Privacy Policy Gli ultimi dittatori | STORIE ROMANE

A partire dalla fine del II secolo a.C. la repubblica romana cadde in una spirale di disordini dati dalla enorme espansione dello stato e dalle ineguaglianze che si erano create: infatti i ricchi diventavano sempre più ricchi, approfittandosi dei meno abbienti che erano costretti a combattere per anni e anni lontano da casa, i cui terreni finivano per essere comprati a poco da un’emergente classe di senatori-latifondisti. Si andava creando una massa di proletari, inabili a combattere in quanto era richiesto un censo: il primo a tentare di risolvere la situazione fu Tiberio Gracco, con una legge per ripartire le terre ai cittadini romani, ma venne ucciso. Ci riprovò il fratello Gaio, senza successo, ma fece varare una serie di norme tra cui una legge in cui disponeva che l’equipaggiamento sarebbe dovuto essere fornito dallo stato a chi ne avesse avuto bisogno. Infine Gaio Mario decise di arruolare anche i capite censi, stipendiandoli direttamente con i bottini delle conquiste: si andava creando una massa di proletari-soldati disposti a seguire il loro generale ovunque, piuttosto che contadini-soldati dediti a difendere la repubblica.

Silla

Alla morte di Cinna, nell’84 a.C., Silla rientrò a Roma, ottenendo anche l’appoggio di Gneo Pompeo, figlio di Strabone, che aveva guidato gli eserciti romani durante la fase finale della guerra sociale. Nel novembre dell’82 a.C. Silla entrò a Roma dopo aver sconfitto i populares (appoggiati dai sanniti) a Porta Collina. Morti entrambi i consoli, Silla venne eletto dittatore a tempo indeterminato dai comizi centuriati grazie alla lex Valeria de Sulla dictatore. Silla possedeva poteri straordinari, compreso il diritto di condannare a morte, presentare leggi, scegliere i magistrati, effettuare confische, fondare città e colonie. Forte della sua posizione Silla decise di riformare la repubblica. Prima di tutto emanò delle liste di proscrizione, mettendo a morte gli oppositori politici; tra loro rischiò anche di finire Cesare (sua zia era moglie di Mario), che riuscì a fuggire in oriente. In sostanza Silla decise di intraprendere una politica di restaurazione del senato a scapito dei cavalieri e dei populares.

Il senato venne portato a 600 membri, mentre veniva fissato il cursus honorum: la questura portava automaticamente alla cooptazione nell’assemblea. Seguiva l’edilità o il tribunato della plebe, la pretura e il consolato. Al senato venne anche restituito il controllo dei processi (quindi nel caso di malversazioni i senatori si giudicavano tra di loro), dato dai Gracchi ai cavalieri. Silla venne rieletto console nell’80 a.C., ma proprio quando era all’apice della carriera politica, nel 79 a.C., decise di abbandonare il potere e ritirarsi a vita privata, morendo nel 78 a.C.

Cesare

Esattamente un mese prima delle idi di marzo, il 15 febbraio, accade un avvenimento che sarà fondamentale per l’assassinio del dittatore. Cesare infatti, che era stato nominato dittatore a vita da meno di ventiquattr’ore, quel giorno siede su un seggio d’oro, sui rostri, indossando un manto di porpora e osserva la festa dei Lupercali. Questa antichissima festa romana di purificazione era associata alla figura di Luperca, secondo il mito moglie del pastore Faustolo e poi paredra di Luperco, antico dio latino collegato con il lupo sacro a Marte. La festa, celebrata dal duplice sodalizio dei Luperci Quintili e Fabiani (nel 44 a.C. ci furono anche i Luperci Iulii), si svolgeva davanti al Lupercale, la sacra grotta dove Faustolo avrebbe rinvenuto i gemelli Romolo e Remo allattati da una lupa, ai piedi del Germalo, alle pendici nord-occidentali del Palatino.

