Privacy Policy Da Ben-Hur a Ben-Hur | STORIE ROMANE

Nel 1959 usciva un classico del cinema e del genere peplum: Ben Hur di William Wyler, tratto dal romanzo omonimo di Lew Wallace. Con tutte le sue limitazioni il primo Ben Hur ha fatto la storia. Nel 2016 esce un nuovo adattamento cinematografico, diretto da Timur Bekmambetov, che non solo è cinematograficamente nettamente inferiore al primo, ma trasmette messaggi ancora più negativi e fuorvianti sulla storia di Roma (non che il primo ne fosse esente, anzi).

Gli autori sono riusciti perfino a travalicare il messaggio anti-romano di Ben-Hur. Inizialmente il film sembra decisamente neutrale, senza voler essere eccessivamente di parte.

Tuttavia andando avanti la pellicola si trasforma sempre di più, tra personaggi stereotipati, situazioni al limite del paradosso, messaggi filocristiani e antinazisti più o meno velati (dove ovviamente i romani fanno la parte dei nazisti).

Inoltre il film stravolge la trama originaria del libro, seguita abbastanza fedelmente dall’adattamento cinematografico del 1959: fin dall’inizio il film prende una piega diversa, con il “povero” Messala che, per conquistare Tirzah, la sorella di Ben-Hur, si dà alla vita militare (seguendo uno stereotipo “cavalleresco” di tipo medievale in cui il cavaliere conquista la damigella con le sue prodezze).

La banale motivazione dell’allontanamento di Messala serve come scusa per mostrare il suo cambiamento: ora è uno spietato centurione romano, a cui interessa solo l’interesse di Roma.

Successivamente la trama diverge nuovamente: Ben-Hur salva un certo Disma (di cui parlerò tra poco), uno zelota che combatte i romani. I romani passano ovviamente come oppressori, come se Gerusalemme fosse Varsavia occupata dai nazisti.

ponzio-pilato

Quando Ben-Hur e Messala si ritrovano, quest’ultimo chiede al principe giudeo di aiutarlo a fermare la sedizione. Tuttavia pochi giorni dopo entra a Gerusalemme Ponzio Pilato, scortato da Messala e da una legione. Ma quando passa vicino casa di Ben-Hur Disma prova a assassinare il prefetto/procuratore romano (un’iscrizione a Cesarea Marittima, in Palestina, ci fornisce il titolo di prefetto e non quello riportato da Tacito di procuratore).

Disma fugge, e quando Messala piomba nella casa di Ben-Hur, la casa dove lui stesso era cresciuto (Messala era stato “adottato” in quanto la famiglia era caduta in disgrazia quando il nonno aveva parteggiato contro Cesare – altro motivo del tentativo di Messala di “farsi onore” sotto le armi), non può fare altro che arrestare Ben Hur, sua madre e sua sorella. La moglie Esther tuttavia riesce a fuggire.

Ben Hur finisce quindi condannato “alle galee“. Qui ci sono due errori gravi: il primo – da imputare forse alla traduzione italiana – è l’infelice uso della parola galea, che è un’imbarcazione medievale. Il secondo, collegato al primo (le galee veneziane, ad esempio, erano piene di rematori della più infima estrazione sociale), era sulla natura schiavile dei rematori della flotta romana.

I classiarii, infatti, erano sostanzialmente equiparati ai legionari, reclutati fra i peregrini, e al termine del servizio – di 26 anni -, venivano congedati esattamente come gli ausiliari e ricevevano la cittadinanza romana.

ben-hur2016

Risulta poi superfluo sottolineare l’uso e l’attenzione eccessiva sul tamburo (ovviamente non utilizzato all’epoca), teso a inquadrare la spersonalizzazione di Ben-Hur e dei suoi compagni come schiavi, che vengono chiamati come numeri. La redenzione di Ben-Hur, inoltre, non avviene come nel libro e nel precedente film, con il salvataggio di Quinto Arrio (e la successiva adozione e concessione della cittadinanza romana a Giuda Ben-Hur), ma alla sua rocambolesca sopravvivenza (mentre Arrio, dipinto come un gerarca nazista, fa un’orrenda fine), alla deriva in mare su una zattera: a un certo punto il film sembra trasformarsi in un Moby Dick o in un Robinson Crusoe.

