Privacy Policy Gli ausiliari nell’esercito romano | STORIE ROMANE

All’epoca di Augusto circa 150.000 cittadini militavano nelle legioni e altrettanti non cittadini, peregrini (stranieri che vivevano nelle province sottomesse a Roma) e barbari, negli auxilia, coorti e ali ausiliarie che diventarono stabili ma mai accorpate in unità tattiche superiori alle 1.000 unità (le coorti e ale dette miliaria o le equitatae, ossia miste di fanti e cavalieri). A questi si aggiungevano i marinai della flotta, collocata in larga parte a Miseno in Campania e Classe, vicino Ravenna. Esistevano anche piccole flotte minori come ad Alessandria ma il Mediterraneo era ormai pacificato dopo la campagna di Pompeo contro la pirateria. In totale dunque l’esercito romano nel I-II secolo d.C., al netto di successivi nuovi reclutamenti e creazione di nuovi reparti, contava all’incirca 400-450.000 uomini, sparsi in un territorio che andava dalla Britannia (conquistata da Claudio e che contava in media ben 3 delle circa 30 legioni) alla Mesopotamia.

Dagli alleati agli auxilia

Durante i primi secoli della storia romana la maggior parte degli alleati dei romani erano stati i socii italici, che avevano affiancato le legioni di cittadini romani. Con l’espansione della repubblica nuovi regni clienti fornirono truppe ausiliarie, come i numidi che furono fondamentali per vincere Annibale. Alla fine dell’epoca repubblicana i romani facevano affidamento su truppe non regolari fornite da moltissimi regni clienti, specialmente in oriente; Pompeo ad esempio poteva vantare numerose amicizie grazie alle quali poté arruolare numerosi soldati per combattere Cesare. Augusto stabilizzò molti di questi reparti, inquadrandoli negli auxilia, divisi in coorti e alae ausiliarie, ma fu solo Claudio a regolamentare il percorso di carriera per gli ufficiali romani (cavalieri) che le comandavano. A questi si affiancarono dal II secolo d.C. nuove truppe arruolate tra barbari e che operavano tatticamente in quella maniera, i numerii, oltre a nuovi reparti di cavalieri corazzati catafratti e arcieri a cavallo. In ogni caso, nel I-II secolo d.C., gli ausiliari si dimostrarono spesso al livello dei legionari, ed erano anche equipaggiati in modo simile, con corazza ad anelli o squame, un gladio o una spada, un elmo simile a quello dei legionari e uno scudo spesso ovale. Alcuni usavano anche giavellotti, altri componevano unità miste di fanti e cavalieri, mentre altri ancora erano in reparti di truppe da tiro, come arcieri e frombolieri.

«Giuseppe Flavio racconta di un ausiliario che si offrì per primo di scalare la torre Antonia durante l’assedio di Gerusalemme: “[…] tutti restavano paralizzati dalla gravità del pericolo; soltanto un uomo delle coorti ausiliarie, un certo Sabino nativo della Siria, si dimostrò un soldato di straordinario valore per forza e coraggio. Fu lui il primo a levarsi dicendo: “Io ti offro volentieri la mia vita, o Cesare (Tito); sarò il primo a dar la scalata al muro[…] sollevò con la sinistra lo scudo sopra la testa e, sguainata con la destra la spada, si avventò verso le mura: era esattamente l’ora sesta di quel giorno. Non lo seguirono che solo undici uomini, emuli del suo coraggio, ma egli precedeva tutti di molto […] I difensori dall’alto del muro li bersagliarono con giavellotti e tirarono un’infinità di frecce e fecero rotolare giù degli enormi macigni […]; ma Sabino, affrontando i proiettili e ricoperto di dardi, non frenò il suo slancio prima di essere arrivato in cima e di aver sbaragliato i nemici. Infatti, i giudei, sbigottiti dalla sua forza e dal suo coraggio, e anche perché credettero che a dar la scalata fossero stati di più, si diedero alla fuga […] [Sabino] mise un piede in fallo e, urtando contro una roccia, vi cadde sopra […] con un gran colpo. I giudei si voltarono indietro e, avendo visto che era solo e per di più caduto, si diedero a colpirlo da tutte le parti. Quello, levatosi su un ginocchio e riparandosi con lo scudo, dapprincipio si difese e ferì molti di quelli che gli si avvicinavano; ma ben presto per le molte ferite non poté più muovere la destra e alla fine, prima di spirare, fu sepolto sotto un nugolo di dardi[…] Degli altri undici, tre che erano già arrivati in cima furono colpiti e uccisi a colpi di pietra, mentre gli altri otto vennero tirati giù feriti e ricondotti nell’accampamento. Quest’azione si svolse il terzo giorno del mese di Panemo (giugno).»

Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VI, I, 53-67

La valenza degli ausiliari viene rimarcata anche da altre fonti; famosi sono i batavi, reclutati tra i barbari dell’attuale Olanda, che avevano stretto un accordo di pace fornendo in cambio reclute ai romani (alcuni di questi andavano a formare anche la guardia dell’imperatore, i germani corporis custodes). Agricola, pochi anni dopo, fece affidamento sugli ausiliari per vincere la battaglia del monte Graupio:

«Una grande eccitazione accolse la perorazione di Calgaco; e fremiti, canti, clamori confusi, come sempre fanno i barbari. Già i più eccitati correvano avanti facendo intuire gli schieramenti, tra bagliori di armi. Nel tempo stesso l’esercito romano si stava organizzando per la battaglia, quando Agricola prese a parlare, pensando di dover ancor di più accendere l’animo dei soldati, peraltro già entusiasti e a stento trattenuti dentro le fortificazioni: «È il settimo anno, miei commilitoni, da quando col vostro valore e, secondo gli auspici dell’impero romano, con la nostra leale azione, avete cominciato a riportare vittorie in Britannia. In tante spedizioni, in tante battaglie spesso abbiamo dovuto impegnarci a fondo contro il nemico o sopportare grandi fatiche quasi contro la natura stessa: mai però ho dovuto lamentarmi dei soldati, o i soldati di me. Abbiamo ormai superato io i limiti raggiunti dai miei predecessori, voi dagli eserciti precedenti: la parte estrema della Britannia noi non la presidiamo con le parole o facendoci forti delle dicerie, ma con accampamenti ben muniti. Noi la Britannia l’abbiamo scoperta e sottomessa. Spesso, mentre eravamo in marcia e le paludi, le montagne, i fiumi vi affaticavano, ho sentito le parole dei più valorosi tra voi: “Quando ci sarà dato il nemico? E quando una battaglia?”. Eccoli qua, stanati dai loro covili ed ecco l’occasione che il vostro valore e i vostri desideri attendevano. Vinciamo e tutto ci sarà facile, perdiamo e avremo tutto contro. Abbiamo fatto tanta strada, superato foreste, guadato fiumi: bello e glorioso perché stavamo avanzando. Le stesse cose che oggi ci sono favorevoli, sarebbero di enorme pericolo per uomini in rotta. Noi non abbiamo la stessa conoscenza dei luoghi o ugual abbondanza di salmerie, ma solo il nostro braccio, le nostre armi e la consapevolezza che tutto risiede in loro. Dal canto mio, da molto tempo so bene che mai reca salvezza a un esercito o a un comandante girare le spalle al nemico. Dunque una morte onorevole è preferibile a una vita di vergogna; e salvezza e onore abitano nello stesso luogo. Del resto non c’è nulla di inglorioso nel cadere vicino all’estremo confine delle terre e della natura. Se contrapposti a voi ci fossero popoli o eserciti sconosciuti, vi esorterei ricorrendo a esempi di altri eserciti; ma qui basta ripensare a successi già conseguiti, basta interrogare i vostri occhi. Eccoli qua, quelli che voi avete sbaragliato, praticamente con un grido, l’anno scorso dopo che avevano aggredito un’unica legione e con un agguato notturno. Questi sono, di tutti i Britanni, i più veloci a scappare e, grazie a ciò, quelli che più a lungo sono riusciti a sopravvivere. Quando voi entrate in qualche bosco o in qualche regione montuosa, gli animali più imponenti vi vengono contro per travolgervi, ma quelli pavidi e impotenti scappano al solo calpestio dell’esercito in marcia: esattamente allo stesso modo i più valorosi dei Britanni sono già caduti e questi che restano sono gli ignavi e i paurosi. Finalmente li incontrate, ma non perché vi abbiano atteso: siete stati voi che li avete sorpresi. La disperazione e lo stordimento della paura estrema li hanno inchiodati qui, sulle loro stesse orme, perché voi riportiate una vittoria bella e memorabile. Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquantanni di guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi delle rivolte non sono mai stati colpa dell’esercito». Agricola stava ancora parlando e già era evidente l’ardore dei soldati. Grande eccitazione seguì alla fine del discorso e subito fu un correre di tutti alle armi. Agricola dispose gli ottomila fanti ausiliari, entusiasti e frementi, a rafforzare il centro; i tremila cavalieri andarono a collocarsi alle ali. Le legioni rimasero schierate davanti al vallo: grande merito perché sarebbe stato risparmiato sangue romano in caso di vittoria immediata, riserva in caso di momentaneo ripiegamento. L’esercito dei Britanni, per incutere terrore fin dal primo colpo d’occhio, si era disposto sulle alture in modo che la prima linea era schierata nel piano e gli altri guerrieri, in file serrate, su per il vicino pendio, si elevavano come su una gradinata. I cavalieri, montati su carri da guerra, riempivano di corse rumorose la pianura tra i due schieramenti. Agricola, poiché era soverchiante il numero dei nemici, temette che la battaglia impegnasse i suoi contemporaneamente di fronte e sulle ali. Allora diradò le file, anche se lo schieramento ne risultava troppo allungato e molti lo esortavano a far subentrare le legioni. Pronto alla speranza e saldo contro i pericoli, lasciò andare il cavallo e piantò i piedi davanti ai vessilli. Il primo scontro avvenne a distanza: con grande fermezza e abilità i Britanni, grazie alle loro lunghe spade e ai piccoli