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«Fu dunque un fanciullo amabile, intelligente, affabile con i genitori, caro ai loro amici, ben accetto al popolo, gradito al senato: ciò che gli giovò ad acquistarsi la simpatia generale. Non apparve mai indolente nello studio, né pigro a compiere atti di benevolenza o restio a mostrarsi liberale o tardo a gesti di clemenza, almeno finché visse sottomesso ai genitori. Insomma, se talvolta vedeva dei condannati gettati in pasto alle fiere, piangeva o volgeva altrove lo sguardo; ciò che gli conquistò grande affetto da parte del popolo.»

(Historia Augusta, Caracalla, 1, 3-5)

Marco Aurelio Antonino Caracalla era nato il 4 aprile del 188, a Lugdunum. Aveva infatti preso il nome di Antonino poiché il padre, Settimio Severo, si era fatto adottare in modo postumo dalla famiglia di Marco Aurelio.

Caracalla da bambino era da tutti ammirato e si credeva sarebbe stato buonissimo. Ma quando diventò imperatore, alla morte del padre, il 4 febbraio del 211, si dimostrò tutt’altro che buono.

Imperatore

Caracalla odiava profondamente il fratello Geta, co-imperatore, e credeva volesse ucciderlo. Infine Caracalla lo fece fuori, adducendo come motivazione il fatto che il fratello stava per fare lo stesso. I pretoriani reagirono male e Caracalla dovette calmarli con una largo donativo. Subito dopo, in senato, si difese, adducendo il suo gesto come un atto difensivo; ma si era presentato in senato con la corazza sotto la toga, temendo di essere assassinato.

«Dopo la morte del padre si recò nel castro pretorio, e si lamentò con i soldati che il fratello gli tendeva insidie: così lo fece uccidere nel Palazzo, ordinando che il suo cadavere venisse subito cremato. Parlando ai soldati, ebbe inoltre a dire che il fratello aveva tentato di avvelenarlo, e che si era mostrato irrispettoso verso la madre; e ringraziò pubblicamente quelli che lo avevano ucciso, aumentando persino loro lo stipendio, come soldati che avevano mostrato maggior fedeltà nei suoi confronti. Una parte dei soldati, che stazionavano ad Alba, accolse la notizia dell’uccisione di Geta con grande disappunto: tutti quanti dicevano di aver promesso fedeltà ai due figli di Severo e che dovevano quindi serbarla ad entrambi; chiuse dunque le porte dell’accampamento, per lungo tempo non lasciarono entrare l’imperatore, finché questi riuscì a calmare gli animi, non solo ripetendo le lamentele e le accuse nei confronti di Geta, ma soprattutto placando i soldati, come è d’uso, mediante la distribuzione di enormi somme di denaro; ritornò quindi a Roma. Entrò allora nella curia indossando una corazza sotto l’abito senatorio e facendosi accompagnare da una guardia di soldati armati, che dispose in duplice fila in mezzo ai sedili: e così tenne il suo discorso. Si lagnò delle insidie che il fratello gli avrebbe teso, con lo scopo evidente di accusare quello e giustificare se stesso, parlando peraltro in modo involuto e disordinato. Ma un discorso del genere, in cui egli affermava che non aveva negato mai nulla a suo fratello, e addirittura lo aveva più volte salvato da gravi pericoli, mentre quello, anziché ricambiare il suo affetto fraterno, aveva tramato contro di lui un complotto mortale, non fu certo accolto con favore dal senato.»

(Historia Augusta, Caracalla, 2, 4-11)

Caracalla, ossessionato dalla sua sicurezza personale (chiedeva continuamente a maghi, indovini e sacerdoti informazioni sulla sua sicurezza personale), mandò a morte molti senatori e cavalieri, tra cui il prefetto al pretorio Papiniano, fatto a pezzi letteralmente a colpi di scure davanti i suoi occhi, reo di non aver appoggiato l’omicidio di Geta:

«In seguito, alla sua presenza fu ucciso a colpi di scure dai soldati Papiniano: al che l’imperatore si rivolse all’uccisore dicendo: «Con la spada avresti dovuto eseguire il mio ordine!». Per suo ordine fu pure ucciso Patruino, davanti al tempio del divo Pio, e il suo cadavere, insieme con quello di Papiniano, furono trascinati attraverso la piazza senza alcun ritegno dettato da sentimenti di umanità. Mise a morte anche il figlio di Papiniano, che solo tre giorni prima aveva allestito, in qualità di questore, splendidi giochi. In quegli stessi giorni furono uccise moltissime persone che erano state partigiani di suo fratello; furono eliminati anche i liberti che avevano curato gli affari di Geta. Si ebbero poi stragi in ogni luogo. Vi fu anche chi venne sorpreso nel bagno, e molti furono uccisi persino mentre erano a tavola, e tra essi anche Sammonico Sereno del quale ci sono rimaste molte dotte opere.»

