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Alla morte di Caligola si pose il problema della successione. Quasi tutti i discendenti di Augusto erano morti o assassinati; uno dei pochi rimasti era Tiberio Claudio Druso, nipote di Tiberio e zio di Caligola, sempre escluso dai testamenti in quanto considerato la “pecora nera” della famiglia poiché zoppo e balbuziente.

Claudio

Lo zio paterno Tiberio, quando [Claudio] gli chiese degli incarichi, gli conferì soltanto le insegne consolari, ma, quando egli insistette per assumere la carica effettiva, gli rispose per lettera soltanto questo: «che gli aveva mandato quaranta monete d’oro per i Saturnali e i Sigillari». Allora soltanto, persa ogni speranza di ottenere qualche incarico, si dedicò all’ozio, vivendo in disparte ora nei giardini e nella sua villa suburbana, ora nel suo ritiro in Campania e, poiché frequentava persone assai sordide, si conquistò la fama di avvinazzato e di giocatore d’azzardo, che si aggiunse a quella di imbecillità. Tuttavia, pur vivendo in tal modo, non gli venne mai meno il rispetto degli uomini né il pubblico riconoscimento. I cavalieri lo elessero per due volte come patrono per condurre un’ambasceria per conto loro: una volta quando chiesero ai consoli di portare sulle loro spalle a Roma la salma di Augusto; un’altra volta quando si congratularono con gli stessi consoli per l’eliminazione di Seiano. E anzi, solevano alzarsi in piedi e togliersi il mantello quando egli entrava nel Circo.

(Svetonio, Claudio, 5-6)

Fu proprio Claudio a venire acclamato imperatore dai pretoriani dopo l’assassinio di Caligola, pare mentre si stava nascondendo dietro una tenda nel palazzo imperiale, temendo di essere ucciso:

«Ritiratosi insieme agli altri, quando i congiurati che attentavano alla vita di Caio, con la scusa che l’imperatore voleva stare solo, avevano fatto allontanare la folla, era entrato in una stanzetta chiamata Ermèo. Poco dopo, terrorizzato dai rumori di quell’omicidio, strisciò fino al terrazzo adiacente e si nascose tra le pieghe della tenda della porta. Mentre se ne stava così nascosto, un soldato, che passava di lì per caso, notò i piedi, lo tirò fuori per scoprire chi fosse e, riconosciutolo, mentre quello gli si gettava ai piedi tremante di paura, lo salutò imperatore; quindi lo trascinò presso gli altri suoi commilitoni ancora tutti confusi e tremanti. Questi lo posero su di una lettiga e, poiché i suoi servitori erano scappati, portandolo a turno a spalla, lo accompagnarono sgomento e tremante fino al Castro, mentre la folla che lo incontrava provava pietà per lui, pensando che venisse ingiustamente condotto al supplizio. Lo fecero entrare nel vallo e lì trascorse la notte tra le sentinelle con speranze inferiori alla fiducia. Infatti i consoli avevano occupato il foro e il Campidoglio insieme al Senato e alle coorti urbane, con l’intenzione di restaurare la libertà repubblicana. Claudio, convocato in Senato dai tribuni della plebe per esprimere il suo parere, rispose che «era impedito da cause di forza maggiore». Il giorno seguente, però, poiché il Senato era troppo lento nel perseguire i suoi intenti, vuoi per stanchezza, vuoi per dissensi interni, e la folla d’intorno chiedeva insistentemente che le venisse dato un governatore unico e faceva proprio il suo nome, [Claudio] consentì che l’esercito, riunito in assemblea, gli prestasse giuramento. Promise a ciascuno quindicimila sesterzi e fu il primo tra i Cesari a comprare la fedeltà dell’esercito.»

(Svetonio, Claudio, 10)

Imperatore

Claudio era nato a Lugdunum (l’odierna Lione) nel 10 a.C., durante una campagna militare di suo padre Druso maggiore, fratello di Tiberio. Si vociferava già in antichità, inoltre, che Druso fosse figlio adulterino di Augusto e Livia, mentre lei era ancora sposata con Tiberio Claudio Nerone e che l’imperatore sposò quando era incinta di sei mesi.

Morituri te salutant?

Durante il principato di Claudio si verificò un curioso evento, che avrebbe creato uno dei più grandi disguidi della storia. Un gruppo di gladiatori, pronti a combattere, lo salutarono “Ave Caesar! Morituri te salunt”; il saluto, casuale, viene creduto ancora come solito dai più:

Ave Caesar, Morituri te salutant, Jean-Leon Gérome

«Inoltre, dovendo far prosciugare il lago di Fucino, prima vi fece allestire una naumachìa. Ma, poiché ai combattenti che gli dicevano: «Ave, Cesare, coloro che si accingono a morire ti salutano!», egli aveva risposto: «Non è detto!», nessuno voleva più combattere, deducendo da quella battuta di essere stato graziato. Allora egli, dopo avere esitato a lungo se farli uccidere tutti col ferro e col fuoco, alla fine balzò giù dal suo posto e corse lungo il lago, caracollando in modo alquanto ridicolo, e li spinse a combattere, vuoi con minacce, vuoi con preghiere. In questo spettacolo si affrontarono una flotta sicula e una rodiese, di dodici triremi ciascuna e il segnale di tromba fu emesso da un Tritone d’argento che, grazie ad un congegno meccanico, era emerso dal centro del lago.»

