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«Rimane ancora da trattare Carino, uomo sconcio quant’altri mai, adultero, abituale corruttore di giovani (mi vergogno a riferire quanto narra in proposito Onesimo) ed egli pure incline ad un uso pervertito del suo sesso. Costui, lasciato dal padre quale Cesare a governare le Gallie, l’Italia, l’Illirico, la Spagna, la Britannia e l’Africa, disponeva del potere proprio di un Cesare, ma con la facoltà di agire in tutto allo stesso modo degli Augusti, e ne approfittò per macchiarsi di vizi spropositati e di ripugnanti sconcezze, per mandare in esilio tutti i migliori fra i suoi amici, per nominare o conservare nelle cariche tutti i peggiori individui, per creare prefetto dell’Urbe uno dei suoi uscieri, cosa che più vergognosa non avrebbe mai potuto pensarsi né dirsi. Uccise il prefetto del pretorio che aveva, e in luogo di esso nominò Matroniano, un vecchio lenone, uno dei suoi segretari, che aveva sempre avuto quale testimone e complice dei suoi stupri e dei suoi atti di lussuria. Si presentò in pubblico come console contro il volere del padre. Inviò al senato lettere arroganti. Promise alla plebaglia di Roma, quasi costituisse il vero popolo romano, i beni dei senatori. A forza di matrimoni e ripudi, arrivò a prendere ben nove mogli, scacciando le più quando erano incinte. Riempì il Palazzo di mimi, meretrici, pantomimi, cantori e ruffiani. Lo infastidiva a tal punto il dover firmare documenti, che destinò a quell’incarico uno sporcaccione, assieme al quale se la spassava sempre verso mezzogiorno, e che ammoniva continuamente ad imitare bene la sua scrittura. Portava gemme nei calzari; usava solo fìbbie gemmate, e anche la cintura era spesso ornata di gemme. Molti Illirici gli davano addirittura il titolo di re. Non si mosse mai per andare incontro ai prefetti e ai consoli. Ricolmò di onori individui abietti, invitandoli sempre alla sua tavola. Nei suoi banchetti faceva imbandire di frequente cento libbre di carne di uccello, cento di carne di pesce, mille di carne di animali vari. Faceva scorrere fiumi di vino, e nuotava tra la frutta e i meloni. Faceva cospargere i triclini e le stanze di rose di Milano. Faceva il bagno in acqua tanto fredda, quale è di solito la temperatura delle celle poste sotto le ghiacciaie, le quali sono sempre mantenute nel gelo. Una volta che, in inverno, era giunto in una località dove vi era una fonte di acqua piuttosto tiepida – come solitamente sgorga di sua natura durante la stagione invernale – e aveva fatto il bagno con essa in una vasca, ebbe a dire – a quanto raccontano – agli inservienti: «Mi avete preparato dell’acqua adatta a una donna!». E questa viene ricordata come la sua frase più famosa. Suo padre, all’udire quello che faceva, esclamava: «Non è mio figlio!». E alla fine aveva deciso di sostituirlo con Costanzo – che in seguito sarebbe diventato Cesare, ma che allora governava la Dalmazia –, giacché nessuno appariva a quel tempo migliore di quell’uomo, e, come riferisce Onesimo, di sopprimerlo. Sarebbe troppo lungo se volessi fermarmi a parlare ulteriormente della sua dissolutezza. Chiunque desidera conoscerne i particolari, si legga anche Fulvio Aspriano, che si sofferma fino alla noia su ogni atto da lui compiuto.»

(Historia Augusta, Caro, Numeriano e Carino, 16,1 – 17,7)

Il primo figlio di Caro era Carino, nato attorno al 250. Quando l’imperatore partì per l’oriente portò con sé il minore Numeriano, lasciando Carino a controllare l’occidente. Vinse anche i germani nel 283; sconfisse anche un usurpatore, a Verona, nel 285, Marco Aurelio Giuliano.

Carino rinviò lo scontro con Diocleziano (a dispetto di quanto sostenga l’Historia Augusta, che lo voglia come dedito a piaceri e dissolutezze di ogni tipo), cercando prima di prendere le truppe di Giuliano. I due eserciti si scontrarono al fiume Margus (Morava).

Nonostante inizialmente Carino avesse la meglio, il suo prefetto al pretorio Aristobulo passò dalla parte di Diocleziano, forse anche uccidendo l’imperatore (il dalmata lo avrebbe poi ricompensato dandogli il consolato e divenendo poi proconsole d’Africa e prefetto dell’Urbe):

«Costui, quando apprese che suo padre era stato ucciso da un fulmine, che il fratello era stato assassinato dal suocero e che Diocleziano era stato proclamato Augusto, si lasciò andare a vizi e delitti ancor più gravi, come se oramai la morte dei suoi congiunti lo avesse reso libero e sciolto dai vincoli di rispetto nei confronti della famiglia. Non gli mancò peraltro forza d’animo nel difendere il proprio potere. Combatté infatti molte battaglie contro Diocleziano, ma nel corso dell’ultima, ingaggiata nei pressi di Margo, venne sconfìtto e ucciso.»

(Historia Augusta, Caro, Numeriano e Carino, 18, 1-2)

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