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«Non appena infatti (Caro) fu eletto imperatore, così scrisse – tra l’altro – all’ordine senatorio: «Bisogna dunque rallegrarsi, o senatori, che sia stato eletto imperatore uno del vostro ordine, nonché della vostra razza. Perciò io porrò ogni sforzo a che non abbiano ad apparire migliori gli stranieri che i vostri concittadini». Anche da questo passo risulta ben chiaro che egli voleva che si pensasse a lui come ad un Romano, cioè uno nato a Roma. Costui dunque, passato attraverso i gradi della carriera civile e militare – come indicano le iscrizioni delle statue a lui dedicate –, fu nominato prefetto del pretorio da Probo e si conquistò tanto affetto presso i soldati che, dopo l’uccisione di un principe così grande quale Probo, apparve in assoluto il più degno di ricevere l’impero. Non ignoro che molti hanno avuto il sospetto, e di fatto l’hanno espresso nei loro resoconti, che Probo fosse ucciso in seguito a un complotto ordito da Caro, ma né i meriti di Probo nei confronti di Caro, né il carattere di quest’ultimo lasciano credere ad una tale ipotesi, anche tenendo conto che Caro vendicò la morte di Probo con grande severità e fermezza. Quanto poi alla considerazione in cui Probo teneva Caro, essa appare da una lettera indirizzata al senato in merito alle cariche a lui conferite: «Probo Augusto saluta il suo devotissimo senato». Si legge fra l’altro: «Il nostro Stato sarebbe fortunato se io avessi un maggior numero di uomini come Caro, o come i più fra di voi, destinati ai vari uffici. Perciò, se siete d’accordo, io propongo di decretare a quest’uomo di antico stampo una statua equestre, e, in aggiunta, di fargli costruire a pubbliche spese una casa, con marmi da me forniti. Conviene infatti che noi abbiamo a ricompensare l’onestà di un tal uomo». E così via.»

(Historia Augusta, Caro, Carino e Numeriano, 5,1 – 6,3)

Marco Aurelio Caro era nato forse a Narbona, in Gallia, attorno al 224. Era prefetto al pretorio di Probo e aveva ricoperto il consolato nel 282, quando nello stesso anno i soldati lo acclamarono imperatore, mentre Probo si preparava a partire contro i persiani.

I soldati erano infatti molto infelici di Probo, che li costringeva a costruire opere pubbliche più che combattere, e anzi andava dicendo che avrebbe posto fine a tutte le guerre (forse congedandoli?). Caro comunque non fece in tempo ad affrontare Probo, che venne assassinato dai suoi soldati.

Tuttavia Caro avrebbe compiuto, nel 283, la campagna persiana come era stata preventivata, mentre nominava i figli Carino e Numeriano Cesari e principi della gioventù; portò con sé il più giovane Numeriano, mentre Carino teneva l’occidente. Prima di combattere i persiani Caro respinse anche sarmati e quadi sul Danubio, riportando il trionfo e ottenendo il titolo di Germanicus Maximus.

La campagna persiana fu un trionfo: i romani presero Ctesifonte, capitale dei persiani, e la Mesopotamia tornava romana. Caro ottenne anche il titolo di Persicus Maximus. Ma, proprio mentre i romani sembravano inarrestabili, Caro venne trovato morto nella sua tenda, non lontano da Ctesifonte. Forse era stato un fulmine a uccidere, per lo spavento, l’imperatore, che aveva avuto la porpora solo per un anno; era infatti il 283 quando morì:

«Con il grande apparato bellico e con tutte le forze apprestate da Probo, Caro, dopo avere per gran parte portata a conclusione la guerra contro i Sarmati che aveva in corso, mosse contro i Persiani e, senza incontrare alcuna resistenza, occupò la Mesopotamia arrivando sino a Ctesifonte; e, approfittando delle lotte intestine dei Persiani, poté guadagnarsi il titolo di «Persico». Ma proprio quando egli – spinto dalla sua brama di gloria e dalle insistenti sollecitazioni del suo prefetto, che mirava alla rovina di lui e di suo figlio, aspirando ad avere il potere – si era addentrato assai profondamente nel territorio nemico, trovò la morte, secondo alcuni per una malattia, secondo i più colpito da un fulmine. Non si può negare che al momento della sua morte si udì all’improvviso un tuono così fragoroso che molti – a quanto si dice – morirono per la paura stessa. Egli dunque, che giaceva ammalato nella sua tenda, allo scoppio di quel tremendo temporale, con lo spaventoso balenare dei lampi e, ancor più spaventoso, come abbiamo detto, il tuono, venne meno.»

(Historia Augusta, Caro, Carino e Numeriano, 8, 1-3)

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