Privacy Policy Gli ozi di Capua | STORIE ROMANE

Nel 218 a.C., scoppiò la seconda guerra punica: Annibale attraversò le Alpi, cosa ritenuta impossibile dai romani in pieno inverno, e inflisse quattro micidiali sconfitte ai romani al Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne, mettendo in ginocchio la repubblica romana. Nonostante la strada per Roma sembrasse ormai spianata, Annibale non si mosse ad assediare l’Urbe, forse ritenendo le sue forze troppo esigue, forse sperando nella diserzione degli alleati italici dei romani. Tra i primi a titubare ci furono gli abitanti di Capua e di Nola, che parteggiavano per il cartaginese, mentre il senato locale restava fedele a Roma.

Vista la perdita di Capua e le titubanze di Nola, dovette intervenire subito Marco Claudio Marcello, pretore in carica, soprannominato poi “la spada di Roma“, che fu costretto, anche se era ancora fresco il disastro di Canne poiché era ancora il 216 a.C., a occupare la città e poi a prepararsi a una sortita. Era infatti l’unico modo per sopprimere i moti di rivolta che serpeggiavano in città. Annibale credeva di dover attaccare la città, ormai convinto che il tradimento fosse saltato e venne colto impreparato dal violento assalto improvviso che lanciarono i romani, uscendo rapidamente dalle mura. I cartaginesi furono colti dal panico e dal frastuono che fecero i romani, lasciando sul campo 3.000 morti e furono costretti a ritirarsi.

Capua in mano cartaginese

Dopo Canne Annibale si diresse in Campania, considerata la regione più fertile della Penisola. Lì si trovava la città di Capua, seconda città più importante d’Italia dopo Roma:

