Privacy Policy Aureliano contro Zenobia | STORIE ROMANE

Aureliano era esattamente quello di cui l’impero aveva bisogno, un militare di professione, ma che sapesse mettere ordine nel caos in cui era piombata Roma. Era il 270 d.C. e l’impero era ancora diviso, con in oriente Zenobia, moglie di Odenato, a cui era seguita, e in occidente l’impero delle Gallie guidato da Tetrico, che aveva seguito Postumo. Proverbiale di Aureliano era la disciplina, tanto da essere definito dai soldati “manu ad ferrum”, e tanto da far dire a Flavio Volpisco, autore della sua biografia dell’Historia Augusta, che la disciplina che imponeva era di altri tempi, ormai lontani, della storia romana:

“Costui poi era tanto temuto dai soldati, che, una volta che lui aveva punito con grande severità le mancanze commesse in servizio, nessuno di essi vi incorreva più. Fu inoltre l’unico che punì un soldato reo di aver commesso adulterio con la moglie di un ospite, facendolo legare per i piedi alle cime di due alberi piegate verso terra e che tutto d’un colpo egli fece rilasciare, così che quello rimase squartato in due parti che penzolavano da entrambi i lati: il che suscitò in tutti grande spavento. C’è una sua lettera di argomento militare, inviata al suo luogotenente, che suona così: «Se vuoi essere tribuno, anzi se ti preme restar vivo, frena la mano dei tuoi soldati. Nessuno porti via i polli o metta le mani sulle pecore altrui. Nessuno rubi uva o danneggi le messi, o si faccia dare olio, sale, legna, ma si accontenti della propria razione di viveri. Con la preda tolta al nemico, non con le lacrime dei provinciali devono arricchirsi. Le armi siano tirate a lucido, i ferri ben arrotati, i calzari resistenti. Nuove uniformi rimpiazzino quelle vecchie. Tengano la paga nella cintura, anziché spenderla all’osteria. Si mettano pure addosso le loro collane, i loro bracciali, i loro anelli. Provvedano a strigliare il loro cavallo e la bestia da soma, non vendano la razione di foraggio destinata al proprio animale, prendano cura in comune del mulo della centuria. Ciascuno abbia deferenza nei confronti dell’altro come fosse il suo comandante, nessuno però assumendo atteggiamenti servili; siano curati gratuitamente dai medici; non diano nulla agli aruspici; dove ricevono ospitalità si comportino correttamente; chi provocherà delle risse, sia bastonato».”

«Era di aspetto elegante e fine, di bellezza virile, piuttosto alto di statura, di fortissima muscolatura; eccedeva un poco nel bere vino e nel mangiare, si abbandonava raramente ai piaceri della carne, era molto severo, estremamente rigido in fatto di disciplina, sempre pronto a por mano alla spada. Difatti, essendovi nell’esercito due tribuni di nome Aureliano – il nostro ed un altro, che fu fatto prigioniero assieme a Valeriano – l’esercito gli aveva affibbiato il soprannome di «mano alla spada», così che, se per caso si voleva sapere quale dei due Aureliani aveva fatto una data cosa o condotta una certa operazione, bastava aggiungere «Aureliano mano alla spada» per capire di chi si trattasse.»

Historia Augusta, Aureliano, 7, 3-8; 6, 1-2

La guerra per l’oriente

L’imperatore illirico, messa al sicuro l’Italia (creando forse anche il sistema difensivo sulle alpi Giulie per sbarrare l’accesso ai barbari che sconfinavano dalla Pannonia) e il confine danubiano, nel 272 volse le sue mire a oriente dove Odenato prima (sotto Gallieno, cui aveva affidato il controllo dell’oriente come rector orientis) e sua moglie Zenobia (e suo figlio Vallabato) avevano creato un proprio impero come aveva fatto Postumo e poi Tetrico in Gallia. Nel corso di due campagne militari Aureliano riconquistò Palmira e catturò Zenobia, dopo averla sconfitta a Immae e Emesa, mentre la regina scappava per cercare rifugio in Persia. Nel 273 tuttavia la città venne distrutta dopo una nuova ribellione. Aureliano usò abilmente la sua cavalleria per avere la meglio di quella di Zenobia a Immae :

