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Gli ultimi giorni di Pompei  è un romanzo storico del 1834 scritto dal britannico Edward Bulwer-Lytton. Il protagonista Glauco è un ricco ateniese residente a Pompei. Ammirato dall’élite della cittadina per il suo buon gusto e per il suo stile, vive una vita all’insegna del piacere e del lusso.

Durante un banchetto tenutosi a casa sua, viene a sapere che abita a Pompei una ragazza napoletana di origini greche di incredibile bellezza, Jone. Glauco decide di fare la sua conoscenza e la sera stessa si reca nella sua dimora. Tra i due nasce quindi una profonda intesa che li porta ad amarsi reciprocamente.

Jone e suo fratello Apecide, sono, però, sotto la custodia di Arbace, sacerdote di Iside. Arbace, ha infatti intenzione di iniziare Apecide ai culti della dea e di sposare Jone. Tuttavia, Apecide, dopo aver saputo degli imbrogli che i sacerdoti di Iside operano ai danni dei cittadini, ha intenzione di abbandonare il sacerdozio, mentre Jone lentamente si sta innamorando di Glauco.

Il sacerdote, dunque, per riottenere la fiducia in Apecide, lo fa partecipare ad un’orgia, dopo la quale il giovane desidera nuovamente essere consacrato alla dea, e, per stroncare l’amore tra Glauco e Jone, mente a quest’ultima dicendo che l’ateniese la corteggia esclusivamente per un gioco tra amici. La ragazza, convinta quindi dall’inganno di Arbace, inizia a respingere Glauco.

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Rattristato dal comportamento di Jone, Glauco decide di scriverle una lettera nella quale le rivela i suoi sentimenti. Affida, poi, il compito di portare la lettera a Nidia, una giovane schiava cieca, segretamente innamorata del padrone.

Dopo aver consegnato il messaggio Nidia viene a sapere che in giornata Jone si recherà in casa di Arbace. Essendo stata costretta a partecipare alle orge di Arbace dai suoi vecchi padroni, Nidia, teme dunque che il sacerdote possa fare del male alla giovane e avverte immediatamente Apecide e Glauco. I due fanno, dunque, irruzione nella casa dell’egiziano, proprio mentre egli sta tentando di violentare la ragazza. Fortunatamente, poi, a facilitare le cose, è un terremoto, che tramortisce Arbace e dà la possibilità a Jone di scappare.

Dopo gli avvenimenti, Apecide, grazie ad Olinto, entra in contatto con la comunità di cristiani di Pompei e si converte, mentre Glauco e Jone progettano di sposarsi tra breve. Alla notizia del matrimonio tra il padrone e la giovane, tuttavia, Nidia si rattrista sempre di più.

Un giorno la giovane schiava è invitata a casa da Giulia, ricca ragazza pompeiana, la quale le chiede consiglio riguardo ad un filtro d’amore. Nidia le consiglia, dunque, di rivolgersi ad Arbace. Giulia si reca, quindi, a casa dell’egiziano e gli rivela di aver intenzione di voler strappare Glauco a Jone con un filtro d’amore. Vedendo in Giulia la possibilità di vendicarsi del nemico, Arbace le propone di recarsi da una strega che abita sulle pendici del Vesuvio, esperta di pozioni. In accordo con il sacerdote, tuttavia, la strega fornisce a Giulia, anziché un filtro d’amore, una pozione che farà impazzire Glauco. Nidia, venuta a sapere che Giulia ha intenzione usare il filtro con Glauco, però, glielo sottrae scambiandolo con dell’acqua.



Una sera, dunque, Nidia, somministra di nascosto la bevanda al padrone, il quale inizia a delirare e a correre per le vie della città, arrivando fino al Bosco Sacro di Cibele. Nel frattempo, nel bosco, ha luogo un colloquio tra Apecide e Arbace, nel quale il primo rivela al sacerdote di voler svelare a tutta Pompei i segreti del tempio di Iside. Temendo di perdere il suo prestigio, Arbace uccide Apecide e vedendo sopraggiungere Glauco lo accusa dell’assassinio.

Subito nel bosco si raduna una gran folla e Glauco, creduto il responsabile, viene arrestato. L’unico a sospettare della colpevolezza di Arbace è, però, il cristiano Olinto, che accusa pubblicamente il sacerdote e, per dimostrare la falsità degli idoli pagani, entrato nel vicino tempio di Cibele, distrugge la statua della dea contenuta al suo interno. Anche Olinto viene dunque arrestato per blasfemia.

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Dopo l’accaduto Glauco (nel frattempo ritornato sano di mente) e Olinto vengono condannati ad essere sbranati dalla fiere nell’arena, Jone viene affidata ad Arbace e Nidia viene catturata e imprigionata nella casa dell’egiziano. Durante la sua prigionia la schiava sente un discorso tra Arbace e Caleno, un altro sacerdote di Iside, che avendo assistito all’assassinio di Apecide e sapendo la verità dei fatti, ricatta Arbace.

L’egiziano, tuttavia, con l’inganno riesce a imprigionare il collega. Successivamente Nidia, riuscita a liberarsi, convince Caleno a testimoniare in favore di Glauco, ma fuggendo dalla casa la ragazza viene nuovamente catturata e imprigionata. Nidia, comunque, non perde le speranze e riesce ad inviare una lettera a Sallustio, pretore della città, affinché venga in casa di Arbace e liberi Caleno.

Il giorno dopo l’intera città si raduna nell’arena per assistere ai giochi e all’esecuzione dei due condannati. Tuttavia, proprio prima che Glauco venga sbranato dal leone interviene Sallustio, assieme a Nidia e Caleno, finalmente liberi, e ordina interruzione dell’esecuzione. Nello stesso momento, però il Vesuvio erutta e la popolazione, terrorizzata, lascia l’anfiteatro per cercare riparo dalla pioggia di cenere e lapilli che imperversa sulla città. Glauco e Jone, ricongiuntisi dunque, e guidati da Nidia, che essendo cieca riesce ad orientarsi normalmente nella città oscurata dal fumo, tentano di raggiungere il mare. Durante la fuga incontrano anche Arbace, il quale tenta nuovamente di impossessarsi di Jone, ma resta ucciso dal crollo di una colonna che cade sopra di lui.

I tre riescono, infine, ad imbarcarsi e a lasciare Pompei. Durante il viaggio in mare, però, Nidia, rattristata poiché non potrà mai essere amata da Glauco, sapendo di averlo servito degnamente e di averlo salvato in più occasioni, decide di suicidarsi buttandosi in mare. La notizia dell’accaduto, tuttavia, sconvolgerà notevolmente i due amanti.

Il romanzo si conclude con una lettera che Glauco, a distanza di alcuni anni, invia a Sallustio, raccontandogli della sua conversione al Cristianesimo e della sua nuova, felice vita ad Atene.




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