«Di là Annibale rivolse la marcia verso Capua, che si sbrigliava nelle mollezze per la lunga prosperità e per la benevolenza della fortuna, ma soprattutto, nella corruzione generale, per gli eccessi della plebe, che faceva uso di una libertà senza freni. Pacuvio Calavio, un nobile e insieme anche un amico del popolo che per altro aveva raggiunto il potere con mezzi disonesti, aveva fatto sì che il senato fosse nelle mani sue e della plebe. Egli, che per caso nell’anno della sconfitta al Trasimeno rivestiva la più alta carica civile, convinto che la plebe, già da lungo tempo ostile al senato, approfittando dell’occasione di un sovvertimento politico avrebbe avuto il coraggio di compiere qualcosa di grave, cioè di consegnare Capua ai Cartaginesi dopo aver trucidato il senato, se Annibale fosse giunto in quei luoghi con l’esercito vincitore, essendo un uomo malvagio, sì, ma non corrotto fino in fondo, poiché preferiva avere il dominio di uno stato integro piuttosto che sovvertito, e credeva che nessuno stato il quale fosse stato privato del pubblico consiglio fosse integro, trovò un modo con il quale poter non solo salvare il senato, ma anche far sì che esso fosse nelle mani sue e della plebe. Convocato il senato, dopo aver esordito dicendo che la decisione di staccarsi dai Romani egli non l’avrebbe in nessun modo ritenuta giusta, se non fosse stata necessaria — proprio lui che aveva dei figli da una figlia di Ap. Claudio e una figlia aveva dato in moglie, a Roma, a 〈M.〈 Livio —, (proseguì col dire) che però incombeva un pericolo molto più grave e più terribile: giacché non attraverso la defezione la plebe mirava a cancellare il senato dalla città, ma attraverso il massacro del senato essa voleva consegnare lo stato privo di governo ad Annibale e ai Cartaginesi; che egli era in grado di liberarli da quel pericolo, se glielo permettevano e, dimentichi dei contrasti politici, avevano fiducia in lui; poiché tutti, sopraffatti dalla paura, gliene davano il permesso, disse: «Vi chiuderò nella curia e, come se anch’io fossi complice dell’azione progettata, dando il mio assenso a disegni a cui invano potrei oppormi, troverò una via per la vostra salvezza. A garanzia di ciò fatemi prestare la promessa che voi stessi volete!». Dopo aver promesso ed essere uscito, fa chiudere la curia e lascia delle guardie nel vestibolo, perché nessuno possa né entrare nella curia né uscirne senza il suo permesso.
Convocato poi il popolo in assemblea, disse: «Ciò che spesso avete desiderato, Campani, cioè di poter infliggere il supplizio al malvagio e odioso senato, l’avete, non con vostro estremo pericolo assaltando in una rivolta ad una ad una le loro case, che essi difendono con presìdi di clienti e di schiavi, ma senza rischi né impedimenti. Eccoveli tutti chiusi nella curia, soli, senz’armi! Ma non commettete azioni precipitose, avventatamente e alla cieca; vi conferirò il diritto di pronunciare la sentenza capitale per ognuno di essi, affinché ciascuno sconti la pena che si è meritata. Ma prima di tutto è necessario che voi diate sfogo all’ira solo a condizione che all’ira anteponiate il bene e l’utile vostro. Voi odiate, infatti, se non erro, questi senatori; non è che non vogliate avere affatto un senato; giacché inevitabilmente o si ha un re, cosa che è abominevole, o, ciò che è il solo principio direttivo di uno stato libero, si ha un senato. Perciò dovete fare due cose insieme: sia eliminare il vecchio senato sia cooptarne uno nuovo. Farò citare ad uno ad uno i senatori, sulla cui vita vi chiederò di pronunciarvi. Ciò che avrete deciso riguardo a ciascuno, sarà fatto; ma, prima che al colpevole sia inflitto il supplizio, al suo posto coopterete come nuovo senatore un uomo perbene ed energico». Poi si sedette e, introdotti i nomi nell’urna, diede ordine che il senatore, il cui nome fu sorteggiato per primo, fosse citato e fatto uscire dalla curia. Allorché quel nome fu udito, ciascuno per parte sua si mise a schiamazzare che egli era un malvagio e un furfante e che era degno della pena capitale. Allora Pacuvio: «Vedo qual è la sentenza riguardo a costui; al posto di un malvagio e di un furfante nominate dunque un senatore buono e giusto!». Dapprima c’era silenzio, per la mancanza di uno migliore da proporre in sostituzione; poi, tutte le volte che qualcuno, messa da parte la timidezza, faceva un nome, sùbito si levava uno schiamazzo molto più grande, poiché alcuni dicevano di non conoscerlo, altri ne rinfacciavano ora le azioni infami, ora l’umile origine e la squallida povertà e il tipo di guadagno o di mestiere disonorevole. La stessa cosa, e molto più, si verificò a proposito del secondo e del terzo senatore che furono citati, cosicché era chiaro che i cittadini non erano contenti di lui, ma che mancava chi potessero porre al suo posto, poiché non era il caso che fossero nominati quei medesimi il cui nome era stato pronunciato per null’altro che per udire cose infamanti, e tutti gli altri erano molto più dappoco ed oscuri di quelli che per primi erano venuti in mente. Perciò i cittadini se ne andarono, dicendo che il male che si conosce meglio è quello che si tollera di più e ordinando che il senato fosse liberato dalla prigionia.»

Tito Livio, AUC, XXIII, 2,1 – 3,13

Secondo Livio la città fu consegnata ai cartaginesi in seguito alla trattativa col nobile capuano Pacuvio Calavio, che aveva plagiato il senato e la plebe. Le condizioni furono: nessun magistrato cartaginese avrebbe avuto diritti su un cittadino capuano, nessun capuano aveva obblighi militari o politici indesiderati, Capua continuava a conservare i suoi magistrati e leggi, Annibale consegnava ai campani trecento prigionieri romani per effettuare uno scambio con altrettanti campani che combattevano come cavalieri per i romani in Sicilia. I capuani poi di loro iniziativa arrestarono i prefetti romani e alcuni cittadini romani, chiudendoli nei bagni, dove morirono asfissiati. Chi si oppose all’accordo con Annibale fu inviato in esilio. Fu così che Annibale fece il suo ingresso a Capua, venendo ospitato dallo stesso Pacuvio. Il condottiero cartaginese promise al senato cittadino che una volta sconfitta romana Capua sarebbe stata come alleata dei cartaginesi a capo dell’Italia. Poi Annibale si volse a Neapolis e Nola, ma quest’ultima fu salvata dall’intervento di Claudio Marcello; il cartaginese puntò quindi su Nocera, che fu saccheggiata. Dopo un secondo tentativo di prendere Nola fallito si diresse ad Acerra, che rimasta fedele a Roma, venne presa e incendiata. L’inverno successivo Annibale fece svernare le truppe nella città di Capua, dove l’ambiente particolarmente ricco fece emergere numerose rilassatezze:

