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«Esercitò con onore la pretura. Dopo l’amministrazione della giustizia ottenne il suo primo consolato assieme ad Antonino Caracalla, il secondo assieme ad Alessandro. Ebbe due figli: il figlio che, dopo aver esercitato il consolato, ebbe con lui il titolo di Augusto e che fu ucciso in battaglia in Africa nei pressi di Cartagine, e la figlia Mecia Faustina, sposata a Giunio Balbo, un ex console. Nei suoi consolati si distinse fra gli altri consoli dei suoi tempi, tanto che Antonino covava invidia nei suoi confronti, al vedere ora le sue toghe preteste, ora il suo laticlavio, ora gli spettacoli da lui allestiti nel circo, superare la stessa pompa imperiale. Fu il primo cittadino privato romano ad avere di sua proprietà la tunica intessuta a rami di palma e la toga ricamata, mentre in precedenza anche gli imperatori ricevevano di quelle conservate nel Campidoglio o nel Palazzo.»

(Historia Augusta, i tre Gordiani, 4, 1-4)

Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano nacque nel 159, da Mezio Marullo e Ulpia Gordiana; pare che per via paterna discendesse dai Gracchi e per via materna da Traiano. Padre, nonno e bisnonno avevano ricoperto il consolato, così come il suocero, suo padre e i suoi nonni. Insomma di famiglia nobile e imperentato con altri nobili.

Era anche ricchissimo e possedeva moltissime terre, oltre alla casa di Pompeo; aveva inoltre ricoperto il consolato sotto Caracalla e Alessandro Severo. Dal punto di vista personale pare fosse anche un esperto di lettere e che avesse scritto un poema sulla dinastia antonina, l’Antonineide.

Nel 238 gli venne infine offerta la possibilità di diventare imperatore quando divampò la rivolta in Africa, che lui governava, contro Massimino il Trace, di cui venne ucciso il rationalis addetto a riscuotere nuove tasse per pagare la guerra contro i barbari:

«Dopo la riuscita di questa impresa, i giovani si sentirono smarriti, e pensarono che l’unica via di salvezza per loro stava nel condurre l’azione fino alle estreme conseguenze, rendendone corresponsabile il proconsole della provincia, e inducendo tutti i provinciali alla rivolta. Sapevano infatti che l’odio per Massimino aveva già da tempo suscitato il desiderio di rivolta, ma la paura faceva ostacolo. Era ormai mezzogiorno quando si presentarono con tutti i loro seguaci alla casa del proconsole. Questi si chiamava Gordiano: aveva ottenuto la provincia per sorteggio, in età molto avanzata (era di circa ottant’anni); e in precedenza aveva governato molte altre province e si era segnalato in tutte le cariche piú importanti. Perciò ritenevano che egli avrebbe assunto di buon animo il potere, come un coronamento della sua lunga attività, mentre il senato e il popolo romano volentieri avrebbero accettato un uomo di nobile stirpe giunto al trono quasi per diritto di carriera dopo essere salito per tutti i gradi della vita pubblica. Il giorno in cui accadevano queste cose Gordiano se ne stava tranquillamente a casa, concedendosi un periodo di tregua dalle sue faticose attività. Ma i giovani, presentatisi in armi con la folla dei loro sostenitori, invasero la casa, trascurando l’opposizione dei servi addetti alla porta; quindi, raggiunto il vecchio che riposava nel suo letto, gli si fecero intorno e lo cinsero del manto purpureo, acclamandolo con i titoli imperiali. Egli, esterrefatto per la sorpresa, pensò che si tramasse contro di lui un’insidia, e si gettò a terra dal letto, pregando gli astanti di risparmiare un vecchio che non aveva fatto loro nulla di male, e di rispettare l’obbligo di fedeltà e devozione verso l’imperatore. Quelli insistevano con le armi in pugno; ma il vecchio, tra il timore e la meraviglia, stentava ad afferrare la situazione, e a comprendere il perché di quanto stava accadendo. Allora uno dei giovani, che prevaleva sugli altri per nobiltà ed eloquenza, impose silenzio ai compagni: e, sempre brandendo la spada, pronunciò queste parole: «Ti trovi fra due pericoli, uno imminente, l’altro futuro; uno certo, l’altro eventuale; devi dunque decidere se preferisci salvarti oggi, schierandoti con noi, e affidandoti alla speranza che tutti nutriamo, ovvero morire per nostra mano. Se tu accetterai di sottometterti alla realtà presente, hai molte ragioni di aspettarti il meglio: Massimino è universalmente odiato, e tutti desiderano di rovesciare la sua crudele tirannide, mentre tu sei popolare per le tue precedenti imprese, e ti sei sempre coperto di onore e di gloria agli occhi del senato e del popolo romano. Se invece ti opponi, e non ti schieri con noi, morrai oggi stesso: se necessario, cadremo anche noi nella rovina, ma il primo a cadere sarai tu. Il gesto che abbiamo oggi compiuto esige da noi una risolutezza disperata; giace morto infatti il sicario del tiranno, e ha pagato il fio della sua ferocia soccombendo ai nostri colpi. Se dunque ti unisci a noi e partecipi al nostro rischio, otterrai il trono imperiale; e ciò che noi abbiamo fatto ci meriterà lode anziché castigo». Mentre il giovane parlava, la notizia si era diffusa per la città, e tutto il popolo era accorso; sicché la moltitudine, senza attendere oltre, proclamò Gordiano imperatore. Egli, per quanto protestasse e facesse presente la sua tarda età, era in fondo ambizioso. Scelse cosí di affrontare il pericolo futuro, sfuggendo a quello imminente; e pensò che per un uomo giunto all’estrema vecchiaia non sarebbe stato gran male, poiché doveva morire, morire da imperatore.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, VII, 5, 1-7)

Divenuto imperatore e inviate lettere al senato, che accolse la sua elezione positivamente, Gordiano dovette tuttavia affrontare il governatore di Numidia Capelliano, che era rimasto fedele a Massimino, mentre nominava suo figlio, Gordiano II, Augusto insieme a lui e veniva dato il titolo di Cesare al nipote Gordiano III. Gordiano riuscì anche a far assassinare il prefetto al pretorio Viteliano, fedele a Massimino, colto alla sprovvista dai messi di Gordiano, a Roma, mentre l’imperatore trace veniva dichiarato hostis publicus.

