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Alla morte di Probo era diventato imperatore Caro e poi i suoi figli Numeriano e Carino. A quest’ultimo si contrappose il comandante delle guardie di Numeriano e console suffetto nel 283 Gaio Aurelio Valerio Diocleziano; aveva infatti romanizzato il suo nome Diocle e si era dato il gentilizio di Aurelio.

Acclamato a Nicomedia nel 284, mosse contro Carino, vincendolo a Margus, nel settembre del 285; pare che Carino stesse vincendo lo scontro, quando le sue truppe decisero di ucciderlo. Circolavano voci secondo cui fosse stato un tribuno, per vendicarsi dell’imperatore che aveva sedotto sua moglie (l’Historia Augusta non fa altro che mettere in risalto i vizi dell’imperatore).

La tetrarchia

Divenuto imperatore, Diocleziano riuscì finalmente a porre fine all’anarchia militare che da cinquant’anni era parte integrante dell’impero. Decise fin da subito di associare a sé un suo collega d’armi, un soldataccio di nome Massimiano, cui diede l’occidente. Il suo scopo era tenere a bada le rivolte e le infiltrazioni barbare, mentre in Britannia Carausio governa l’isola come usurpatore, seguito poi da Alletto. Sarà soltanto Costanzo Cloro a porre fine alla ribellione, nel 296, riportando infine l’impero alla sua unità e stabilità.

«Nello stesso periodo il cesare Costanzo Cloro combatté in Gallia con fortuna. Presso i Lingoni in un solo giorno sperimentò la cattiva e la buona sorte. Poiché i barbari avanzavano velocemente, fu costretto ad entrare in città, e per la necessità di chiudere le porte tanto in fretta, da essere issato sulle mura con delle funi, ma in sole cinque ore arrivando l’esercito fece a pezzi circa sessantamila Alemanni.»

(Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9, 23)

Infatti Diocleziano aveva deciso nel 293 di perfezionare il sistema, creando la Tetrarchia (“il governo dei quattro”), affiancando ai due Augusti (che ricevevano il nome rispettivamente di Iovio ed Erculio, a segnare la supremazia di Diocleziano; questo stazionava perlopiù a Nicomedia, mentre Massiminiano a Milano) due Cesari, Costanzo Cloro per Massimiano e Galerio per Diocleziano. Quest’ultimo poi enfatizzò la figura del principe, tanto che da questo periodo si comincia a parlare di dominato: l’imperatore era dominus et deus, quasi irraggiungibile nella sua sacralità, e chi lo incontrava doveva prostrarsi ai suoi piedi.

Non solo, ai Cesari, che sarebbero dunque subentrati agli Augusti, per poi nominare nuovi Cesari, vennero date delle porzioni di impero da amministrare, con dei soldati; appare del tutto inverosimile il passo di Lattanzio in cui l’autore cristiano (in un passo del De mortis persecutorum, in cui narrava come i persecutori – tra cui Diocleziano – sarebbero tutti morti in modo atroce) sostiene che vennero quadruplicati gli eserciti. Tuttavia è probabile che vi fu un lieve aumento degli effettivi (stimati, dopo la riforma, tra 450 e 600.000 in totale). Militarmente poi Diocleziano decise di fortificare ancora di più le frontiere e costruire nuovi forti, cercando di porre l’esercito il più vicino possibile al limes.

«Infatti, per la previdenza di Diocleziano tutto l’impero era stato diviso […] in città, fortezze e torri. Poiché l’esercito era posizionato ovunque, i barbari non potevano penetrarvi. In ogni sua parte le truppe erano pronte a opporsi agli invasori ed a respingerli.»

(Zosimo, Storia nuova, II, 34, 1)

Il contenimento delle minacce esterne si legava al tentativo di evitare usurpazioni, facilitato dalla riforma amministrativa: le province vennero raddoppiate e le cariche politiche e militari sdoppiate, con l’impossibilità di tenere una carica che fosse sia amministrativa che militare. Inoltre queste province furono aggregate in diocesi, rette da vicari dei prefetti al pretorio. Tra queste anche l’Italia, equiparata alle altre e che perse ogni privilegio fiscale e politico. Le diocesi a loro volta furono poi aggregate in prefetture. L’organizzazione sarebbe stata poi completata e perfezionata da Costantino e i suoi successori.