«Quivi tenne negli alloggiamenti per la maggior parte dell’inverno quell’esercito che a tutti i mali di questo mondo ripetutamente e a lungo era stato avvezzato a resistere, ai beni non era avvezzo né abituato. Perciò coloro su cui la forza del male non aveva riportato vittoria alcuna, furono rovinati dai troppi beni e dai piaceri eccessivi, e tanto maggiormente quanto più avidamente, per non esservi abituati, si erano immersi in essi. Il sonno, infatti, e il vino e i banchetti e le prostitute e i bagni e il non far nulla, più dolce di giorno in giorno man mano che vi si abituavano, in tal modo infiacchirono i corpi e gli animi, che in séguito valevano a difenderli più le vittorie passate che le forze presenti e questo sbaglio del comandante dagli esperti delle norme dell’arte della guerra era considerato più grave del non aver marciato sulla città di Roma direttamente dal campo di battaglia di Canne; quella esitazione, infatti, sembrava aver soltanto differito la vittoria, questo errore sembrava invece aver eliminato le forze necessarie per vincere. Perciò, per Ercole, come se uscisse da Capua con un altro esercito, non riuscì in alcuna occasione a conservare nulla dell’antica disciplina. Non solo, infatti, tornarono (a Capua) molti, invischiati in relazioni con prostitute; ma anche, non appena si cominciò a farli vivere sotto le tende e sùbito vennero le marce e altre fatiche della guerra, come reclute si sentivano sfiniti negli animi e nei corpi, e poi, per tutta la durata della campagna estiva, i più, senza licenza, si allontanavano di soppiatto dall’accampamento, e i disertori non avevano altro nascondiglio che Capua.»

TITO LIVIO, AUC, XXIII,18,11 -16

Negli anni seguenti continuò la guerra in Campania intorno a Nola, finchè nel 212 i romani riuscirono a porre sotto assedio Capua. I consoli Appio Claudio e Fulvio Flacco riuscirono, non senza difficoltà, a respingere le forze di Annibale: Appio Claudio combatteva i campani, mentre Fulvio Flacco teneva a bada l’esercito di Annibale giunto in soccorso, mentre il propretore Gaio Claudio Nerone, poi vincitore al Metauro, teneva con la cavalleria la strada che conduceva a Suessula e il suo legato Gaio Fulvio Flacco (fratello del console, ora proconsole nel 211 insieme a Claudio) si mise di fronte al Volturno con la cavalleria italica. Alla fine gli scontri terminarono in sostanziale parità:

«L’esercito romano non aveva il coraggio di uscire in campo aperto per dare battaglia, poiché temeva la cavalleria cartaginese; preferiva starsene nel proprio accampamento, sapendo che la cavalleria, responsabile di tante sconfitte in battaglia [per i Romani], non avrebbe potuto arrecare alcun danno. Al contrario i Cartginesi non potevano rimanere più a lungo accampati con la propria cavalleria, poiché i Romani avevano distrutto tutti i pascoli esistenti nella zona […].»

Polibio, Storie, IX, 4, 1-3

Annibale decise quindi di ritarsi, mentre i romani prendevano la città, cercando di puntare direttamente su Roma; ma quando seppe che i romani stavano arruolando altre due legioni, decise di ripiegare su Reggio Calabria.

«I Romani protessero la loro patria [Roma], e al tempo stesso non tolsero l’assedio [da Capua]. Non solo, essi rimasero saldamente convinti di quello che facevano e continuarono ad assediare con grande risolutezza i Capuani.»

POLIBIO, STORIE, IX, 9, 8

I romani, dopo la resa di Capua, fecero ingresso nella città sfilando armati. Arrestarono l’intero senato locale, presero da loro 2.700 libbre d’oro e 31.000 d’argento, mentre 53 senatori venivano portati via in quanto principali sostenitori della rivolta. Fulvio e Claudio non erano d’accordo sulla punizione da infliggere: il primo era propenso alla vendetta, il secondo al perdono. Il primo, per evitare che si salvassero, partì con 2.000 cavalieri per Teano, dove 28 di loro erano prigionieri, dove li fece massacrare a vergate e poi decapitare; nel mentre si diresse a Cales dove si trovavano i rimanenti e li uccise tutti, mentre il senato ancora dibatteva. Oltre ai senatori molti capuani furono tratti in schiavitù: la feroce repressione romana fece capire agli alleati dei romani da che parte convenisse stare.

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