Lo svolgimento della festa era il seguente: i due sodalizi si recavano al Lupercale e qui immolavano capri e un cane, mentre le vestali offrivano focacce fatte con le prime spighe della precedente mietitura. Secondo Ovidio (Fast., II, 282) avrebbe partecipato anche il Flamine Diale (il sacerdote preposto al culto di Giove, che lo rappresentava), il che è veramente sospetto in quanto per lui erano animali tabù quelli che venivano sacrificati durante la cerimonia. Subito dopo due giovani, uno per ogni sodalizio, venivano toccati in fronte con un coltello bagnato del sangue dei capri immolati, dopodiché il sangue veniva asciugato con un fiocco di lana bianca immerso nel latte. Il rituale prevedeva che allora i due giovani sorridessero e indossassero le pelli degli animali sacrificati e facessero con le stesse pelli delle strisce (februa o amiculum Iunonis), con le quali correvano attorno al Palatino percuotendo più donne possibili (era infatti un rituale considerato propiziatorio alla fecondazione).

Come sempre la festa segue il suo rituale. Dopo il rituale dei luperci seguiva una processione e quando questa passa davanti Cesare accade l’impensabile: inizialmente un tale di nome Licinio si avvicina, viene issato sui rostri e porge la corona ai piedi di Cesare (il quale si trovava molto più in alto), che la ignora. Allora Cassio, il futuro cesaricida, si avvicina e gliela pone sulle ginocchia, forse in segno di sfida. Cesare la ignora nuovamente, e lo fa nuovamente quando ci riprova Casca (che darà la prima pugnalata un mese dopo), ma è proprio in quel momento che passa Marco Antonio, il quale guidava la processione della festa, e gli pone la corona in testa. Alcuni lo invocano come rex, soprattutto coloro i quali si trovano più vicini, mentre i più lontani rumoreggiano. Per i romani però, nonostante fossero passati quasi cinque secoli dalla cacciata di Tarquinio il Superbo, la regalità era ancora un tabù. Quest’ultima volta Cesare prende la corona, che non aveva ancora toccato, gettandola tra la folla (la quale non aveva reagito bene all’accaduto) e esclamando che l’unico re di Roma era Giove Ottimo Massimo. Diede inoltre l’ordine di portarla nel suo tempio sul Campidoglio, poiché la corona apparteneva solo a lui. L’avvenimento è raccontato da Nicola Damasceno (Vita Caes., 21, 71-75):

“71. […] Nell’inverno si celebrava a Roma una festa (chiamata i Lupercali), durante la quale vecchi e giovani insieme partecipavano a una processione, nudi, unti e cinti, schernendo quanti incontravano e battendoli con strisce di pelle di capra. […] era stato eletto a guidare la processione Antonio; egli attraversava il foro, secondo il vecchio costume, seguito da molta gente. Cesare era seduto sui cosidetti rostri, su un trono d’oro, avvolto in un mantello di porpora. Dapprima lo avvicinò Licinio con una corona d’alloro […] Dato che il posto da cui Cesare parlava al popolo era in alto, Licinio, sollevato dai colleghi, depose il diadema ai piedi di Cesare.

72. Il popolo gridava di porlo sul capo e invitò il magister equitum, Lepido, a farlo, ma questi esitava. In quel momento Cassio Longino, uno dei congiurati, come se fosse veramente benevolo e anche per poter meglio dissimulare le sue malvagie intenzioni, lo prevenne prendendo il diadema e ponendoglielo sulle ginocchia. Con lui anche Publio Casca. Al gesto di rifiuto da parte di Cesare e alle grida del popolo accorse Antonio, nudo, unto d’olio, proprio come si usava durante la processione e glielo depose sul capo. Ma Cesare se lo tolse e lo gettò in mezzo alla folla. Quelli che erano distanti applaudirono questo gesto, quelli che erano vicini invece gridavano che lo accettasse e non rifiutasse il favore del popolo.