« Vedendo che i cavalieri di Palmira avevano fiducia nelle loro pesanti e sicure armature e che erano superiori ai cavalieri romani per esperienza, separò la fanteria al di là del fiume Orontee diede ai cavalieri romani il segnale di non attaccare direttamente la cavalleria pesante dei Palmireni (clibanarii), ma di attendere il loro assalto e simulare una ritirata. Raccomandò che insistessero in questa tattica fino a quando, soldati e cavalli, a causa della calura e appesantiti dalle loro armi, desistessero dall’inseguimento.

«[I cavalieri romani] […] appena videro che i nemici [palmireni] erano ormai senza forze e giacevano immobili sui cavalli ormai fermi, passarono all’attacco, calpestando i nemici, che cadevano da soli da cavallo. Vi fu pertanto un confuso massacro. Alcuni furono uccisi dalle lance, altri dai loro stessi cavalli e da quelli dei nemici. »

ZOSIMO, STORIA NUOVA, 50, 3-4
Zenobia

Emesa Aureliano ripetè la tattica ma fu anche la sua fanteria a vincere la battaglia:

« […] Aureliano si diresse ad Emesa, e avendo scoperto che un contingente di Palmireni occupava una collina sovrastante il sobborgo di Dafne, ritenendo di sfruttare tale posizione favorevole per impedire il passaggio del nemico, ordinò ai soldati romani di accostare gli scudi e, formata una fitta falange, di salire verso la vetta del colle e respingere dardi e pietre, se mai ne avessero scagliate, con la compattezza della falange macedone. I soldati romani eseguirono il comando con grande precisione. Dopo aver scalato quel luogo scosceso, come era stato loro ordinato, si scontrarono con il nemico in condizioni di parità e lo misero subito in fuga. Alcuni [di questi] precipitarono negli strapiombi sfracellandosi, altri furono massacrati dagli inseguitori romani e da quelli che non avevano partecipato all’ascesa del colle. Dopo la vittoria, passando senza pericolo [nei territori successivi], l’imperatore [Aureliano] indirizzò la successiva marcia. »

« Quando i due eserciti si scontrarono, la cavalleria romana ritenne meglio ritirarsi un poco, per evitare che i soldati senza accorgersi fossero accerchiati da un gran numero superiore di cavalieri palmireni, che cavalcavano intorno a loro. Poiché i cavalieri palmireni si davano all’inseguimento dei romani che si ritiravano e in questo modo rompevano il loro schieramento, si verificò il contrario di quello che volevano i cavalieri romani: [questi ultimi] infatti erano in pratica inseguiti [dai palmireni], risultando molto inferiori ai nemici. E poiché cadevano in moltissimi, avvenne allora che tutta la battaglia ricadesse sulla fanteria romana, la quale, vedendo che i Palmireni avevano sconvolto i loro ranghi per lanciarsi all’inseguimento dei cavalieri romani, ripiegarono e li attaccarono mentre erano disordinati. Per questo motivo ci fu una grande strage. Alcuni assalivano con le armi tradizionali. Quelli provenienti dalla Palestina, colpivano invece con bastoni e mazze i loro avversari palmireni, i quali indossavano corazze di ferro e di bronzo. Questo fu in parte la ragione principale della vittoria romana. I nemici rimasero sbalorditi per l’insolito assalto delle mazze. »

ZOSIMO, STORIA NUOVA, I, 52,1-2; 53,1-2

Ripreso possesso dell’oriente, nel 274 l’imperatore illirico affrontò Tetrico, che probabilmente si consegnò senza combattere prima della battaglia di Chalons. Ebbe salva la vita, così come la ebbe Zenobia, nonostante entrambi furono portati in trionfo da Aureliano: il primo ebbe il ruolo di corrector Lucaniae et Bruttiorum, la seconda fu lasciata in vita, e si ritirò nei pressi di Tivoli. L’impero era dunque riunito e per questo l’imperatore ottenne il titolo di restitutor orbis.

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