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«[Commodo] nacque insieme col fratello gemello Antonino il 31 agosto dell’anno in cui erano consoli suo padre e suo zio paterno, a Lanuvio, dove si dice sia nato anche il nonno materno. Faustina, mentre era gravida di Commodo e di suo fratello, sognò di partorire dei serpenti, fra i quali però uno era particolarmente feroce. Dopo che poi ebbe dato alla luce Commodo e Antonino, quest’ultimo – che pure gli astrologi predicevano avere, secondo il corso degli astri, lo stesso destino di Commodo – a soli quattro anni morì.»

(Historia Augusta, Commodo, 1, 2-4)

Delacroix – La morte di Marco Aurelio

Commodo nacque il 31 agosto del 161, nello stesso anno in cui Marco Aurelio e Lucio Vero diventarono imperatori. Fu l’unico dei figli maschi sopravvissuti di Marco, mentre la sorella Lucilla sposò Lucio Vero, a cui era stata promessa lo stesso anno (e che sposò poco tempo dopo) e, quando questo morì, Tiberio Claudio Pompeiano, uno dei principali comandanti durante le guerre marcomanniche, dietro pressione ancora una volta del padre Marco Aurelio.

Quando Marco Aurelio morì, il 17 marzo del 180, Commodo aveva appena diciott’anni; nonostante l’Historia Augusta si mostri risoluta nel mostrarlo come un depravato dedito solo ai piaceri, Erodiano invece mostra come Marco Aurelio fosse titubante nel dare il potere al figlio, che semplicemente non era pronto per il suo compito. Il padre non se la sentì di non confermare il figlio come successore:

«[Marco Aurelio] Con la mente agitata da questi pensieri, convocò gli amici e i familiari, che erano al suo seguito; e quando tutti furono riuniti, tenendosi vicino il figlio, si sollevò alquanto dal letto e cominciò a parlare in questo modo: «Non mi meraviglio che voi siate addolorati vedendomi in tali condizioni: l’uomo è naturalmente incline a dolersi per le sventure dei familiari, e i mali che cadono sotto i nostri occhi provocano pietà ancor maggiore. Io però credo di potermi aspettare da voi ancora di piú: infatti, in base al modo in cui mi sono comportato nei vostri riguardi, ho ragione di sperare da voi ricambio di affetto. Ora si presenta la buona occasione, per me, di constatare che non invano per tanto tempo vi ho amato e onorato, e per voi di ricambiarmi, mostrando che non siete immemori di ciò che avete ottenuto. Vedete questo mio figlio, che voi stessi avete cresciuto; egli può appena dirsi un giovanetto, e ha bisogno di guida, come un battello nel tumulto dell’uragano, per non essere spinto al male dall’ignoranza di ciò che è necessario. Prendete dunque il mio posto presso di lui, dividendo fra molti l’ufficio di un padre; seguitelo, e consigliatelo per il meglio. Infatti non c’è ricchezza, per quanto grande, che valga contro la sregolatezza della tirannide, e non c’è guardia del corpo capace di sostenere un principe, se egli non è circondato dalla benevolenza dei sudditi. E quelli che ispirarono ai sudditi, non il timore per la loro crudeltà, ma la gratitudine per la loro generosità, piú a lungo degli altri conservarono il potere senza pericolo. Infatti non coloro che servono per forza, ma coloro che ubbidiscono per convinzione perseverano nel trattare e nel lasciarsi trattare con sincerità e senza ipocrisia. E nessuno giammai si ribella se non vi è costretto dalla prepotenza e dall’iniquità. È difficile, per chi ha il potere, moderarsi e porre un limite alle passioni. Ammonendo mio figlio su queste difficoltà, e ricordandogli ciò che ora ascolta, farete di lui un ottimo principe per se stesso e per tutti; tributerete il migliore omaggio alla mia memoria, e anzi solo cosí potrete renderla eterna». Mentre diceva queste cose, Marco fu colpito da un collasso, e tacque; poi, per la debolezza e lo scoramento, si abbatté disteso sul letto. E pietà prese tutti gli astanti; sicché alcuni, non riuscendo a trattenersi, cominciarono a piangere e a lamentarsi. Egli poi, dopo esser vissuto ancora una notte e un giorno, morí, lasciando il rimpianto agli uomini del suo tempo, e un eterno ricordo alle generazioni future.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, 4, 1-7)