Tuttavia andando avanti le cose non fanno altro che peggiorare: Ben-Hur viene salvato da un Morgan Freeman – Ilderim – che non fa altro che parlare male dei romani – dipingendoli come nazisti – e che bisogna abituarsi alla realtà. Giuda riesce a dimostrare il suo valore con i cavalli e ottenere di correre a Gerusalemme, evitando di essere consegnato ai romani come schiavo fuggitivo.

Tuttavia Ben-Hur è ancora “ricercato” e allora il film ci propone un’adeguata soluzione al problema, degna del rispetto e dell’idea che si ha della civiltà romana: basterà corrompere i romani con una montagna d’oro per risolvere il problema e, ovviamente, Ponzio Pilato accetta l’offerta di Ilderim.

Ben Hur comunque non riesce ad attendere e prima entra in contatto con la moglie Esther (resasi una fervente seguace di Cristo) – e scopre che la madre e Tirzah sono malate di lebbra e non morte – ma decide di affrontare Messala, colpendolo, ma poi fuggendo quando scopre che il romano gli aveva teso un’imboscata.

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Ciò che segue è forse la più squallidamente sottile rappresentazione dei romani come nazisti che si sia mai vista: Messala e Ponzio Pilato decidono di fare una “rappresaglia” per il gestaccio di Ben-Hur. Ciò che segue è un vero e proprio rastrellamento in stile SS con i romani esaltati che dicono di valere “20 giudei a uno“, mettendoli contro un muro come se dovessero fucilarli. Esther si salva miracolosamente al rastrellamento e cerca di dissuadere, invano, il marito a gareggiare.

Parte così la gara, che segue più o meno fedelmente quella della pellicola del 1959: tuttavia risulta fastidiosa l’insistenza sull’idea che ogni auriga o quasi sia destinato a morire in gara e che il vincitore sarà l’ultimo a sopravvivere; un’idea plasmata sulla concezione di combattimenti a morte di gladiatori che nella realtà non avveniva (i gladiatori avevano arbitri che li dividevano come si fa oggi per i pugili e fino al III secolo furono banditi i combattimenti all’ultimo sangue, oltretutto formare e mantenere un gladiatore era costoso e i combattimenti erano mediamente solo un paio l’anno per ogni gladiatore).

Ben Hur, vestito nuovamente di bianco e al comando di quattro cavalli bianchi (e Messala vestito di nero e al comando di quattro cavalli neri, esattamente come nel 1959), vince la gara. Messala è gravemente ferito, ma sopravvive. Ben-Hur si ricongiunge alla madre e la sorella, miracolosamente guarite in quanto Ben-Hur ora “crede” in Cristo e liberate dall’ormai ricchissimo Ilderim.

Il film si chiude con la crocifissione di Cristo, che ha al suo fianco un certo San Disma: infatti lo zelota che ha costretto Ben-Hur in schiavitù è il famoso ladrone pentitosi in croce. Il fatto che abbia fatto massacrare due interi popoli passa totalmente in secondo piano. Infine anche Messala, che ha perso una gamba, si “converte” e il film termina con una scenetta tragicomica di “vissero tutti felici e contenti” con la famiglia Ben-Hur-Messala riunita e quest’ultimo che finalmente ha conquistato Tirzah.

Ultimo ma non ultimo, un appunto su costumi e scenografia: il film vive una serie impressionante di alti e bassi. Ci sono ambientazioni suggestive, stanze ben ricostruite, vesti convincenti, le phalarae sulle armature dei centurioni, che si alternano alle solite armature e scudi improponibili che possiedono i legionari romani. E’ così difficile copiare uno scutum e una lorica segmentata dalla colonna traiana? O lo fate per partito preso?

 

 

P.s. Per quanto riguarda la sceneggiatura, vi è una totale incomprensione della schiavitù romana, intesa come sfruttamento di tipo colonialistico ottocentesco, e averla affidata a John Ridley – autore di 12 anni schiavo – non fa altro che reiterare un’idea ridondante e fallace della schiavitù romana in salsa nero-afroamericana ottocentesca che non c’entra nulla con la storia di Roma.

 

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