73. Su questa vicenda si sentivano opinioni discordanti: alcuni erano sdegnati poiché, secondo loro, si trattava dell’esibizione di un potere che superava i limiti richiesti dalla democrazia; altri lo sostenevano credendo di fargli cosa gradita. Altri ancora spargevano la voce che Antonio avesse agito non senza il suo consenso. Molti avrebbero voluto che diventasse re senza discussioni. Voci di ogni genere circolavano tra la massa. Quando Antonio gli mise il diadema sul capo per la seconda volta, il popolo gridò nella sua lingua: “Salve, re!”. Egli non accettò nemmeno allora e ordinò di portare il diadema nel tempio di Giove Capitolino, al quale, disse, più conveniva. Di nuovo applaudirono gli stessi che prima avevano applaudito.

74. C’è anche un’altra versione: Antonio avrebbe agito così con Cesare volendo ingraziarselo, anzi con l’ultima speranza di essere adottato da lui.

75. Alla fine abbracciò Cesare e passò la corona ad alcuni dei presenti, perché la ponessero sul capo della vicina statua di Cesare. Così fu fatto. In un tale clima, dunque, anche questo evento non meno di altri avvenimenti contribuì a stimolare i congiurati ad un’azione più rapida; esso infatti aveva dato una prova più concreta di quanto sospettavano”.

Giulio Cesare era stato nominato dittatore a vita il giorno precedente e il tempismo del gesto di Antonio appare quantomeno sospetto. Un mese dopo Antonio si salvò dall’assassinio di Cesare poiché venne allontanato dal senato con una scusa, sia perché si temeva che avrebbe potuto sventare l’omicidio, sia perché Bruto si era fortemente opposto. Non sappiamo se il gesto di Antonio sia stato frutto di un’abile preparazione a tavolino per ricacciare i dubbi secondo i quali Cesare volesse diventare rex, o se il futuro triumviro avesse avuto l’idea al momento, in tutta sincerità, o se – cosa non del tutto improbabile – fosse ubriaco. In ogni caso appare fuori luogo anche un altro elemento: le persone sotto ai rostri incitavano Cesare a prendere il diadema, mentre tutti gli altri si opponevano, come se fosse stato un gruppo organizzato dei futuri cesaricidi per mostrare a tutti gli intenti assolutistici del dittatore.

L’avvenimento, per quanto fortuito o organizzato ebbe forti ripercussioni: un mese dopo Cesare sarebbe stato assassinato durante una congiura organizzata dai pretori Bruto e Cassio; molti si unirono a loro, ma Cicerone si tenne fuori, sebbene auspicasse che venisse ucciso anche Marco Antonio (dal quale invece venne poi ucciso – facendolo inserire sulle liste di proscrizione triumvirali -, dopo le sue terribili quattordici filippiche che Antonio non gli perdonò mai). Quando si aprì il testamento di Cesare si scoprì che il primo erede, cui spettavano i tre quarti del suo patrimonio era il diciannovenne pronipote Gaio Ottavio e non Marco Antonio, solo terzo in linea di successione. Forse Antonio sapeva del testamento e cercava disperatamente di ingraziarsi Cesare? Quel che è certo è che Cesare ritenesse la repubblica superata, secondo quanto riporta Svetonio: “nihil esse rem publicam, appellationem modo sine corpore ac specie” – “la repubblica non è nient’altro che un nome senza corpo né anima”. E la storia gli diede ragione.