scudi, evitavano o facevano cadere i nostri giavellotti; a loro volta scagliavano una grande quantità di dardi, fino a quando Agricola esortò quattro coorti di Batavi e due di Tungri, ad attaccare da vicino con spade corte: era un modo di combattimento che essi da tempo avevano sperimentato e che creava disagi ai nemici i quali adoperavano scudi piccoli e spade enormi. Infatti gli spadoni dei Britanni, privi di punta, non erano adatti all’incrociarsi delle armi e agli scontri ravvicinati. I Batavi cominciarono a tempestarli di colpi, a ferirli con gli umboni, a devastare i loro volti. Sbaragliate le file poste sulla pianura, cominciarono a salire sulle alture; le altre coorti, coinvolte nella foga dal desiderio di emulazione, presero a sterminare i Britanni più vicini; ma, presi dalla fretta di vincere, ne lasciavano indietro moltissimi tramortiti o illesi. Appena quelli montati sui carri falcati cominciarono a fuggire, gli squadroni della nostra cavalleria presero a mescolarsi alla battaglia della fanteria. Pur spargendo un improvviso terrore, erano impacciati dalle file serrate dei nemici e dai dislivelli del terreno. Quella non assomigliava in nulla a una battaglia equestre perché, già malfermi sul pendio, i soldati erano urtati dai corpi dei cavalli. E, anzi, carri spesso senza guidatore e cavalli spaventati e privi di cavaliere, erano trascinati a caso dalla paura e li investivano ripetutamente di traverso e di fronte. I Britanni che, attestati sulla sommità delle colline, fino a quel momento non erano stati coinvolti nella battaglia e guardavano con disprezzo l’esiguità del nostro numero, cominciarono a scendere a poco a poco e ad aggirare il nostro esercito ormai vittorioso. Proprio questo Agricola aveva temuto: oppose quattro squadroni di cavalleria, tenuti di riserva per le situazioni impreviste della battaglia, ai Britanni accorrenti e li sbaragliò mettendoli in fuga con tanta più energia quanto maggiore era la ferocia con cui si erano precipitati all’assalto. Così la strategia dei Britanni si rivolse contro loro stessi e i cavalieri, distolti per ordine del comandante dal fronte della battaglia, aggredirono i nemici alle spalle. Ecco nella pianura, allora, un grandioso e atroce spettacolo: i nostri inseguivano, ferivano, catturavano prigionieri, ma se poi ne facevano altri, uccidevano i primi. Ormai i nemici, assecondando il loro istinto, anche se numerosi e armati, avevano girato le spalle ad avversari poco numerosi. Alcuni, inermi, si gettavano nella battaglia per cercare la morte. Armi sparse ovunque; corpi e membra lacerati; e la terra intrisa di sangue. Talora i vinti avevano un bagliore di ira e valore. Infatti dopo essersi avvicinati, nella fuga, alle foreste, conoscendo la zona, si riorganizzarono e presero a circondare i primi che con troppa foga li avevano inseguiti. Ma Agricola era dappertutto e aveva disposto delle coorti valide e agili, come in una battuta di caccia, per perlustrare ovunque; dove gli alberi erano più folti i cavalieri si muovevano a piedi, mentre gli altri, in sella, battevano le zone più aperte. Senza di loro, i nostri avrebbero, per eccessiva fiducia, subito qualche grave colpo. Quando i Britanni compresero che a inseguirli c’erano schiere di nuovo saldamente organizzate, ripresero la fuga. Non, come prima, in gruppi e tenendo i collegamenti con i compagni, ma dispersi ed evitandosi a vicenda, cercarono luoghi lontani e poco praticabili. Solo la notte e la sazietà posero fine all’inseguimento. Caddero circa diecimila nemici; noi perdemmo trecentosessanta dei nostri, tra i quali Aulo Attico, prefetto di coorte, trascinato in mezzo ai nemici dalla sua baldanza giovanile e dalla foga del cavallo. La notte, trascorsa nell’allegria per il bottino fatto, fu piacevole per i vincitori. I Britanni, sparsi qua e là, piangevano e mescolavano il loro pianto con quello delle donne: trascinavano via i feriti e chiamavano gli incolumi; abbandonavano le case e le incendiavano, con furore, di loro iniziativa; sceglievano un nascondiglio per lasciarlo subito dopo; si riunivano per scambiarsi qualche consiglio e subito si separavano; guardavano i loro cari e ne provavano disperazione e talora rabbia. Ed era risaputo che, fatti crudeli dalla pietà, alcuni avevano ucciso la moglie e i figli. Il giorno seguente diede un volto più completo alla vittoria: ovunque desolato silenzio, i colli deserti, i tetti che fumavano in lontananza, nessun incontro per i nostri esploratori. Questi, spediti in ogni direzione, accertarono che le tracce della fuga erano confuse e che i nemici, dunque, non si stavano riorganizzando da nessuna parte. Del resto, l’estate ormai alla fine impediva il propagarsi della guerra. Agricola condusse allora l’esercito nel territorio dei Boresti. Lì ricevette ostaggi e ordinò al prefetto della flotta di circumnavigare la Britannia: concesse, a questo scopo, dei soldati e, del resto, lo aveva preceduto il terrore. Lo stesso Agricola condusse fanteria e cavalleria negli accampamenti invernali con una marcia rallentata, perché il suo lento spostamento spaventasse l’animo delle genti appena soggiogate. E intanto la flotta, aiutata dai venti e dalla fama che la accompagnava, ritornò, dopo aver costeggiato tutta la costa britannica, nel porto di Trucculo, da cui era partita.»