Tuttavia Capelliano in Africa ebbe la meglio e sconfisse Gordiano II; alla notizia il padre decise di togliersi la vita, mentre il governatore della Numidia entrava a Cartagine ed iniziava un’epurazione nei confronti di chi aveva aiutato Massimino. Gordiano era stato imperatore solo poche settimane:

«Mentre le forze di Massimino avanzavano, a Cartagine le cose non procedevano secondo le speranze. Un senatore chiamato Capelliano governava sui Mauri soggetti ai Romani, che sono detti Numidi; questo territorio era presidiato da truppe numerose, per impedire scorrerie e saccheggi da parte dei Mauri indipendenti, che vivono in grandi masse oltre il confine. Il governatore dunque disponeva di forze militari non disprezzabili. I rapporti fra questo Capelliano e Gordiano erano da molto tempo ostili, poiché essi erano stati avversari in una causa; quindi Gordiano, appena assunto il titolo imperiale, ordinò all’altro di deporre la carica e gli mandò un successore. Egli si sdegnò per questo fatto; e poiché era devoto a Massimino, dal quale aveva ottenuto il suo grado, riuní tutto l’esercito e lo convinse a rispettare il giuramento di fedeltà verso l’imperatore; quindi mosse verso Cartagine guidando ingenti forze, costituite da giovani arditi e vigorosi, ben forniti di tutte le armi necessarie, e pronti a combattere per l’esperienza militare acquistata nelle continue guerre contro i barbari. Quando Gordiano seppe che l’esercito marciava contro la città, fu colpito da profondo timore; si turbarono anche i Cartaginesi, ma ritenendo che la speranza di vincere si fondasse sul numero, anziché sulla disciplina e sull’addestramento, uscirono in massa con l’intenzione di affrontare Capelliano. Secondo alcuni il vecchio Gordiano conoscendo la potenza di Massimino e sapendo che in Libia non c’era alcuna forza capace di resistergli, fu preso dallo sconforto fin dal suo arrivo a Cartagine, e si suicidò, impiccandosi; ma la sua morte fu tenuta segreta e il figlio fu scelto per condurre il popolo. Quando si venne a battaglia, i Cartaginesi erano superiori di numero, ma disorganizzati e ignari dell’arte militare: infatti erano sempre vissuti in pace profonda, dedicandosi agli svaghi, e non praticando armi o macchine belliche. Ciascuno aveva portato da casa sua un pugnale, una scure, o uno spiedo da caccia; tagliando pelli scelte a caso, e adattandole alla meglio su tralicci di legno, ciascuno si era fatto, come poteva, uno scudo di fortuna. I Numidi invece sono abili lanciatori di giavellotto, e ottimi cavalieri, al punto che dirigono la corsa dei cavalli con la sola frusta, senza uso di briglie. Facilmente dunque volsero in fuga la moltitudine dei Cartaginesi, i quali, non riuscendo a sostenere l’assalto, gettarono tutto e fuggirono, urtandosi e calpestandosi fra loro: le vittime di questa fuga disordinata furono piú numerose dei caduti per mano nemica. In questo scontro perí anche il figlio di Gordiano, insieme con tutto il suo seguito; per la grande quantità dei morti non fu possibile raccogliere e seppellire i cadaveri, e non fu trovata nemmeno la salma del giovane Gordiano. Tra i fuggiaschi, infatti, alcuni riuscirono a entrare in Cartagine e a nascondersi, disperdendosi per tutta la città, che è molto estesa e fittamente popolata: e cosí pochi si salvarono di tanta moltitudine; ma gli altri, mentre si accalcavano intorno alle porte, e lottavano fra loro per aprirsi un passaggio, furono sterminati dai giavellotti dei Numidi e dalle spade dei legionari. In tutta la città si levava grande pianto da parte di donne e di fanciulli, che assistevano da vicino alla strage dei loro cari. Altri dicono che quando tali notizie furono portate al vecchio Gordiano, trattenuto in casa dall’età avanzata, e quando si vide Capelliano avanzare su Cartagine, perduta ogni speranza egli si ritirò da solo nella sua camera dicendo che voleva dormire; ivi, facendo un laccio con la sua cintura e infilandovi la gola, si uccise. Cosí morí, dopo una parvenza di regno, Gordiano, cui pure in passato aveva arriso la fortuna. Capelliano, giunto a Cartagine, mise a morte tutti i cittadini eminenti sopravvissuti alla battaglia, né si trattenne dal saccheggiare i templi, e dall’appropriarsi di ricchezze pubbliche e private. Si recò negli altri centri dove le insegne di Massimino erano state abbattute; quivi uccise i nobili, espulse le popolazioni, abbandonò le campagne e le case al saccheggio dei soldati, e le fece incendiare. Con il pretesto di vendicare gli oltraggi inferti a Massimino egli celava il desiderio di assicurarsi la benevolenza dei soldati; cosí, se Massimino fosse stato sconfitto, egli stesso avrebbe potuto aspirare all’impero, sostenuto dal suo esercito. Questa era, dunque, la situazione in Libia.»

(Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, VII, 9, 1-9)

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