Imperatore

«Licenziò i funzionari più anziani di suo padre, allontanò i suoi vecchi amici. Cercò di attrarre a una vita dissoluta il figlio del generale Salvio Giuliano, ma senza successo: per vendicarsi tramò insidie contro Giuliano. Tutte le persone più oneste le allontanò o coprendole direttamente di insulti infamanti, o degradandole ad uffici del tutto indegni di loro. Certi commedianti avevano fatto allusione alle sue perversioni sessuali: egli li fece subito deportare così che non si vedessero più in scena. Abbandonò poi la guerra che il padre aveva quasi condotto a conclusione, accettando passivamente le condizioni imposte dal nemico, e fece ritorno a Roma. Là giunto, celebrò il trionfo facendo prendere posto dietro di sé sul carro al suo partner di perversione Saotero, e più volte si rigirava a baciarlo alla vista di tutti. La stessa cosa faceva anche sui banchi del teatro. E se fino a giorno fatto si ubriacava e gozzovigliava dissanguando le risorse dell’impero romano, anche durante la sera vagava tra le bettole recandosi nei postriboli. Mandava a governare le province individui che o erano gli stessi complici dei suoi vizi o gli erano stati raccomandati da delinquenti. Venne talmente in odio al senato, che a sua volta divenuto, sentendosi disprezzato, crudele, finì per infierire senza pietà contro quell’illustre ordine.»

(Historia Augusta, Commodo, 3, 1-9)

Commodo decise di abbandonare le conquiste del padre oltre il Danubio e di ritornare a Roma. Era stato nominato Cesare e aveva ricevuto la tribunicia potestas nel 177. Strinse la pace con i barbari, contro i consigli dei collaboratori paterni e fermò le persecuzioni contro i cristiani che c’erano state sotto il padre. Probabilmente diversi dei suoi collaboratori lo erano.

Tuttavia il suo atteggiamento libertino e l’amore per i giochi e gli spettacoli, e la poca cura che riponeva nel governo, spinse la sorella Lucilla e il consolare Ummidio Quadrato, a organizzare una congiura, fallita, per eliminarlo:

«Le scelleratezze della vita di Commodo spinsero Quadrato e Lucilla a ordire una congiura per ucciderlo, non senza la complicità del prefetto del pretorio Tarrutenio Paterno. L’incarico di eseguire l’attentato venne affidato ad un parente, Claudio Pompeiano. Questi, entrato alla presenza di Commodo col pugnale sguainato e avendo l’occasione buona per agire, se ne venne fuori con queste parole: «Il senato ti manda questo pugnale», svelando così stupidamente il complotto e fallendo l’attuazione della congiura, nella quale erano implicate, oltre a lui, molte persone. Dopo di ciò furono messi a morte prima Pompeiano e Quadrato, poi Norbana e Norbano, nonché Paralio; la madre di questo e Lucilla vennero mandate in esilio.»

(Historia Augusta, Commodo, 4, 1-4)

La congiura, avvenuta nel 182, era fallita. Ma da allora Commodo, sconsolato, si ritirò dagli affari pubblici, che delegava ad altri, preferendo dedicarsi agli spettacoli gladiatori, che amava oltremodo:

«Dopo quanto avvenuto Commodo si mostrava difficilmente in pubblico, e non voleva che gli venissero portati messaggi senza che prima se ne fosse occupato Perenne. Perenne, poi, che sapeva tutto del carattere di Commodo, trovò il modo di diventare lui stesso potente. Persuase infatti Commodo a dedicarsi completamente ai suoi divertimenti, mentre lui, Perenne, si assumeva le cure del governo; ciò che Commodo accettò con entusiasmo. Vivendo dunque secondo questo accordo, se la spassava nel Palazzo gozzovigliando tra banchetti e bagni in compagnia di trecento concubine, che aveva radunato scegliendole fra le matrone e le meretrici per la loro bellezza, e di giovanetti pervertiti, anch’essi in numero di trecento, che aveva raccolto a viva forza o comprandoli, tanto fra il popolo quanto di mezzo alla nobiltà, e avendo quale criterio di scelta l’avvenenza. Di tanto in tanto, in veste di sacerdote, immolava vittime. Si cimentava in duelli in qualità di gladiatore, usando nell’arena dei bastoni, mentre, quando combatteva con gli inservienti di corte, con armi talvolta affilate. Intanto comunque Perenne aveva avocato a sé ogni potere; metteva a morte chi voleva, spogliava dei beni moltissime persone, sovvertiva tutte le leggi, si accaparrava tutto ciò che poteva arraffare. Dal canto suo Commodo fece uccidere la sorella Lucilla dopo averla confinata a Capri. Poi, dopo aver violentato, a quanto si dice, tutte le altre sorelle, e aver anche avuto rapporti con una cugina del padre, arrivò a dare il nome della madre a una delle sue concubine. Sua moglie, che aveva sorpreso in adulterio, la cacciò di casa, poi la fece deportare, e infine la fece uccidere. Ordinava che le stesse sue concubine venissero violentate sotto i suoi occhi. Né era esente dall’ignominia di essere stato oggetto di rapporti omosessuali con giovani, e non c’era parte del suo corpo, compresa la bocca, che non fosse stata contaminata da aberrazioni sessuali in rapporto ad entrambi i sessi.»