Ulteriori tentativi di riforma e la successione

Mentre Galerio intraprendeva una vittoriosa e travolgente vittoria contro i persiani, prendendo anche Ctesifonte, Diocleziano si dedicava a riformare l’economia, cercando di reintrodurre una moneta argentea dal peso d’argento pari al denario neroniano. La misura si rivelò tuttavia inefficace, spingendo a generare una forte inflazione, che non venne fermata neanche da un edictum de pretiis che venne promulgato dall’imperatore. Questo finì per essere ignorato, favorendo il mercato nero.

A questa riforma si legava la riorganizzazione del fisco, i cui proventi erano catalogati in indizioni quindicennali (tanto importanti che nel medioevo i documenti saranno ancora datati sia con l’anno che con l’indizione). Venne creato anche un nuovo sistema di iugatio-capitatio, secondo cui ogni proprietario terriero doveva pagare una certa quantità di tasse e fornire delle reclute, che però – a partire soprattutto da Costantino – potevano essere sostituite dall’aurum tironicum, un versamento in oro, con cui si arruolavano generalmente barbari (anche se poi chi intascava il pagamento tendeva a tenerne una percentuale).

Inoltre Diocleziano aveva deciso di imporre ai figli di seguire il lavoro paterno (e nel caso dei soldati, di essere loro stessi soldati), e l’imposta della iugatio-capitatio aveva essenzialmente legato i contadini alla terra, unico modo per essere sicuri di riscuotere l’imposta prevista.

Infine, dietro spinta anche di Galerio, tornato vittorioso dalla guerra in Persia, Diocleziano promosse una feroce persecuzione contro i cristiani, che però non diede i frutti sperati, tanto che sarà lo stesso Galerio poi a ritirarla:

Spalato

«Tra tutte le altre disposizioni che stiamo compiendo sempre per il bene e l’utilità dello stato, abbiamo finora voluto riparare tutte le cose in conformità con le leggi e la disciplina pubblica dei Romani, e garantire che anche i cristiani, che hanno abbandonato la pratica dei loro antenati, tornassero al buon senso. In effetti, per un motivo o altro, tale auto-indulgenza assalì e l’idiozia possedeva quei cristiani, che non seguivano le pratiche degli antichi, alle quali i loro antenati li avevano, forse, istruiti, ma secondo la loro volontà e il loro piacere, avevano stabilito delle leggi per se stessi da osservare e hanno riunito vari popoli in diverse aree. Poi, quando il nostro ordine venne emesso ordinando loro di tornare alle pratiche degli antichi, molti si sono esposti al pericolo, e molti sono stati addirittura uccisi. Molti di più perseverarono nel loro modo di vita, e abbiamo constatato che essi continuarono a non offrire una corretta adorazione né al culto agli dei, né al dio dei cristiani. Considerando la nostra clemenza mite e il nostro costume eterno, con la quale siamo abituati a concedere la grazia a tutte le persone, abbiamo deciso di estendere la nostra più rapida indulgenza a queste persone, in modo che i cristiani possano ancora una volta stabilire i propri luoghi di incontro, purché non creino disordini. Siamo in procinto di inviare un’altra lettera ai nostri funzionari per comunicare in dettaglio le condizioni che dovrebbero osservare. Di conseguenza, in accordo con la nostra indulgenza, dovranno pregare il loro dio per la nostra salute e la sicurezza dello Stato, in modo che lo Stato possa essere mantenuto sicuro su tutti i fronti, ed essi potranno vivere in modo sicuro nelle proprie case.[»

(Lattanzio, De mortis persecutorum, 34, 1-5)

Felice di aver riportato stabilità, Diocleziano infine fece quello che nessuno aveva fatto, abdicò, nel 305 (dopo aver festeggiato i suoi vicennalia, i vent’anni di regno, a Roma, il 20 novembre del 303), costringendo anche Massimiano a fare altrettanto (anche se era molto più restio), ritirandosi nel suo palazzo di Spalato, dove avrebbe vissuto fino alla sua morte, nel 316.

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