(Historia Augusta, Caracalla, 4, 1-4)

L’imperatore si dedicò anche a una prima campagna militare in Germania, dove ottenne il titolo di Germanicus. Era molto amato dai soldati, secondo Erodiano (ben più ostile è l’Historia Augusta nei suoi confronti, additandolo come nemico del senato):

«Si accattivò tutti i Germani stanziati su quel confine, facendoseli amici, al punto che li prese con sé come ausiliari o li fece sue guardie del corpo, scegliendo i piú valorosi e prestanti. Spesso, abbandonando la toga romana, indossava vesti germaniche, e si mostrava in giro con i mantelli trapunti d’argento che si usano in quei paesi. Inoltre si metteva in testa parrucche bionde, acconciate come la capigliatura dei Germani. Di ciò rallegrandosi i barbari, gli si erano profondamente attaccati. Anche presso i soldati romani era molto popolare, specialmente per i donativi che dispensava loro senza risparmio; e inoltre perché partecipava a tutte le attività militari, prodigandosi tra i primi quando si doveva scavare un fossato, gettare un ponte, e levare un argine; insomma, dovunque vi fosse da svolgere un lavoro materiale, per primo vi si sobbarcava. La sua mensa era frugale; spesso si contentava di piatti e bicchieri di legno, e mangiava pane fatto sul momento; infatti, macinata da sé la quantità di grano necessaria per una persona, ne faceva una pagnotta, la cuoceva sui carboni, e la mangiava. Si asteneva da ogni forma di lusso, e le sue esigenze coincidevano con quelle del soldato piú misero. Mostrava di preferire, da parte dei soldati, il titolo di commilitone a quello di imperatore; e quasi sempre si accompagnava con loro durante le marce, facendo scarso uso di carri e cavalli, e portando da sé le proprie armi. Talora giunse a prendere in spalla egli stesso le insegne militari, che sono pesantissime e molto ricche di ornamenti aurei, e che i piú forti soldati stentano a portare. Per tutte queste cose, e altre simili, i soldati lo amavano e lo consideravano uno di loro, ammirando il suo vigore. Era infatti cosa prodigiosa vedere in un uomo tanto piccolo una cosí grande resistenza alle piú gravose fatiche.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, IV, 7, 3-7)

La Constitutio Antoniniana

Caracalla ammirava oltremodo Alessandro Magno, e forse c’è anche questa ammirazione alla base del provvedimento che, nel 212 d.C., lo vide concedere la cittadinanza romana a tutti i liberi dell’impero (ormai già da molti decenni il diritto romano distingueva genericamente tra honestiores e humiliores, la Constitutio Antoniniana:

«Non appena, però, fu uscito da quell’età, vuoi per effetto dei consigli del padre, vuoi per la sua innata scaltrezza o per il fatto che si era prefìsso di assomigliare ad Alessandro Magno il Macedone, divenne più riservato, più severo, e anche più torvo nell’espressione del viso, al punto che molti non volevano credere che fosse lo stesso che avevano conosciuto da piccolo. Aveva sempre sulle labbra Alessandro Magno e le sue gesta e, quando era in compagnia, lodava di continuo Tiberio e Silla. Era più superbo del padre, e disprezzava profondamente il fratello per il suo atteggiamento molto dimesso.»

(Historia Augusta, Caracalla, 2, 1-3)

L’unico documento che (forse) riportava il testo è il papiro di Giessen, I, 40. Le righe 7-9 sono quelle fondamentali per comprendere la disposizione di Caracalla, ma sfortunatamente è andato perso un frammento che non lascia intendere il senso della frase:

“Concedo a tutti gli stranieri che vivono nell’ecumene la cittadinanza dei Romani … rimanendo … tranne i dediticii.”

Dunque il problema sta nel capire se i peregrini dediticii rientravano nel novero di coloro i quali ricevevano la cittadinanza o meno. Quest’ultimi erano la più bassa categoria sociale, subito prima degli schiavi, ed era composto da popolazioni poco civilizzate, nomadi, schiavi liberati, e coloro i quali avevano combattuto i romani in guerra e si erano arresi (letteralmente il termine significa “coloro i quali si sono dati). Allo stato attuale non è possibile sapere se i dediticii fossero inclusi nel provvedimento, ma tutto lascia supporre che non lo fossero.

In ogni caso, l’evento, che può apparire storico, venne trascurato dai contemporanei e a malapena citato. Cassio Dione riporta che le motivazioni furono puramente fiscali; infatti i provvedimenti imperiali del tardo II secolo – inizio III lasciano intendere che chi acquisiva la cittadinanza al periodo continuava a pagare le imposte precedenti e in aggiunta quelle come cittadino romano. Inoltre Caracalla in questo modo imitava Alessandro, con un presunto universalismo analogo a quello del macedone, e disponeva di molte più reclute per l’esercito.

