Privacy Policy I combattenti della Guerra Giudaica | STORIE ROMANE

L’operato dei romani in Giudea non era stato dei migliori, tanto da far dire a Tacito che “la capacità di sopportazione dei giudei non andò oltre il periodo in cui fu procuratore Gessio Floro”. Fu proprio sotto di lui che scoppiò la rivolta, nel 66 d.C., dopo altre avvisaglie (come quando Caligola cercò di installare i suoi ritratti nel tempio). L’obbligo dei tributi, i sacrifici all’imperatore, il presidio romano, l’investitura del sommo sacerdote, l’amministrazione della giustizia data in ultima istanza al governatore romano, le sopraffazioni, la violazione dei precetti furono elementi che portarono la popolazione, e specialmente la frangia dei zeloti, a fomentare prima e poi far scaturire la ribellione. Nel maggio del 66 Gessio Floro confiscò parte del tesoro del tempio come contributo alla tassazione romana, provocando la ribellione di tutta la Giudea, nonostante i tentativi di riconciliazione di alcuni giudei come quello dello stesso re Agrippa II. Dopo 4 anni di guerra e la caduta di Gerusalemme resistettero solo alcune sparute fortezze, finché non rimase solo Masada.

Iotapata

Poco dopo lo scoppio della rivolta giudaica, nel 67, Vespasiano assediò la quasi inespugnabile fortezza di Iotapata, dove si era rinchiuso Giuseppe, divenuto poi Flavio. I romani costruirono un terrapieno e tormentarono con ben 160 macchine d’assedio (per questo chiamate tormenta) i difensori:

«[…] tra gli uomini che si trovavano sulle mura attorno a Giuseppe un colpo staccò la testa facendola cadere lontano tre stadi. All’alba di quel giorno una donna incinta, appena uscita di casa, fu colpita al ventre e il suo piccolo venne scaraventato a distanza di mezzo stadio, tanto era la potenza della balista. […] Tutto il settore delle mura, dinanzi al quale si combatteva, era intriso di sangue, e lo si poteva scavalcare attraverso una scalata sui cadaveri.»

Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 7.22, 245-249

Infine i romani apriranno una breccia nelle mura e le assalteranno da più parti con le scale, incontrando una strenua resistenza. Sarà Tito, seguendo le indicazioni di un disertore, a guidare una incursione notturna che permise alle legioni di penetrare in città. I romani, provati dai duri scontri, si daranno a un massacro, mentre Giuseppe, nascosto in una grotta, si salverà dal suicidio collettivo con l’inganno, dandosi poi a Vespasiano cui avrebbe predetto l’impero, ricevendo poi da lui la cittadinanza e il nome di Flavio. Grazie alla sua sopravvivenza conosciamo molti degli eventi bellici della guerra.

Legionari e ausiliari

Dopo diversi anni di duri conflitti i romani riuscirono a cingere d’assedio Gerusalemme. Le operazioni erano guidate da Tito, mentre il padre Vespasiano si era recato ad Alessandria per seguire gli sviluppi della guerra civile (infatti gli eserciti orientali e danubiani marciavano verso l’Italia). Le operazioni ossidionali erano particolarmente difficili sia per la strenua resistenza dei difensori, sia per la natura di Gerusalemme, cinta da più anelli di mura. Giuseppe Flavio racconta di un ausiliario che si offrì per primo di scalare la torre Antonia durante l’assedio di Gerusalemme:

«Tutti restavano paralizzati dalla gravità del pericolo; soltanto un uomo delle coorti ausiliarie, un certo Sabino nativo della Siria, si dimostrò un soldato di straordinario valore per forza e coraggio. Fu lui il primo a levarsi dicendo: “Io ti offro volentieri la mia vita, o Cesare (Tito); sarò il primo a dar la scalata al muro[…] sollevò con la sinistra lo scudo sopra la testa e, sguainata con la destra la spada, si avventò verso le mura: era esattamente l’ora sesta di quel giorno. Non lo seguirono che solo undici uomini, emuli del suo coraggio, ma egli precedeva tutti di molto […] I difensori dall’alto del muro li bersagliarono con giavellotti e tirarono un’infinità di frecce e fecero rotolare giù degli enormi macigni […]; ma Sabino, affrontando i proiettili e ricoperto di dardi, non frenò il suo slancio prima di essere arrivato in cima e di aver sbaragliato i nemici. Infatti, i giudei, sbigottiti dalla sua forza e dal suo coraggio, e anche perché credettero che a dar la scalata fossero stati di più, si diedero alla fuga […] [Sabino] mise un piede in fallo e, urtando contro una roccia, vi cadde sopra […] con un gran colpo. I giudei si voltarono indietro e, avendo visto che era solo e per di più caduto, si diedero a colpirlo da tutte le parti. Quello, levatosi su un ginocchio e riparandosi con lo scudo, dapprincipio si difese e ferì molti di quelli che gli si avvicinavano; ma ben presto per le molte ferite non poté più muovere la destra e alla fine, prima di spirare, fu sepolto sotto un nugolo di dardi[…] Degli altri undici, tre che erano già arrivati in cima furono colpiti e uccisi a colpi di pietra, mentre gli altri otto vennero tirati giù feriti e ricondotti nell’accampamento. Quest’azione si svolse il terzo giorno del mese di Panemo (giugno).»

Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VI, I, 53-67

I romani riuscirono a prendere l’Antonia (dove prima della guerra risiedeva la guarnigione romana), ma non riuscivano ad avanzare ulteriormente nel piazzale sottostante, che portava al tempio (difeso strenuamente). Fu allora che intervenne il centurione Giuliano:

« [Il centurione Giuliano] grande esperto nell’uso delle armi, con una prestanza fisica ed una forza d’animo superiore a tutti quelli che io conobbi nel corso di questa guerra, egli, vedendo che i Romani stavano ormai cedendo e opponevano una resistenza sempre più debole, trovandosi sull’Antonia al seguito di Tito, saltò giù e da solo respinse i Giudei che stavano avendo la meglio fino all’angolo del piazzale interno. Davanti a lui tutti scappavano, poiché appariva come un uomo di forza e coraggio superiori. Egli […] mentre i nemici fuggivano in ogni direzione, uccideva tutti quelli che raggiungeva, sotto lo sguardo ammirato di Tito Cesare e il terrore dei Giudei. […] Egli come gli altri soldati aveva i sandali con sotto numerosi chiodi e, mentre correva, scivolò sul pavimento e cadde con un gran rumore dell’armatura, tanto che gli avversari ormai in fuga, si voltarono indietro a guardare. Si alzò dall’Antonia un urlo dei Romani, in ansia per la sua sorte, mentre i Giudei lo circondarono e lo colpirono da ogni parte con lance e spade. [Giuliano] riuscì a ripararsi da molti colpi con lo scudo e più volte cercò di rimettersi in piedi, ma non vi riuscì poiché gli assalitori erano troppo numerosi, e pur rimandendo disteso riuscì a ferirne molti con la sua spada. Ci volle non poco tempo per ucciderlo, poiché aveva tutti i punti vitali difesi da elmo, corazza e teneva il collo incassato fra le spalle. Alla fine con tutte le membra amputate, e senza che nessun [romano] provasse ad aiutarlo, morì. »

Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VI, 1.8.83-88

La distruzione del tempio

«Si racconta che Tito, tenuto consiglio, abbia, in un primo tempo, dibattuto se un tempio, che tanto lavoro aveva richiesto per la sua costruzione, dovesse essere distrutto. Qualcuno riteneva che non fosse opportuno demolire un santuario, famoso quanto nessuna altra opera umana: salvarlo voleva dire lasciare un documento della moderazione dei Romani; abbatterlo equivaleva a segnalare per sempre la crudeltà dei vincitori. Altri invece (e lo stesso Tito era di questo avviso), ritenevano che distruggere il tempio fosse un obbligo primario al fine di sopprimere più radicalmente le religioni di Giudei e Cristiani: si trattava di due religioni, a dire il vero, ostili l’una all’altra, ma comunque partite dagli stessi fondatori. I Cristiani erano in fondo una setta dei Giudei: tagliata la radice, anche il tronco si sarebbe facilmente seccato.»

Sulpicio Severo, Chronica, II, 30, 6

Il racconto di Sulpicio, autore cristiano del tardo IV secolo, è in conflitto con quello dell’ebraico Giuseppe Flavio, che invece motiva la distruzione del tempio come un incidente durante gli ultimi scontri tra romani e giudei, decisi a non arrendersi ai romani anche se la città era ormai stata presa. ll 7 settembre del 70 d.C., cadeva il palazzo di Erode a Gerusalemme: Tito completava la conquista della città. Presa dopo un lungo assedio, con gli assediati che furono costretti anche ad atti di cannibalismo per sopravvivere, vide anche la distruzione del Tempio, incendiato accidentalmente durante gli scontri, e da cui i romani cercarono di recuperare tutti i tesori possibili prima che crollasse. Flavio Giuseppe narra una serie di prodigi che precedettero la distruzione del Tempio:

« Quasi fossero stati frastornati dal tuono e accecati negli occhi e nella mente, non compresero gli ammonimenti del Dio, come quando sulla città apparvero un astro a forma di spada e una cometa che durò un anno, o come quando, prima che scoppiassero la ribellione e la guerra, essendosi il popolo radunato per la festa degli Azzimi nell’ottavo giorno del mese di Xanthico (marzo), all’ora nona della notte l’altare e il tempio furono circonfusi da un tale splendore, che sembrava di essere in pieno giorno, e il fenomeno durò per mezz’ora: agli inesperti sembrò di buon augurio, ma dai sacri scribi fu subito interpretato in conformità di ciò che accadde dopo. Durante la stessa festa, una vacca che un tale menava al sacrificio partorì un agnello in mezzo al sacro recinto; inoltre, la porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola. Le guardie del santuario corsero a informare il comandante, che salì al tempio e a stento riuscì a farla richiudere. »

Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 288-294

Masada

Masada nacque intorno al 100 a.C., finché per ordine di Erode il Grande venne trasformata in fortezza, temendo le ambizioni di Cleopatra. Il muro di cinta – due muri paralleli con con partizioni che dividevano gli spazi in stanze – era lungo 1400 metri e racchiudeva 12 ettari; alto 5 metri e spesso 4, era intervallato da 37 torri, la cui altezza arrivava a 20 metri. Il palazzo, nella zona nord, era sviluppato su tre piani e aveva una strada sotterranea che collegava all’altopiano. Sale, porticati e bagni erano di ottima fattura, come afferma Flavio Giuseppe e come confermano i reperti archeologici. A ridosso del palazzo c’erano i bagni pubblici. Nella zona occidentale c’era un altro palazzo, ancora più grande, con magazzini, edifici di servizio, amministrativi e di reggia vera e propria, con tanto di bagno privato del re. Tra i due palazzi sorgeva la sinagoga. I caseggiati erano in gran parte a ridosso delle pendici settentrionali, lungo il lato esterno della cinta e a sua volta difesa da muro con torri quadrangolari ancora più alte. Una torre, a 400 metri dalla fortezza, sbarrava l’accesso al Mar Morto, rendendo possibile colpire chiunque si avvicinasse. All’interno cibo e acqua non mancavano mai: sulla spianata centrale si coltivava abbondantemente, mentre diverse cisterne permettevano di raccogliere moltissima acqua, fino a 40.000 metri cubi.

Alla morte di Giunio Basso, governatore della Giudea, il nuovo governatore Flavio Silvia si dedicò ad assediare questa fortezza all’apparenza imprendibile. Condusse sul luogo, visto che ormai la provincia era pacificata, un’intera legione, la X Fretensis, oltre ai reparti ausiliari, per un totale di circa 10-15.000 uomini: la superiorità romana era schiacciante e i romani volevano fare un atto di forza. Le intenzioni romane furono chiare fin dall’inizio; Flavio Silva fece costruire un vallum tutt’attorno la fortezza, alto circa 1,80 m e intervallato da campi legionari e ausiliari, per un totale di 11 torri e 8 campi. Più vicino al campo ed esposti c’erano 5 campi ausiliari, mentre due campi legionari erano in una posizione più protetta. Infine un campo sorgeva a nord-ovest, su un’altura lievemente più alta della fortezza, su cui si insediò Flavio Silva: i romani, in schiacciante superiorità numerica, non solo avevano chiuso ogni possibile via di uscita, ma si erano posizionati perfino più in alto.

Le pendici ripidissime dell’altura tuttavia non consentivano alcun attacco; il sentiero verso il Mar Morto era controllato dalla torre, mentre quello più accessibile era stato ostruito da massi di 45 kg l’uno. Dopo aver ispezionato il perimetro Flavio Silva trovò un punto in cui il dislivello era di “solo” 137 metri. I romani decisero di colmare il vuoto con un’enorme terrapieno, costruito in circa 2 mesi, alla cui sommità fu creata una piattaforma larga circa 29 metri. Fu costruita una torre d’assedio alta 27m (colmando così il dislivello rimasto) dotata di catapulte e baliste (i cosiddetti tormenta), un ariete e portata in cima al terrapieno. La torre riuscì ad aprire una breccia nelle mura, grazie all’ariete, ma gli zeloti presero a lanciarci contro ogni tipo di oggetto infiammabile e fiaccola, bruciandola; finché il vento cambiò direzione e il fuoco bruciò anche le impalcature che i giudei avevano costruito sulle mura, facendo crollare il tratto demolito dall’ariete. I romani si ritirarono preparandosi all’assalto il giorno seguente. Ma la mattina successiva lo spettacolo fu desolante per i romani: non trovarono altro che cadaveri.

Eleazar aveva radunato gli uomini e dato l’ordine di uccidersi pur di non farsi prendere vivi dai romani. Uno a uno si erano uccisi a vicenda, nonostante le rimostranze di molti, alla fine convinti dalle parole del loro leader, che aveva prospettato loro la fine terribile che avrebbero fatti se i romani li avessero presi vivi. I ribelli bruciarono tutto, mentre il designato a togliere la vita agli altri (scelto tramite sorteggio) procedeva il suo triste lavoro. Nella sinagoga è stato perfino trovato un frammento di coccio con scritto “ben Yai ‘r“, probabilmente usato per il conteggio nel sorteggio da parte del capo dei ribelli. I romani entrarono in città armati di tutto punto e pronti a una feroce battaglia, ma non trovarono nulla se non morti. Alla fine spuntarono fuori due donne e cinque bambini che si erano nascosti, unici sopravvissuti, che condussero i romani ai cadaveri. I romani rispettarono il gesto degli assediati, tributando loro onori, tanto che i rinvenimenti archeologici lasciano supporre che i cadaveri furono seppelliti. Con la fine della rivolta venne istituito il fiscus iudaicus e il tributo fu trasferito al tempio di Giove, mentre fu vietata la ripresa del culto nel tempio.

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