TACITO, AGRICOLA, 33-38

Nella colonna di Traiano legionari e ausiliari appaiono ben distinti sia visivamente (i primi con scutum rettangolare e lorica segmentata, i secondi con lorica hamata e scudo ovale) sia tatticamente. I legionari infatti sembrano occuparsi principalmente di opere di ingegneria, mentre gli ausiliari combattono in prima linea, e mostrano alcune pratiche barbare che ne denotano l’origine (come le teste degli sconfitti che mostrano a Traiano). I legionari sembrano intervenire principalmente in occasioni di difficoltà e durante gli assedi, confermando la descrizione di pochi decenni prima di Giuseppe Flavio che li descrive come delle vere e proprie macchine da guerra da cui sarebbe più saggio fuggire che affrontare.

Veterani e congedo

Durante il principato, fino a Caracalla, gli ausiliari romani, reclutati in larga parte tra i peregrini (gli abitanti delle province conquistate da Roma che non erano cittadini romani), ricevevano al congedo, dopo 25 anni di servizio, la cittadinanza romana. Il documento che la attestava era un diploma militare, una tavoletta di bronzo, composta di due parti, sigillate. All’esterno della tavola frontale era scritto che il soldato aveva ottenuto la cittadinanza (emerita o honesta missio), in quella posteriore c’erano i sigilli con i nomi dei 7 testimoni. All’interno, per evitare contraffazioni, entrambe le tavole riportavano il testo della tavola frontale.

