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Lucio Domizio Enobarbo, diventato Nerone dopo essere stato adottato dall’imperatore Claudio, fu l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia, la prima a reggere l’impero romano. Diventò imperatore appena diciassettenne dopo che la madre Agrippina avvelenò un piatto di funghi, di cui era ghiotto Claudio, nel 54 d.C.

Il più giovane imperatore

Temeva infatti che il figlio di Claudio, Britannico, potesse prendere il posto di Nerone, figlio avuto da lei prima del matrimonio con l’imperatore. Agrippina era imparentata praticamente con ogni imperatore precedente, compreso lo stesso Claudio: nipote di Marco Antonio, Agrippa e Augusto, figlia di Germanico, sorella di Caligola e quindi Claudio era lo zio materno.

Agrippina, abile manipolatrice, nel 49 d.C. sposò Claudio dopo l’eliminazione di Messalina e affidò il giovane Nerone a Seneca, mentre fu imposto il fidanzamento tra Nerone e Ottavia, figlia di Claudio. Poco dopo l’elevazione alla porpora di Nerone Agrippina si premurò di eliminare anche Britannico.

Nerone a 17 anni era il più giovane imperatore romano ed era accerchiato da tre figure pesantissime: la madre Agrippina, Seneca e il prefetto al pretorio Burro. Da parte sua Nerone amava profondamente l’arte e la musica.

Dal buon governo alla tirannia

Inizialmente il principato di Nerone è ricordato in modo entusiasta dai contemporanei: è il quinquennium Neronis, il quinquennio del buon principe, sullo stile augusteo, forse coadiuvato anche da Seneca.

Nerone allontanò Ottavia, che mal sopportava, per Poppea, di cui era innamorato. Lei sì sposò con Otone in un matrimonio di facciata (per ordine di Nerone), che diventerà imperatore dopo la morte di Nerone.

Inizia ora il periodo “buio” di Nerone. Forse sotto l’influenza di Poppea cerca di far assassinare la madre simulando un incidente, ma questa si salva, e quindi è costretto a inviare dei soldati a farla fuori: Nerone voleva ingombrarsi dell’ombra pesante di Agrippina, che lo condizionava.

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Il rimorso di Nerone dopo l’assassinio di sua madre – J. W. Waterhouse

Morta Agrippina, nel 62 d.C. Nerone ripudiò Ottavia accusandola di sterilità, per sposare Poppea. Infine la spinse al suicidio. Nello stesso anno morì Burro (forse avvelenato da Nerone) e fu sostituito da Tigellino, persona senza scrupoli nel macchiarsi di delitti. Divenne ricchissimo e potentissimo. Pompea morì forse attorno al 66 d.C. e Nerone sposò Statilia Messalina.



L’incendio di Roma

Quando scoppiò l’incendio di Roma, nel luglio del 64 d.C. Nerone si trovava ad Anzio. Il mito ha voluto che fosse lui l’incendiario, ma in realtà probabilmente l’imperatore non aveva alcuna colpa. L’incendio, come narrato dallo stesso Tacito (che di sicuro non era favorevole a Nerone), scaturì probabilmente dal Circo MassimoL’incendio di Roma del 18 luglio 64 d.C. raccontato da Andrea Giardina:

Come si evince dal racconto di Giardina, Nerone probabilmente fu innocente. Ma fu costretto a dirottare la colpa sui cristiani, una fervente setta ebraica ai suoi occhi, per smentire le dicerie che già circolavano secondo cui era lui l’incendiario.

« Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo »

(Tacito, Annales, XV, 44)

Circolava infatti la voce, già durante l’incendio che ad appiccarlo fosse stato Nerone stesso. Infatti oltre alle 7 coorti di vigili in azione (che spesso non potevano fare altro che abbattere gli edifici in fiamme prima che le fiamme si propagassero a quelli adiacenti) molti avevano visto agenti di Nerone in giro per la città impedire alla gente di rientrare nelle case o appiccare incendi in case non ancora coinvolte.

Christian Dirce – Henryk Siemiradzki

Inoltre il fuoco era ripreso dopo che si era estinto e Roma aveva continuato a bruciare ancora per giorni. Alcuni credevano che fosse stato Nerone proprio per questo; tuttavia l’azione di queste persone era volta a creare con ogni probabilità zone cuscinetto per evitare ulteriori propagazioni delle fiamme.

Sarebbe strano pensare che mentre avveniva questo e le persone erano convinte della sua colpevolezza Nerone si aggirasse per Roma cercando di portare aiuto.

E sarebbe ancora più strano pensare che andò in fiamme la domus transitoria in cui erano custodite moltissime e preziosissime opere d’arte che Nerone adorava; sarebbe stato più logico, se fosse stato il mandante dell’incendio, restare al sicuro a Anzio (dove si trovava) e spostare le opere d’arte.