Ottaviano e il principato

« A vent’anni Ottaviano prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell’esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l’impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: “Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà”. Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. […] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. […] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone, quando era proscritto»

SVETONIO, AUGUSTO, 26-27

In seguito alla morte di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C., Marco Antonio, rimasto unico console, chiese una permutatio provinciarum per l’anno seguente, chiedendo che gli venisse scambiata la Macedonia con la Gallia Cisalpina, ma mantenendo le sue legioni (che erano 5 contro 2). La provincia incombeva dell’Italia, permettendone il controllo, e inoltre era stata assegnata da Cesare al cesaricida Decimo Bruto, sopravvissuto al linciaggio e alla morte solo grazie all’amnistia votata in senato per i congiurati e alla loro fuga da Roma. Antonio si trovava ad assediarlo a Modena quando, iniziato l’anno 43 e terminato il suo consolato, venne dichiarato nemico pubblico dal senato su istigazione di Cicerone, mentre veniva formato un esercito per liberare Bruto, comandato dai consoli (cesariani) Irzio e Pansa. Ottaviano, 19enne, organizzò con l’eredità di Cesare alcune legioni di veterani per appoggiare i consoli e gli venne conferito un imperium proconsulare, secondo solo ai consoli, su proposta di Cicerone, che credeva di manipolarlo. Sconfitto Antonio a Forum Gallorum e Mutina il 14 e 21 aprile, mentre Cicerone pronunciava l’ultima FilippicaOttaviano si trovò unico al comando, dopo la morte di Irzio in battaglia e due giorni dopo quella di Pansa, ufficialmente per le ferite riportate in battaglia (ma forse con l’aiuto di Ottaviano). Marciò su Roma ed entrato in senato, dopo aver detto in modo ambivalente a Cicerone di “essere l’ultimo dei suoi amici”, si fece eleggere, dietro minaccia dei soldati, console a soli 19 anni, insieme al cugino Quinto Pedio. Cicerone, sconvolto, finirà di lì a poco sulle liste di proscrizione formate dai triumviri Ottaviano Antonio e Lepido, che subito dopo si erano messi d’accordo per spartirsi la repubblica e uccidere gli assassini di Cesare.

«Per dieci anni fece parte del triumvirato per la riorganizzazione dello Stato. In esso, per qualche tempo veramente resistette ai colleghi perché non si facessero proscrizioni, ma, una volta iniziate, le esercitò più spietatamente degli altri due. In effetti, mentre quelli, dinanzi a molte personalità, si mostravano spesso arrendevoli alle influenze e alle preghiere, lui solo insistette molto perché non si risparmiasse nessuno, e arrivò a proscrivere il suo tutore Gaio Toranio, che per giunta era stato collega di suo padre Ottavio nella carica di edile. Giulio Saturnino riferisce in più anche questo, che allorché, conclusa la proscrizione, Marco Lepido in Senato giustificava il passato e prospettava una speranza di clemenza per il futuro giacché si era punito abbastanza, lui al contrario dichiarò di aver fissato come limite alle proscrizioni il momento in cui avesse completamente mano libera. Ciò nonostante, in compenso di tanta ostinazione, onorò più tardi con la dignità di cavaliere Tito Vinio Filopèmene, perché si diceva che a suo tempo avesse tenuto nascosto il suo patrono proscritto. Durante l’esercizio di questa stessa magistratura accese molti odii contro di sé. Una volta, mentre teneva un discorso alle truppe – e c’era presente anche una folla di civili – notò che un certo Pinario, cavaliere romano, prendeva furtivamente qualche appunto; allora, ritenendolo un curioso o una spia, lo fece ammazzare seduta stante. A Tedio Afro, console designato, per aver criticato con parole maligne un suo atto, incusse tanta paura con le sue minacce, che quello si buttò giù nel vuoto. Il pretore Quinto Gallio durante la cerimonia del saluto teneva sotto la toga un dittico di tavolette; Augusto sospettò che nascondesse un’arma; ma, non osando sul momento indagare oltre, perché non si trovasse dell’altro, lo fece poco dopo da centurioni e soldati trascinare via dal tribunale e sottoporre a tortura come uno schiavo; non confessò nulla, ma egli lo fece uccidere dopo avergli cavato gli occhi di sua mano. Veramente, egli scrive che Gallio, chiestogli un colloquio, aveva attentato alla sua vita, per cui lo aveva gettato in prigione; poi lo aveva rilasciato interdicendogli però la capitale; e quello era perito per naufragio o per un attacco di pirati. Ricevette la potestà tribunizia a vita: in essa, una prima e una seconda volta si aggregò per cinque anni un collega. Gli attribuirono anche la sovrintendenza ai costumi e alle leggi, anch’essa a vita. Con questa prerogativa, anche senza la carica di censore, fece però tre volte il censimento della popolazione, il primo e il terzo con un collega, il secondo da solo.»