(Svetonio, Claudio, 21)

Politica interna ed estera

Claudio riformò l’amministrazione imperiale, cominciando a dargli una prima burocrazia, che venne affidata in larga parte a liberti imperiali e procuratori equestri, che si occupavano della riscossione delle tasse nelle province imperiali. Vennero istituiti i primi uffici, antecedenti di quelli che si sarebbero istituzionalizzati ai tempi di Costantino: a rationibus, che si occupava della gestione finanziaria, a libellis per le questioni giuridiche, ab epistulis per la corrispondenza.

Creò tre acquedotti, l’Acqua Claudia, l’Aqua Virgo e l’Anio Novus. Dotò Ostia di un nuovo portò che però si insabbiò non molto tempo dopo; il problema sarebbe stato risolto solo da Traiano. Bonificò inoltre la piana del Fucino, con un canale che portava le acque nel fiume Liri: la prima volta il canale era troppo alto per consentire all’acqua di defluire. Il secondo era troppo in basso e l’afflusso eccessivo di acqua uccise molti spettatori.

In ambito militare Claudio doveva mostrare di meritare il ruolo di capo dell’esercito, non avendo alcuna esperienza a riguardo, essendo sempre stato tenuto lontano dalla carriera politico-militare. Decise pertanto di invadere l’isola della Britannia, dove già Cesare aveva tentato due sbarchi. La conquista fu rapida, ma molto più tempo chiese la pacificazione e l’organizzazione della provincia.

Consuetidini e rapporti con il senato

Claudio ricoprì nuovamente la censura, che non veniva assunta da molto tempo:

“Ricoprì anche la carica di censore, che per molto tempo era stata trascurata, dopo i censori Planco e Paolo, ma anche questa in modo poco adeguato e con atteggiamenti e decisioni mutevoli. Durante la rivista dei cavalieri, congedò senza note di demerito un giovane carico d’infamia, che il padre invece asseriva essere a parer suo irreprensibile, dicendo che «quello già aveva il suo censore personale». Si limitò solo ad ammonire un altro, noto come seduttore e adultero, ad «indulgere di meno o con più moderazione alla sua giovinezza» e aggiunse: «Perché, infatti, io debbo sapere chi è la tua amante?». Quando cancellò la nota di demerito apposta a un tale, cedendo alle preghiere dei suoi amici, disse: «La cancellatura tuttavia rimane!».”

(Svetonio, Claudio, 16)

Claudio fu molto attento a chi entrava in senato, decidendo infine di inserire nell’assemblea anche i senatori della Gallia Comata (in cui aveva soppresso ogni forma di culto dei druidi). In un celebre discorso del 48 d.C., riportato da Tacito (che aveva accesso agli atti del senato) e riportato in una tavola rinvenuta a Lione, Claudio perorava la sua idea. I senatori erano inizialmente refrattari alla proposta, ma infine dovettero cedere:

«I miei antenati, al più antico dei quali, Clauso, venuto dalla Sabina, furono conferiti insieme la cittadinanza romana e il patriziato, mi esortano ad adottare gli stessi criteri […] non ignoro che i Giuli vennero da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tuscolo e, per non risalire ad epoche più antiche, furono tratti in Senato uomini dall’ Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia […] A quale altra cagione fu da attribuirsi la rovina degli Spartani e degli Ateniesi, se non al fatto che essi, per quanto prevalessero con le armi, consideravano i vinti come stranieri?Romolo, nostro fondatore, fu invece così saggio che ebbe a considerare parecchi popoli in uno stesso giorno prima nemici e subito dopo concittadini. Stranieri presso di noi ottennero il regno […] O padri coscritti, tutte le cose che si credono antichissime furono nuove un tempo […] Anche questa nostra deliberazione invecchierà, e quello che oggi noi giustifichiamo con antichi esempi, sarà un giorno citato fra gli esempi.»

