva ancora cercare di reclutarli nel proprio esercito o di avere nuove braccia per l’agricoltura. Tuttavia questa attesa, così come per Napoleone a Waterloo, gli fu fatale.

I romani, nervosi (e qui Valente ebbe sicuramente colpe sul controllo dei suoi uomini), attaccarono senza attendere ordini: gli scutarii, un reparto di cavalleria d’élite e gli arcieri a cavallo sull’ala destra, giunti a tiro dei barbari, attaccarono di propria iniziativa; forse furono i goti a reagire ai romani troppo vicini, forse furono i romani ad attaccare per primi, ma il gesto diede comunque inizio alla battaglia. I romani erano disposti con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali, mentre la fanteria gota era schierata poco distante dal cerchio di carri.

Fu allora che sul fianco sinistro romano, che avanzava con difficoltà per via del terreno, fu attaccato dai cavalieri goti e alani di ritorno dal foraggiamento. I romani assorbirono l’urto e respinsero i goti: fu necessario l’intervento dei catafratti, i cavalieri corazzati. Avanzarono, mentre la fanteria combatteva, così tanto che il fianco sinistro romano si spinse fino ai carri goti, senza però essere seguiti da nessuno. Se la battaglia non fosse nata per caos e l’attacco fosse stato adeguatamente sostenuto da Valente, i romani avrebbero sopraffatto i goti senza difficoltà. Invece l’ala sinistra si scollegò dal centro e rimase isolata, lasciando il fianco sinistro delle legioni scoperto. Fu allora che la cavalleria gota e alana, messa in fuga, ritorno e piombò sul fianco sinistro romano, annientandolo.

I legionari romani, schierati in ordine compatto e con scarso margine di manovra, non potevano reggere prolungatamente l’urto e alla fine la loro formazione, dopo una strenua resistenza iniziale, si sfaldò e si dette alla fuga. Valente rimase fino al calar delle tenebre a comandare le ultime legioni rimaste compatte (quella dei lanciarii e quella dei mattiarii); ma ad un certo momento lo stesso imperatore rimase ucciso (o fuggì) e i resti delle forze romane andarono allo sbando.

Non si è mai saputo di preciso in che modo l’imperatore morì: forse fu colpito da una freccia o forse, come si raccontò dopo la battaglia, bruciò vivo nell’incendio di una fattoria nella quale, ferito, si era riparato nottetempo e a cui i goti avevano dato fuoco; con lui caddero anche due comites (Sebastiano e Traiano) e un numero imprecisato di romani (c’è discordanza sul numero esatto dei romani, tra i 10 e i 40.000 uomini). In seguito alla vittoria i barbari dilagarono nei territori intorno alla città compiendo ogni genere di razzie e massacrando le popolazioni romane. Il magister equitum Vittore si salvò e portò la notizia della sconfitta a Graziano, che si sarebbe potuto congiungere qualche giorno dopo allo zio e annientare i goti.

Il racconto di Ammiano Marcellino

All’alba del nove agosto l’armata si mise in marcia lasciando, sufficientemente protetti, i bagagli e i carriaggi sotto le mura di Adrianopoli. Il prefetto e i membri civili del concistoro rimasero invece all’interno della città, con il tesoro e le insegne imperiali.

Si procedeva su un terreno accidentato, sotto un cielo torrido. Finalmente verso le due del pomeriggio, poiché gli esploratori riferivano d’aver visto i carri nemici sistemati in cerchio, i generali romani fecero assumere lo schieramento di battaglia: l’ala destra della cavalleria in prima linea, sostenuta dalla quasi totalità della fanteria, mentre l’ala sinistra, in ritardo e disseminata lungo il difficile percorso, affrettava l’andatura. Stava poi prendendo posizione senza il minimo impedimento quando i barbari, atterriti dall’orrendo fragore delle armi e degli scudi (e anche perché le bande di Alateo e di Safrace che operavano lontane, sebbene richiamate, non s’erano ancora fatte vedere), inviarono un’ambasceria a chiedere pace. Ma la componevano personaggi di nessuna importanza che l’imperatore rifiutò di ricevere pretendendo, per trattare, negoziatori che offrissero qualche garanzia. Si trattava di un diversivo dei barbari in attesa dell’arrivo, ritenuto imminente, della loro cavalleria.

I nostri intanto, sotto quel calore reso ancor più insopportabile dalle sterpaglie che il nemico a bella posta andava incendiando nella torrida vastità della pianura, erano divorati dalla sete a cui s’aggiungeva, tormentando bestie e uomini, la mancanza d’ogni rifornimento. […] Gli arcieri e gli scutari comandati dall’ibero Baccario e da Cassione s’erano già lasciati troppo andare in una prima scaramuccia; e la loro ritirata, precipitosa quanto quell’attacco era stato inopportuno, contrassegnava malamente l’avvio della battaglia rendendo altresì inutile lo zelo di Ricimero, impossibilitato a raggiungere le postazioni dell’avversario: questo proprio nel momento in cui la cavalleria gota, con Alateo e Safrace e un rinforzo di Alani, arrivava come la folgore dalle sommità dei monti, caricando quanto le veniva fatto d’incontrare nel suo sopraggiungere. Nulla dall’una e dall’altra parte ormai se non un clangore di scudi sul sibilo delle frecce. Bellona stessa faceva lugubremente risuonare le curve trombe di guerra perseguendo con ancor più accanimento del solito la rovina delle armi romane.