SVETONIO, AUGUSTO, 27

Nel 33 a.C. terminava il triumvirato e Ottaviano, con un colpo di scena, annunciò pubblicamente di rinunciare ai suoi poteri. Nel 32 entrarono in carica due consoli antoniani, Gneo Domizio Enobarbo e Gaio Sosio. Ottaviano si presentò nel foro con una guardia armata, entrando in senato e dicendo che poteva dimostrare i piani eversivi di Antonio. I senatori filoantoniani fuggirono da lui, mentre Ottaviano aveva carenza di denaro e per questo dovette imporre imposte straordinarie, creando malcontenti, mentre ad Antonio non mancava denaro e aveva una flotta migliore. Ma ancora una volta il tentennamento gli fu fatale; Ottaviano poté mettere insieme le forze e dichiarare guerra a Cleopatra. Lo scontro finale sarebbe avvenuto ad Azio nel 31 a.C., dove non sappiamo perché la regina tolemaica si diede alla fuga, seguita da Antonio.

“Due volte Augusto pensò di restaurare la repubblica: una prima volta sùbito dopo fiaccato Antonio, ricordando che da questo gli era stato ripetutamente rinfacciato che dipendeva proprio da lui il fatto che essa non fosse restaurata; poi, di nuovo, perché stanco di una lunga malattia. In questa occasione, anzi, convocate le autorità e il Senato in casa sua, consegnò loro un rendiconto finanziario dell’impero. Ma, considerando che come privato cittadino egli sarebbe stato sempre in pericolo, e che era rischioso affidare lo Stato all’arbitrio di più persone, continuò a tenerlo in pugno lui. Non si sa se con migliore risultato o con migliore intenzione. Questa intenzione egli non solo la sbandierò di tanto in tanto, ma una volta giunse a proclamarla in un comunicato ufficiale: «Vorrei proprio che mi fosse possibile rimettere al suo posto sana ed indenne la repubblica, e godere il frutto che io cerco di questa restaurazione, di essere detto cioè fondatore di un ottimo Stato, e di portare con me, morendo, la speranza che rimangano salde le fondamenta dello Stato, quali io avrò gettato». Ed egli stesso fu realizzatore del suo voto, sforzandosi in ogni modo a che nessuno avesse a dolersi della nuova situazione. La città non era adorna in proporzione della sua maestà, ed era esposta a inondazioni e ad incendi: ebbene, egli la abbellì a tal punto che giustamente si potè gloriare di lasciarla di marmo, mentre l’aveva ricevuta di mattoni. E, per quanto una mente umana poteva prevedere, la rese sicura anche per l’avvenire.”

SVETONIO, AUGUSTO, 28

Ormai per loro era la fine: tutte le legioni avevano disertato a favore del nipote di Cesare, che nel 30 a.C. prese anche Alessandria. Cleopatra e Antonio si trovavano in due palazzi differenti (la regina era nel tempio di Iside, mentre Antonio vagava nel palazzo e la incolpava della fuga a Azio) e mandò a dire al secondo che si era suicidata. Ma mentre Antonio ancora una volta le credette e si suicidò, Cleopatra attendeva. Tuttavia il romano non era morto e fu infine tirato con delle funi da lei e poco dopo spirò, contento di averla vista un’ultima volta. Cleopatra credeva forse di circuire anche Ottaviano, forse di salvare i figli, ma il nipote di Cesare era di tutt’altra pasta. Cleopatra pertanto decise di togliersi anche lei la vita, forse con un morso d’aspide come riporta Plutarco.