Una copia, anch’essa in bronzo, era inviata a Roma e conservata in Campidoglio e dopo i lavori intrapresi da Domiziano, alle spalle del tempio del divo Augusto, che era collocato probabilmente nella zona della Chiesa di Santa Maria della Consolazione. I diplomi, di cui ne sono stati trovati centinaia, erano sigillati poiché una volta giunto al luogo dove intendeva passare il “pensionamento” il soldato lo consegnava all’archivio cittadino o provinciale, dove veniva aperto e in questo modo si verificava che non fosse un falso. Dopo la Constitutio Antoniniana di Caracalla, che dava a tutti la cittadinanza, questi diplomi spariscono per i soldati comuni, e se ne ritrova ancora qualcuno nel III secolo per dei reparti speciali, come i pretoriani.

Tacito infine descrive così il servizio militare del suo tempo. il legionario deve praticamente pagarsi tutto, e ben lontani sono, nel I secolo d.C., i tempi dei grossi bottini che integravano la paga. In seguito gli imperatori saranno costretti a sempre più larghi donativi:

«Il servizio militare è, nella sua sostanza, faticoso e non rende nulla: l’anima e il corpo si valutano dieci assi al giorno e con questi si deve pagare gli indumenti, le armi, le tende, oltre a salvarsi dalle sevizie dei centurioni o per comprare qualche esenzione da qualche fatica.»

TACITO, ANNALES, I, 17

L’impero tardoantico

Nel corso del III secolo l’impero romano subisce una profonda crisi, che coinvolge ogni aspetto della società: esercito, politica, demografia, religione. I primi sintomi di un maggiore peso dell’esercito si hanno già nella tarda età antonina e specialmente sotto i Severi: Marco Aurelio è costretto ad arruolare due nuove legioni (ed è il primo a fare uso di vessilazioni, ossia distaccamenti, di legioni, per non sguarnire eccessivamente il confine) per affrontare le sue campagne contro quadi e marcomanni, mentre Settimio Severo, conscio dell’importanza dell’esercito, scioglie le coorti pretorie, riformandole con legionari pannonici e raddoppiandone gli effettivi (rendendole truppe che effettivamente accompagnavano l’imperatore in guerra) e arruolando tre nuove legioni partiche, che affida a prefetti equestri e non a legati di rango senatorio. Infine Severo aumenta la paga dei soldati e concede a quest’ultimi di sposarsi in servizio.

«Severo ordinò che i pretoriani gli andassero incontro indossando solo la tunica. E così inermi li convocò presso il palco, dopo aver dislocato tutt’intorno soldati armati. Poi, entrato in Roma, sempre armato e scortato da soldati armati, salì al Campidoglio. Di là, con lo stesso apparato, si recò a Palazzo, preceduto dalle insegne che aveva tolto ai pretoriani, tenute con le punte non erette, ma rivolte verso il basso. Quindi, per tutta la città, i soldati si installarono nei templi, nei portici, nei palazzi del Palatino come se fossero alberghi, e l’ingresso di Severo risultò quindi odioso e spaventevole, ché i soldati facevano razzia di tutto senza pagare, minacciando di mettere a sacco l’intera città. Il giorno successivo si recò in senato, scortato non solo da soldati, ma anche da una schiera di amici armati. In quel consesso diede ragione della sua iniziativa di assumere il potere, e addusse a giustificazione il fatto che Giuliano aveva mandato per farlo uccidere dei sicari noti per aver già ucciso dei generali. Fece inoltre promulgare un decreto senatorio in base al quale non fosse consentito all’imperatore mettere a morte un senatore, senza aver consultato il senato stesso. Ma mentre si trovava ancora nella curia, i soldati tumultuando richiesero al senato diecimila sesterzi a testa, appellandosi all’esempio di quelli che avevano scortato in Roma Ottaviano Augusto, e avevano ricevuto appunto tale somma. E, dopo aver tentato di metterli a tacere senza riuscirvi, Severo poté tuttavia farli ritirare placandoli con la concessione di un donativo. Poi rese all’immagine di Pertinace onori funebri di rango censorio, e lo consacrò dio, decretandogli un flamine e una confraternita di sacerdoti Elviani – quelli che prima erano stati i Marciani. Volle pur egli essere chiamato Pertinace, anche se in seguito decise di deporre questo nome, considerandolo di cattivo augurio. Quindi pagò tutti i debiti degli amici.»