Un primo nostro cedere s’arrestò sulle proteste di molti. Il combattimento, in un divampare d’incendio, atterriva i soldati, tra i quali l’incurvato piovere di frecce e di giavellotti aveva già aperto parecchi varchi. E i due opposti schieramenti, avvinghiati come da arpioni di navi, s’agitavano senza posa in un reciproco moto d’onda. La nostra ala sinistra era andata ai carri; a sostenerla, sarebbe andata oltre; invece, abbandonata dal resto della cavalleria, rovinò sotto la caterva nemica come per la frana di un qualche enorme terrapieno. Ma, sebbene senza protezione, i fanti resistettero, talmente stretti nei loro manipoli da avere appena spazio per manovrare la spada.

Il cielo, ridotto a un luogo d’orrendi clamori, era nascosto da spesse cortine di polvere per cui i dardi, lanciati da ogni parte, piombavano sempre mortali, la loro traiettoria non essendo né visibile né evitabile. Poiché i barbari dilagavano in schiere senza numero pestando indistintamente uomini e cavalli, poiché ormai non c’era spazio per una ordinata ritirata, poiché l’assembramento era tale da impedire persino la fuga dei singoli, i nostri, in un supremo disprezzo della morte, si buttarono con le spade su quanto gli veniva a tiro, mentre scudi e corazze cadevano in pezzi sotto le scuri dei combattenti […]

In questa tumultuante confusione la fanteria spossata e sfiduciata, venendole sempre più a mancare, con la chiarezza necessaria a una decisione, le forze d’attuarla e vedendosi preclusa ogni possibilità di scampo, poiché nel susseguirsi degli scontri aveva perso quasi tutte le lance, adesso si precipitava, con le spade almeno, nel più fitto dei nemici incurante di quanto poteva essere salvezza. E, scivolando su quel terreno reso insidioso da ruscelli di sangue, talvolta gli uomini, nell’intento fortissimo di non morire invendicati, perivano per le loro stesse armi.

Su quel tetro teatro di strage, sui mucchi sempre più alti dei feriti, sui cadaveri esanimi e calpestati senza riguardo, il sole, che dal segno del Leone stava passando in quello della Vergine, splendeva alto, ancor più implacabile per i Romani fiaccati dalla fame, dalla sete, dal peso delle armature. Infine, su una stretta che da parte nemica non veniva meno, ai nostri non rimase che il rimedio d’ogni sciagura quand’è estrema: la fuga così come a ciascuno si presentava possibile.

Nel cieco disperdersi dell’armata, Valente, sconvolto da cupi terrori e scavalcando uno dopo l’altro quei mucchi di cadaveri, raggiunse i lancieri e i mazzieri che continuavano a tener duro senza cedere d’un passo. Alla sua vista, Traiano grida che tutto era perduto se l’imperatore, abbandonato dalle truppe romane, non trovava protezione almeno tra gli ausiliari. Vittore, a quelle grida, si precipitò a raccogliere i Batavi che erano stati piazzati di riserva non lontano, proprio per proteggere l’imperatore; non trovò nessuno; allora, come Ricimero, come Saturnino, si preoccupò unicamente di sé e di salvarsi fuggendo.

I barbari, l’occhio fosco di furore, si davano intanto ad assalire i nostri ormai prostrati per l’improvviso indebolimento del sangue: gli unì cadevano senza nemmeno sapere da dove arrivasse il colpo, gli altri rovesciati dalla sola furia degli assalitori, qualcuno trafitto dai suoi stessi commilitoni. Non c’era tregua per chi resisteva, non misericordia per chi avesse voluto arrendersi. Ogni pista, ogni sentiero spariva sotto un groviglio di moribondi che si contorceva negli spasimi delle ferite. Le masse dei cavalli abbattuti s’aggiunsero a quel carnaio. Una notte senza luna pose fine a un disastro le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato.

Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 12-13

Dopo Adrianopoli

Le mura di Tessalonica

Negli anni seguenti Teodosio, che era succeduto a Valente, cercò di sconfiggere i goti, ma l’esiguità delle forze di cui disponeva e la mancata fedeltà delle nuove reclute barbare secondo la visione dell’imperatore (in alcuni casi i reparti erano in maggioranza barbarica e l’imperatore temeva per insurrezioni) portò Teodosio a firmare la pace, il 3 ottobre del 382, tra romani e goti. In cambio i goti avrebbero dovuto fornire contingenti all’esercito romano, con condizioni di pace favorevolissime, cosa mai avvenuta in precedenza.

Nel 390 Teodosio diede ordine di massacrare i goti a Tessalonica, dopo che la popolazione si era ribellata ai goti e aveva impiccato il magister militum Buterico, colpevole di aver arrestato un famoso auriga e di non aver concesso i giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio spinse l’imperatore a chiedere pubblicamente perdono; Teodosio accettò: fu il primo caso di supremazia del potere ecclesiastico su quello civile, e l’inizio di un lungo contrasto millenario tra potere spirituale e temporale.

In seguito a quest’atto di sottomissione vennero promulgati i decreti teodosiani, che intercedevano l’accesso ai templi pagani, qualsiasi forma di culto, l’immolazione delle vittime di sacrifici equiparata alla lesa maestà, perfino l’adorazione delle statue. Anche le olimpiadi, dopo oltre mille anni, cessarono di esistere. Alla fine, nel 395, i foederati goti di Alarico, già magister militum per Illyricum e re dei visigoti si ribellarono, e nel 410 saccheggiarono Roma, dopo 800 anni dal sacco del gallo Brenno.

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