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«Clodio Albino era di familia nobile, nativo di Adrumeto in Africa. Perciò interpretava a proprio favore l’oracolo in cui, come abbiamo detto nella vita di Pescennio, veniva lodato Severo, rifiutando che fosse riferito a lui l’accenno al «pessimo Albo», che si trovava nel medesimo verso in cui erano contenute la lode nei confronti di Severo e l’esaltazione nei confronti di Pescennio.»

(Historia Augusta, Clodio Albino, 1, 3-4)

“Ma per tornare a lui, Albino, come ho detto, era nativo di Adrumeto, ma di stirpe nobile in quella terra e che traeva origine da famiglie romane, quelle, cioè, dei Postumii, degli Albini e dei Ceionii. Questa famiglia ancor oggi, o sommo Costantino, è assai illustre, da te elevata in passato e destinata ad esserlo ancora, come già ebbe ad accrescere grandemente il suo prestigio grazie al favore di Gallieno e dei Gordiani. Costui tuttavia nacque in una casa modesta e povera, ma da genitori virtuosi, Ceionio Postumo il padre e Aurelia Messalina la madre, e fu il loro primogenito. Poiché quando venne tratto dal grembo della madre – contrariamente a quanto avviene di solito per i bambini che, al momento della nascita, hanno la pelle rossastra – era di carnagione bianchissima, gli fu dato il nome di Albino. Che questo è vero lo prova una lettera del padre mandata a Elio Bassiano, che era allora proconsole d’Africa, e che – a quanto sembra – era loro parente. Ecco la lettera di Ceionio Postumo a Elio Bassiano: «Il 25 novembre mi è nato un figlio, di carnagione tanto chiara in tutto il corpo, già appena nato, da superare in candore i panni di lino in cui è stato avvolto. Perciò, all’atto del riconoscimento, l’ho inserito nella famiglia degli Albini, cui entrambi siamo imparentati, imponendogli il nome di Albino. Conserva l’amore che hai per lo Stato, per te stesso e per noi».”

(Historia Augusta, Clodio Albino, 4, 1-7)

Clodio Albino era originario di Adrumeto in Africa, dove era nato attorno al 145, e vantava una discendenza con molte famiglie nobili, come i Ceioni, gli Albini (il nome che gli diede la madre vista la sua pallidezza e una parentela con la famiglia), i Postumi.

«Giunse all’impero quando già era piuttosto anziano e più vecchio di Pescennio Nigro, come afferma Severo nella sua Autobiografia. Ma questi, dopo aver sconfitto Pescennio, poiché da una parte desiderava conservare l’impero per i suoi figli, e dall’altra vedeva il grande favore del senato nei confronti di Clodio Albino, in quanto personaggio di antico lignaggio, gli inviò, tramite certi emissari, una lettera di tono assai affettuoso e amichevole, in cui lo invitava, visto che Pescennio Nigro era stato eliminato, a governare assieme a lui lealmente lo Stato.»


(Historia Augusta, Clodio Albino, 7, 1-2)

L’Historia Augusta insiste particolarmente sui presagi del suo destino e sul fatto che Commodo avesse deciso dargli la possibilità di chiamarsi Cesare e indossare il mantello color porpora, ma non esistono particolari prove a riguardo. Fatto sta che fu proprio Settimio Severo a nominarlo suo Cesare, dopo che Albino era stato acclamato imperatore (e inizialmente aveva forse appoggiato Didio Giuliano, anche dal quale era stato nominato Cesare).

Tuttavia dopo la morte di Pescennio Nigro pare che Settimio Severo decise di liberarsi dello scomodo co-imperatore. Inviò delle lettere ad Albino, in cui allegava delle istruzioni per l’impero. Ma i legati avevano il compito di dire che in privato avrebbero detto il resto, con lo scopo segreto di assassinarlo. Albino fiutò il tranello e decise di torturarli, scoprendo il piano di Severo.

Fu così che Albino decise di andare incontro a Severo, da cui però venne sconfitto nella battaglia di Lugdunum e poi ucciso, nel febbraio del 197. Severo, per mandare un monito ai senatori, che amavano particolarmente Albino, inviò la sua testa a Roma e mandò a morte tutti quelli che lo avevano appoggiato, dopo aver rinvenuto il suo epistolario, che conteneva i nomi di chi lo sosteneva:

«Allora, svelata ormai ogni cosa e scoperto il complotto, Albino, comprendendo che i suoi sospetti erano fondati, raccolse un grosso esercito e mosse contro Severo e i suoi generali. E in un primo scontro egli riuscì ad avere la meglio sui generali di Severo, ma poi Severo stesso, dopo aver ottenuto dal senato che Albino fosse dichiarato nemico pubblico, marciò contro di lui ingaggiando una lotta accanitissima e violentissima in Gallia, non senza alternanza di fortuna. Infine, preoccupato della situazione, Severo consultò gli àuguri: gli fu risposto – come riferisce Mario Massimo – che Albino sarebbe caduto, sì, nelle sue mani, ma né vivo né morto. Ciò che in effetti avvenne. Infatti, nel corso della battaglia decisiva, dopo che erano stati uccisi un gran numero dei suoi, moltissimi messi in fuga, e molti anche si erano arresi, Albino si diede alla fuga e, secondo quanto affermano in molti, si trafisse con le proprie mani, o, come vogliono altri, colpito da un suo servo fu portato fra la vita e la morte al cospetto di Severo – col che ebbe adempimento la profezia che era stata in precedenza fatta –: molti poi sostengono che ad ucciderlo furono i soldati, che cercavano, con la sua uccisione, di guadagnarsi il favore di Severo. […] Fatta tagliare la testa di Albino, la fece sfilare in cima ad una picca, e la inviò a Roma accompagnandola con una lettera al senato, in cui ne insultava i membri perché avevano tanto amato Albino da colmare di grandi onori i suoi parenti, e particolarmente il fratello. Si narra che il corpo di Albino rimase parecchi giorni dinanzi al quartier generale di Severo sino a mandar fetore, finché, dopo essere stato straziato dai cani, fu gettato nelle acque del fiume.»

(Historia Augusta, Clodio Albino, 8,4 – 9,7)

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