Dal 30 al 23 a.C. ricoprì ininterrottamente il consolato, motivo per cui i senatori decisero, dopo il suo rifiuto a prendere il consolato o la dittatura perpetua, a trovare una soluzione. Nel 27 a.C. il senato gli attribuì il titolo di Augustus. Sommati a una serie di poteri straordinari (l’imperium proconsulare maius, ossia il comando militare assoluto, il titolo di princeps senatus, la possibilità di parlare per primo in senato), ottenne sostanzialmente il potere assoluto sebbene da privato cittadino (anche se gli veniva dato quasi annualmente il consolato). Nel 23 a.C. ricevette l’ultimo potere che legittimava la sua “superiorità”: una tribunicia potestas a vita, che gli permetteva di essere sacro e inviolabile come i tribuni della plebe e gli concedeva la possibilità di porre il veto a qualunque azione del senato. Inoltre, alla morte di Lepido assunse il titolo di pontefice massimo, in modo da essere la massima autorità religiosa. Grazie a questi poteri potè smettere di assumere il consolato annuale, essendo ormai divenuto formalmente superiore ai suoi colleghi. Infine nel 2 a.C. ottenne il titolo di pater patriae.

«Augusto assunse cariche ed onori anche prima del tempo legale, alcune poi nuove ed a vita. Si pigliò il consolato a diciannove anni, avvicinando a Roma minacciosamente le sue legioni e inviando chi lo chiedesse per lui a nome dell’esercito; e poiché il Senato si mostrava esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettò indietro il mantello, mostrando l’impugnatura della spada, e non esitò a dire in piena Curia: «Lo farà questa, se non lo farete voi». Esercitò il secondo consolato dopo nove anni, e il terzo con l’intervallo di un solo anno; i successivi, fino all’undicesimo, tutti di séguito. Dopo averne rifiutati molti che gli venivano conferiti, chiese egli stesso, dopo un lungo intervallo – erano trascorsi diciassette anni – il dodicesimo, e, due anni dopo, il tredicesimo: voleva accompagnare nel Foro rivestito della suprema magistratura i due figli Gaio e Lucio per il loro tirocinio, ciascuno a suo turno. I cinque consolati centrali – dal sesto al dodicesimo – li esercitò per tutto l’anno, gli altri, invece, o per nove mesi, o per sei o per quattro o per tre; il secondo, poi, per pochissime ore: il primo di gennaio sedette per un po’ sul seggio curule dinanzi al tempo di Giove Capitolino, poi rinunciò alla carica, mettendo un altro al suo posto. Non tutti i consolati inaugurò a Roma: il quarto in Asia, il quinto nell’isola di Samo, l’ottavo e il nono a Tarragona.»

SVETONIO, AUGUSTO, 26

Ottaviano dunque creò una nuova forma politica, che prevedeva la collaborazione del principe, a capo dell’esercito, pontefice massimo e dotato di potestà tribunizia, con il senato, rifiutando sempre la dittatura:

«Sebbene il popolo gli offrisse con grande insistenza la dittatura, egli, piegato in ginocchio, tiratasi giù dalle spalle la toga e denudatosi il petto, supplicò di non addossargliela. Respinse sempre con orrore, come un insulto infamante, l’appellativo di padrone. Una volta, mentre egli assisteva allo spettacolo, poiché in un mimo era stata recitata l’espressione: O giusto e buon padrone! tutti quanti, come se fossero pienamente d’accordo che il verso si riferisse a lui, applaudirono esultanti; Augusto prima frenò quelle indecorose adulazioni con la mano e con il volto, poi, l’indomani, le redarguì con un durissimo comunicato. Da allora non tollerò di essere chiamato padrone nemmeno dai suoi figli o nipoti, né sul serio né per gioco, e vietò simili piaggerìe anche tra loro stessi.»

SVETONIO, AUGUSTO, 52-53

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