(Tacito, Annali, XI, 24 )

Le mogli di Claudio

Quando divenne imperatore Claudio era sposato con la giovanissima Messalina (all’epoca sedicenne; l’imperatore aveva trentacinque anni più di lei), che gli diede due figli: Claudia Ottavia e Tiberio Claudio Germanico, che dopo le conquiste paterne divenne noto come Britannico. Tuttavia Messalina aveva un’indole eccessivamente libertina, che mal si conciliava col carattere censorio di Claudio. Nel 48 Messalina sposò il suo amante Gaio Silio mentre Claudio si trovava ad Ostia; l’imperatore la fece condannare a morte:

“Ancora adolescente, ebbe due fidanzate: Emilia Lepida, pronipote di Augusto, e Livia Medullina, detta anche Camilla, dell’antica famiglia del dittatore Camillo. Ripudiò ancora vergine la prima, perché i suoi genitori avevano offeso Augusto, perse la seconda a causa di una malattia, proprio nel giorno fissato per le nozze. In seguito sposò Plauzia Urgulanilla, il cui padre aveva ottenuto l’onore del trionfo e poi Elia Petina, figlia di un ex console. Divorziò da entrambe: da Petina per lievi offese, da Urgulanilla per la sua infamante dissolutezza e anche perché sospettata di omicidio. Dopo queste, sposò Valeria Messalina, figlia di Barbato Messala, suo cugino. Ma dopo che venne a sapere che questa, a parte altre ignominiose scelleratezze, aveva anche sposato Caio Silio, consegnando la dote davanti ai testimoni, la condannò a morte e proclamò in assemblea, davanti ai pretoriani, che, «poiché i matrimoni gli andavano male, avrebbe osservato il celibato e, se non l’avesse fatto, li autorizzava a ucciderlo con le loro stesse mani».”

(Svetonio, Claudio, 26)

Tuttavia, nonostante la promessa fatta ai pretoriani, Claudio convolò a nozze un’ultima volta, la quarta, con la nipote Agrippina minore, figlia del fratello Germanico.

«Ma poi, conquistato da Agrippina, figlia di suo fratello Germanico, che lo sedusse usando pretestuosamente baci ed effusioni a lei consentite dal legame di parentela, subornò alcuni, affinché proponessero nella successiva seduta del Senato di costringerlo a sposarla, come se ciò fosse importantissimo per la Ragion di Stato e di dare a tutti la licenza di contrarre matrimoni di tal genere, fino a quel momento ritenuti incestuosi. E il giorno dopo celebrò le nozze ma non si trovò nessuno che seguì il suo esempio, tranne un liberto e un centurione primipilo ed egli stesso partecipò con Agrippina alla celebrazione di quelle nozze.»

(Svetonio, Claudio, 26)

Svetonio però più avanti non fa che sottolineare la sbadatezza di Claudio:

Nerone e Agrippina

“Tra l’altro, meravigliava tutti per la sua smemoratezza e la sua distrazione, o per dirla alla greca, la μετεωρίαν e l’ἀβλεψίαν. Fatta uccidere Messalina, poco dopo nel triclinio chiese «come mai l’imperatrice non fosse ancora arrivata». Fece chiamare al Palazzo, per una consulenza o per una partita a dadi, molti di coloro che aveva condannato a morte il giorno prima e mandò alcuni messi a rimproverarli, in quanto ritardatari, di essere dei dormiglioni. Mentre si accingeva a sposare, contro ogni regola, Agrippina, non smise di chiamarla in ogni suo discorso «figlia sua, sua pupilla, nata e cresciuta sul suo grembo».”

(Svetonio, Claudio, 39)

In ogni caso Agrippina era ormai moglie dell’imperatore e aveva portato con sé nella domus imperiale il figlio avuto dal precedente matrimonio, Lucio Domizio Enobarbo, che infine Claudio adottò: prese il nome di Nerone e sposò Ottavia.

La morte

Dopo quattordici anni di principato, all’età di sessantaquattro anni, nell’ottobre del 54 d.C., Claudio morì. L’ipotesi più probabile è che dietro ci fosse la mano di Agrippina, volenterosa di vedere il proprio figlio Nerone come princeps:

«È opinione unanime che egli sia stato ucciso col veleno ma dove e per mano di chi, questo non si sa per certo: alcuni raccontano che fu avvelenato in Campidoglio dall’eunuco assaggiatore Aloto, mentre era a banchetto con i sacerdoti; altri invece sostengono che ciò avvenne durante un pranzo in famiglia, per mano della stessa Agrippina, che gli aveva imbandito un fungo avvelenato, poiché egli era assai ghiotto di quel cibo. Anche riguardo a quel che successe subito dopo, c’è discordanza: molti dicono che, appena ebbe assimilato il veleno, si ammutolì e, straziato dai dolori per tutta la notte, morì all’alba; altri sostengono che, dopo uno stato di torpore iniziale, abbia poi vomitato tutto il cibo che gli era tornato su, e quindi gli fu propinato dell’altro veleno, versato forse in una minestra di farro, con la scusa di farlo riprendere con del cibo, poiché era esausto, oppure in un clistere somministratogli col pretesto di aiutarlo in tal modo a smaltire l’indigestione.»

(Svetonio, Claudio, 44)

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