HISTORIA AUGUSTA, SETTIMIO SEVERO, 6, 11 – 7,9

Due legioni sono inviate in Osroene, al confine con i parti, mentre la II Parthica si stabilisce nel castra di Albano Laziale, nei pressi di Roma: Settimio Severo era il primo imperatore a disporre di una forza di ben 30.000 uomini tra pretoriani, II Parthica, equites singulares e coorti urbane, che fungono sia da deterrente nei confronti del senato sia come forza mobile, un vero e proprio comitatus ante litteram che segue l’imperatore in guerra, prefigurando dunque un’evoluzione dell’esercito romano del III secolo, il quale vede ogni imperatore avere un comitatus di truppe scelte che lo seguono, scelte fra le legioni che lo acclamano imperatore, finché Gallieno non stabilizza l’idea del comitatus stesso. I Severi danno sempre più peso ai soldati, cui fanno affidamento per mantenere il potere. Non solo, Caracalla vive la vita militare tra i soldati come un soldato, venendo molto amato per questo. E’ iniziato il secolo d’oro per i soldati, che cominciano a scalare i ranghi e ottenere perfino la porpora:

«Anche presso i soldati romani (Caracalla) era molto popolare, specialmente per i donativi che dispensava loro senza risparmio; e inoltre perché partecipava a tutte le attività militari, prodigandosi tra i primi quando si doveva scavare un fossato, gettare un ponte, e levare un argine; insomma, dovunque vi fosse da svolgere un lavoro materiale, per primo vi si sobbarcava. La sua mensa era frugale; spesso si contentava di piatti e bicchieri di legno, e mangiava pane fatto sul momento; infatti, macinata da sé la quantità di grano necessaria per una persona, ne faceva una pagnotta, la cuoceva sui carboni, e la mangiava. Si asteneva da ogni forma di lusso, e le sue esigenze coincidevano con quelle del soldato piú misero. Mostrava di preferire, da parte dei soldati, il titolo di commilitone a quello di imperatore; e quasi sempre si accompagnava con loro durante le marce, facendo scarso uso di carri e cavalli, e portando da sé le proprie armi. Talora giunse a prendere in spalla egli stesso le insegne militari, che sono pesantissime e molto ricche di ornamenti aurei, e che i più forti soldati stentano a portare. Per tutte queste cose, e altre simili, i soldati lo amavano e lo consideravano uno di loro, ammirando il suo vigore. Era infatti cosa prodigiosa vedere in un uomo tanto piccolo una così grande resistenza alle più gravose fatiche.»

ERODIANO, STORIA DELL’IMPERO ROMANO DOPO MARCO AURELIO, IV, 7, 3-7

L’esercito viene infatti diviso, a partire da Costantino, tra ripenses (i soldati sui fiumi) e comitatenses, che diventano le truppe di movimento e non più di accompagnamento dell’imperatore. Nel corso del IV secolo il sistema si perfeziona e l’esercito viene diviso tra eserciti presentali (d’élite), sotto il comando dei magister militum magister equitum, reparti comitatensi (legioni, vessilazioni, cavalleria etc.) e limitanei (legioni, auxilia, reparti di cavalleria).

L’idea alla base, oltre alla divisione dei comandi militari per evitare rivolte (che invece ci saranno ancora nel IV e V secolo) e alla frammentazione dei reparti, di dimensioni più piccoli delle legioni altoimperiali (una legione limitanea poteva contare al massimo 3.000 uomini contro i 6.000, ancora meno una comitatense, di massimo 1.500-2.000 uomini), era quella di avere i limitanei che si occupassero delle minacce minori o comunque rallentassero i nemici, per poi far intervenire in caso di necessità l’esercito presentale o – come accadeva di solito – i comitatensi . Quest’ultimi venivano per la prima volta stanziati all’interno delle città, anche di frontiera, ma non vivevano più all’interno di campi e avevano una serie di vantaggi e una paga migliore, che li vide gradualmente diventare la forza di riferimento.

Si veniva a creare per la prima volta una forza all’interno dell’esercito romano formalmente privilegiata che non fosse strettamente di guardia o di accompagnamento dell’imperatore, perché ora queste funzioni le svolgevano perlopiù gli eserciti presentali (oltre alle scholae palatinae e i protectores domestici, visto che Costantino aveva sciolto i pretoriani): nel corso del IV secolo la differenza, anche qualitativa, tra limitanei e comitatensi non sarà marcata, ma si farà via via più ampia a partire da dopo Adrianopoli e in generale dal V secolo d.C., finché nel VI e VII secolo nell’impero d’oriente i limitanei saranno ormai declassati a una milizia di frontiera, preludio alla riforma militare bizantina dei temi.

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