Infine, un anno dopo, si scoprì una congiura, la cosiddetta congiura dei Pisoni. Si progettava di uccidere Nerone, ma i congiurati vennero scoperti.Uno dei complici, Subrio Flavo, tribuno della guardia pretoriana, fu interrogato e conosciamo le parole grazie a Tacito. Disse a Nerone che lo aveva cominciato a odiare da quando era diventato l’assassino della madre, della moglie, un auriga, un attore e un incendiario.

 

Subrio Flavo era stato accanto a Nerone durante l’incendio. L’imperatore aveva certamente fatto assassinare la madre e la moglie, e amava quelle che i romani definivano “mollezze” da greco; era forse un pazzo, ma non uno stupido. Una persona che non si era fatto scrupoli a far uccidere la moglie e la madre non si capisce per quale motivo non avrebbe eliminato un testimone del genere e gli avrebbe permesso di parlare liberamente in tribunale.

Nerone condannò molti a morte, costringendo al suicidio anche Seneca e Petronio. Approfittò comunque dell’incendio, che aveva distrutto 10 dei 14 quartieri di Roma, per costruire un’immensa casa, la domus aurea. La costruzione fu estremamente rapida, considerando che quattro anni dopo l’incendio Nerone morì.

La costruzione di questa sfarzosa dimora è da sempre additata come prova della colpevolezza di Nerone. Piuttosto sarebbe da considerare, secondo l’uso romano, un ragionamento “post hoc ergo propter hoc” (“dopo di questo, a causa di questo”), cioè la domus aurea con è la causa ma la conseguenza, l’occasione intravista da Nerone e subito messa in atto.

Nero’s Torches – Henryk Siemiradzki

In seguito alla sua morte, i terreni furono resi al popolo romano attraverso la costruzione di edifici pubblici: il laghetto venne prosciugato e Vespasiano ci edificò il Colosseo, una parte della domus fu interrata e usata come fondamenta per le terme di Traiano.

Morte di Nerone

Il governo di Nerone si inasprì, finché – dopo la ribellione di Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense – ordinò a Galba, governatore della Spagna, di suicidarsi. Tuttavia le sue legioni lo acclamarono imperatore e marciò su Roma, col sostegno del senato, mentre ovunque avvenivano atti di ribellione nei confronti dell’imperatore.

Si ribellò la legio III Augusta, in Africa, bloccando il rifornimento di grano e anche i pretoriani abbandonarono l’imperatore. Infine anche il senato dichiarò hostis publicus (nemico pubblico) Nerone, che fu costretto a fuggire, avendo perso l’appoggio di chiunque.

Infine l’imperatore si suicidò con l’aiuto di un liberto, Epafrodito, sapendo che se fosse stato catturato vivo sarebbe stato trucidato. Svetonio narra che morendo Nerone pronunciò la frase: “quale artista muore con me!”.

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Morte di Nerone – Vasiliy Smirnov

Il senato ne decretò la damnatio memoriae: furono distrutti tutti i documenti e i riferimenti a Nerone. Fu permesso comunque un funerale privato e le sue ceneri furono deposte nel sepolcro di famiglia, quello dei Domizi, sul Pincio.

Odiato dal senato e in parte anche dai soldati (i due poteri principali su cui si reggeva l’imperatore romano), Nerone in realtà fu sempre ben accolto dal popolo, tanto che in oriente, negli anni successivi, in molti si spacciavano come Nerone, ricevendo largo seguito. Nerone amava profondamente l’oriente, altro motivo per cui era inviso al senato.

Che Nerone avesse degli squilibri psichici non è da escludere in ogni caso: durante la dinastia giulio-claudia tutti gli uomini al comando erano imparentati tra di loro (Caligola aveva come nonno materno Augusto e paterno Marco Antonio), Nerone era bisnipote di Marco Antonio e la madre Agrippina era imparentata con ogni imperatore.

Il padre, inoltre, Gneo Domizio Enobarbo, era stato accusato di aver travolto un bambino lungo la via Appia col suo cavallo per puro divertimento e di aver cavato un occhio a un cavaliere romano durante una lite. Insomma, c’erano dei segni di pazzia – o quantomeno di un carattere impetuoso – in Nerone, ma niente giustifica l’ipotesi che abbia dato fuoco a Roma.

Nella guerra civile (l’anno dei quattro imperatori) seguente Galba venne assassinato e dallo scontro tra Otone e Vitellio vinse quest’ultimo. Tuttavia dall’oriente arrivò Vespasiano (inviato da Nerone a sedare la rivolta giudaica), acclamato dalle legioni orientali come imperatore, che vinse Vitellio e diventò il primo imperatore della dinastia Flavia.




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