Privacy Policy Società | STORIE ROMANE

Vespasiano: un imperatore muore in piedi

Vespasiano: un imperatore muore in piedi

“Al primo attacco della malattia: «Ahimè», disse, «credo che sto diventando un dio». […] continuava a compiere, come al solito, i suoi doveri d’imperatore, tanto da ricevere le legazioni perfino mentre stava a letto. Ma, quando un improvviso attacco di diarrea lo ridusse allo stremo, disse che «un imperatore doveva morire in piedi»; e, mentre si sforzava di alzarsi, spirò tra le braccia di quelli che lo sostenevano” (Svetonio, vita di Vespasiano 23-24)

I magistrati romani – dai questori ai consoli

I magistrati romani – dai questori ai consoli

«I consoli, prima di guidare le legioni al di fuori dalla città [di Roma], esercitano l’autorità su tutti i pubblici affari a Roma. Gli altri magistrati, ad eccezione dei tribuni della plebe, obbediscono ai loro ordini.[…] Spetta ai consoli occuparsi di convocare i comizi, proporre le leggi e presiedere all’attuazione dei decreti popolari, in quei settori della pubblica amministrazione dove ha competenza il popolo. […] È previsto, infine, che i consoli, al momento di lasciare la loro carica, rendano conto del loro operato al popolo, e non è cosa saggia per i consoli trascurare il favore sia del popolo sia del senato.»

#Polibio, Storie, VI, 12.1-2; VI, 12, 4; 15.10-11

Publio Clodio Pulcro e lo scandalo della Bona Dea

Publio Clodio Pulcro e lo scandalo della Bona Dea

«Publio Clodio, figlio di Appio, è stato colto in casa di Gaio Cesare mentre si compiva il sacrificio rituale per il popolo, in abito da donna, ed è riuscito a fuggire via solo per l’aiuto di una servetta; grave scandalo; sono sicuro che anche tu ne sarai indignato.» (Cicerone, Lettere ad Attico, I, 12,3)

L’Italia romana – la prima Unità della storia

L’Italia romana – la prima Unità della storia

«In tutta Italia Tiberio dispose qua e là distaccamenti militari più numerosi di prima. A Roma costituì una caserma in cui venissero alloggiate le coorti pretoriane, che fino a quel momento non avevano sede fissa ed erano sparse qua e là in diversi alloggiamenti.» (SVETONIO, TIBERIO, 37)

Tu quoque, Brute, fili mi? – Anche tu Bruto, figlio mio?

Tu quoque, Brute, fili mi? – Anche tu Bruto, figlio mio?

Colpito da 23 pugnalate, Cesare cadde a terra morente, proprio di fronte la statua di Pompeo, pronunciando la celebre frase “Tu quoque, Brute, fili mi?”. O meglio, avrebbe detto, stando a Svetonio e anche a Cassio Dione lo stesso, ma in greco: “καὶ σὺ τέκνον?”.

Le assemblee romane – i comizi e il senato

Le assemblee romane – i comizi e il senato

«Quando si esprime un voto secondo le stirpi degli uomini, si hanno i comizi “curiati”; quando [si vota] secondo il censo e l’età, [si hanno i comizi] “centuriati”; quando [si vota] secondo la regioni e i luoghi, [si hanno i comizi] “tributi”» (Aulo Gellio, Noctes Atticae XV, 27, 5)

La popolazione romana era divisa in classi censitarie. La prima classe doveva garantire un patrimonio pari a 100.000 assi, la seconda di 75.000, la terza di 50.000, la quarta di 25.000, la quinta di 12.500. Si continuava poi con i proletarii o capite censi. Nei comizi ogni classe venne divisa in centurie per un totale finale di 193, di cui la prima classe forniva 80 centurie di fanti e 18 erano di cavalieri: ciò significava che i più ricchi decidevano sempre le sorti dell’assemblea, dato anche il fatto che la votazione andava per ordine di classe.

La leggenda degli Orazi e i Curiazi

La leggenda degli Orazi e i Curiazi

“Ormai pareggiate le sorti, ne rimanevano in vita uno per parte, ma ben diversi per animo e per forze: l’uno spingevano baldanzoso al terzo duello il corpo non tocco dal ferro e la duplice vittoria; l’altro trascinando il corpo stanco per le ferite e per la corsa, già vinto dalla precedente strage dei fratelli, si offre ai colpi del nemico vincitore. Non fu vera lotta: il Romano imbaldanzito disse:
«Due ne ho offerti ai Mani dei fratelli; il terzo lo offrirò alla causa di questa guerra, affinché i Romani comandino sugli Albani».
Fattosi sopra l’avversario, che a stento reggeva le armi, gli piantò la spada nella gola, e ne spogliò il cadavere.” (Tito Livio, Ab Urbe Condita I, 25)

La decimazione – la più terribile pena militare romana

La decimazione – la più terribile pena militare romana

«Presso i Romani, le leggi puniscono con la morte non solo la diserzione, ma anche alcune piccole mancanze e, ancor più delle leggi, incutono paura i comandanti; essi, però, distribuendo anche ricompense ai valorosi evitano di apparire spietati da parte di chi viene punito.» (Giuseppe Flavio, guerra giudaica, III, 5.7.103)

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