Riforma monetaria

Caracalla riformò anche la moneta, che a quel tempo conteneva ormai poco meno del 50% di argento. Per sopperire alle perdite dovute al minor valore intrinseco del denario, Caracalla aumentò ulteriormente la paga dell’esercito, da cui era amatissimo, e introdusse una nuova moneta, l’antoniniano.

Le monete rinvenute hanno un peso mai superiore a 1,6 denari; tuttavia non sappiamo se lo scopo fosse quello di ridurre l’inflazione o di produrre più moneta a un costo inferiore. Infatti, mentre alcuni hanno suggerito che che la moneta potesse valere 1,25 denari e quindi cercare di fermare l’inflazione, dall’altro l’ipotesi più accreditata è che il valore fosse di due denari e che quindi in questo modo potesse disporre di più denaro. La Constitutio Antoniniana, che estendeva il pagamento delle tasse dei cittadini romani a tutti, sembrerebbe confermare l’idea che Caracalla avesse bisogno di denaro.

La campagna partica e la morte

Caracalla decise di intraprendere una campagna contro i parti, per imitare il suo mito Alessandro Magno. Pare che creò anche dei reparti di falange macedone (o rinominò soltanto in quel modo), dando anche ai suoi generali i nomi dei compagni di Alessandro. Caracalla convinse il re partico Artabano che volesse sposare la figlia, per unire i due imperi (come aveva fatto Alessandro sposando Rossane e costringendo i macedoni a prendere spose persiane).

Alla fine il re cedette e Caracalla entrò in territorio partico incontrastato, accolto come uno di loro. Durante un banchetto e una festa notturna però l’imperatore diede l’ordine di massacrare tutti, e i romani ottennero un grande bottino. Artabano si salvò miracolosamente, mentre Caracalla, soddisfatto, tornò indietro. Ma, fermatosi a Carre, venne assassinato, forse dietro ordine del prefetto al pretorio Macrino (che gli subentrò come imperatore):

«Successivamente svernò ad Edessa, con l’intenzione di riprendere nuovamente la guerra contro i Parti; fu allora che, essendosi recato a Carre per rendere onore al dio Luno, proprio il 6 aprile, giorno anniversario della sua nascita nonché festa Megalese, venne ucciso a tradimento, mentre si era appartato per fare i suoi bisogni, dal prefetto del pretorio Macrino, che dopo la sua morte si impadronì del potere. Complici dell’assassinio furono Nemesiano, suo fratello Apollinare42 e Tricciano, prefetto della seconda legione e comandante del corpo scelto di cavalleria, ma non ne erano all’oscuro neppure Marcio Agrippa, che comandava la flotta, e inoltre la maggior parte dei funzionari, istigati da Marziale. Venne dunque ucciso nel mezzo del viaggio tra Carre ed Edessa, allorché era smontato da cavallo per orinare e si trovava tra i soldati della sua guardia, tutti complici della congiura. Fu il suo staffiere che, mentre lo aiutava a salire a cavallo, gli affondò un pugnale nel fianco: e tutti proclamarono a una voce che a compiere ciò era stato Marziale.»

(Historia Augusta, Caracalla, 6, 6-7; 7, 1-2)

«Durante il viaggio fu costretto, per soddisfare un urgente bisogno naturale, a ritirarsi in disparte con un solo servo. Tutti dunque si allontanarono, e rimasero in disparte in segno di rispetto. Marziale, che stava sempre pronto a cogliere un’occasione favorevole, vedendo che Antonino era rimasto solo, si avvicinò fingendo che l’imperatore lo avesse chiamato per chiedergli o dirgli qualcosa; e piombandogli addosso mentre si sfilava la veste, lo colpí alle spalle con un pugnale che teneva nascosto a portata di mano. Il colpo, all’altezza della clavicola, riuscí mortale, e Antonino fu ucciso prima che potesse rendersi conto del pericolo. [6] Mentre egli cadeva a terra, Marziale balzò a cavallo e fuggí; ma i cavalieri germani che Antonino prediligeva e che teneva come scorta, essendo meno lontani degli altri, si accorsero per primi dell’accaduto, e inseguirono Marziale, riuscendo a ucciderlo. Il resto dell’esercito, quando seppe ciò che era accaduto, accorse in folla; e Macrino, affrettandosi piú di tutti, si precipitò presso il cadavere con il volto atteggiato a grande dolore. Tutti i soldati soffrirono profondamente per la morte di Antonino; pensavano infatti di aver perduto, piú che un capo, un commilitone e un amico. Peraltro non sospettarono affatto l’insidia di Macrino, e ritennero che Marziale avesse compiuto la sua personale vendetta. Quando tutti furono tornati alle loro tende, Macrino fece ardere la salma, e mandò l’urna contenente le ceneri alla madre, che si trovava in Antiochia, perché provvedesse alla sepoltura. Quella, non appena seppe che l’unico figlio superstite era perito, come l’altro, di morte violenta, si uccise; ma è incerto se l’abbia fatto spontaneamente oppure sia stata obbligata a farlo.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio,
IV, 13, 4-8)

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