(Historia Augusta, Commodo, 5, 1-11)

Gladiatore

«Fin qui le sue azioni, sebbene fossero indegne di un imperatore, gli conferivano agli occhi della plebe il prestigio del valore e della destrezza; ma quando egli scese nell’anfiteatro, e, spogliatosi dei suoi abiti, cinse le armi per impegnare combattimenti da gladiatore, allora il popolo vide uno spettacolo ripugnante: un imperatore romano di nobile stirpe, dopo tanti trionfi del padre e degli avi, cingeva armi che non erano quelle del soldato, e non servivano per combattere i barbari, come si addice allo stato romano; anzi infangava la propria maestà con un abito turpe e dispregiato. Egli naturalmente, nel combattere, superava facilmente gli avversari, e riusciva a ferirli: poiché tutti si lasciavano battere, cedendo al sovrano se non al guerriero. E giunse a tal punto di follia, che non voleva piú nemmeno abitare il palazzo imperiale, e meditava di trasferirsi alla caserma dei gladiatori; inoltre rinunciò al nome di Ercole, e si fece chiamare con il nome di un gladiatore famoso che era morto qualche tempo prima. Ordinò poi di togliere la testa alla statua colossale che rappresenta il Sole, ed è oggetto di venerazione da parte dei Romani, e vi sostituí la propria effigie, iscrivendo sulla base, come è consuetudine, i titoli imperiali suoi e del padre; ma, in luogo di «vincitore sui Germani» vi fece iscrivere «vincitore su mille gladiatori».»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, 15, 7-9)

Commodo

Messi da parte gli affari pubblici, Commodo cominciò a passare sempre più tempo nel Colosseo, fino a voler scendere lui stesso nell’arena, azione considerata infamissima, in quanto chi vi partecipava era solitamente uno schiavo. Non solo, partecipava ai combattimenti travestito da Ercole, con una clava e una pelle di leone.

Commodo era ormai impazzito e, racconta Cassio Dione, in un’occasione decapitò uno struzzo e procedette verso i senatori seduti con la sua testa in una mano e il gladio nell’altra, limitandosi a scuotere la testa e sghignazzare. Fu proprio la prontezza di Cassio Dione a salvare tutti; infatti prese una foglia dell’alloro che aveva in testa e prese a masticarla, facendo cenno agli altri di imitarlo, in modo da nascondere il riso (Cassio Dione, Storia Romana, 72, 21, 2).

«Tuttavia, nonostante questo fosse il suo tenore di vita, durante il suo impero furono vinti, grazie all’azione dei suoi comandanti, i Mauri e i Daci, e vennero pacificate la Pannonia e la Britannia, mentre in Germania e in Dacia i provinciali si sollevavano contro il suo potere; ma tutti questi moti furono sedati dai suoi generali. Commodo era pigro e svogliato anche per sottoscrivere i documenti, tanto che rispondeva a molte petizioni con un’unica medesima formula, e in moltissime lettere scriveva soltanto «Vale». Tutti gli affari erano trattati da altri personaggi, che si dice riuscissero a volgere a vantaggio della loro borsa persino le condanne. A causa di questa sua trascuratezza, poiché coloro che gestivano allora l’amministrazione dello Stato rubavano persino sui rifornimenti annonari, ebbe anche a scoppiare a Roma una grave carestia, benché non ci fosse deficienza di prodotti. In seguito questi individui che facevano razzia di ogni cosa Commodo li mise a morte e ne fece proscrivere i beni. Ma egli a sua volta, volendo far apparire che era tornata un’età dell’oro chiamata «Commodiana», impose un abbassamento dei prezzi, con cui finì per rendere più grave la carestia.»

(Historia Augusta, Commodo, 13, 5-8; 14, 1-3)

Morte

«Sotto la spinta di questo stato di cose – sebbene troppo tardi – il prefetto Quinto Emilio Leto e la sua concubina Marcia ordirono una congiura per assassinarlo. E in un primo tempo gli somministrarono del veleno: ma poiché questo non si mostrava efficace, lo fecero strangolare da un atleta con il quale era solito allenarsi.»

(Historia Augusta, Commodo, 17, 1-2)

Alla fine, dopo diverse congiure sventate, Commodo fu strangolato da Narciso, il gladiatore con cui si allenava, dopo un primo tentativo di avvelenarlo. La congiura era stata organizzata da Marcia, concubina dell’imperatore, e Emilio Leto, prefetto al pretorio. Pare che un ragazzino con cui giocava l’imperatore, ribattezzato da lui Filocommodo, trovò un foglietto di carta, e non sapendo leggere lo usava per giocare. Lo diede poi a Marcia, che lesse su quel foglio la lista di persone che l’imperatore voleva far uccidere, e c’era anche lei. La congiura fu organizzata rapidamente, ma riuscì (ce n’erano state diverse negli anni precedenti). Era il 31 dicembre 192 d.C. Il primo gennaio del 193 sarebbe diventato imperatore il prefetto dell’Urbe Pertinace, già comandante durante le guerre marcomanniche.

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