Privacy Policy I Flavi | STORIE ROMANE

Le origini di Vespasiano, uscito vincitore dalla guerra nell’anno dei quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano), che aveva sconvolto l’impero romano dopo la morte di Nerone, erano modeste se confrontate ai Giulio-Claudi, discendenti di Cesare e di una delle più antiche famiglie patrizie romane, oltre a vantarsi di discendere da Venere e da Enea. Il nonno di Vespasiano, Tito Flavio Petrone, era infatti centurione nell’esercito di Pompeo e dopo Farsalo disertò. Suo figlio, Tito Flavio Sabino, il padre di Vespasiano, fu un banchiere e un esattore, stimato per la sua integrità. La madre dell’imperatore, Vespasia Polla, era discendente di una ricca famiglia equestre di Norcia. Vespasiano nacque a Falacrinae, un borgo nei pressi di Rieti, forse l’attuale Cittareale. Il fratello, Sabino, fu il primo a intraprendere la carriera politica e in seguito diventerà anche prefetto dell’Urbe, una delle cariche più prestigiose dell’impero. Allevato nella casa della nonna, Vespasiano intraprenderà la politica solo dietro pressione della madre. Seguirono alcuni successi, specialmente sotto Claudio, dove partecipò all’invasione della Britannia:

«Durante l’impero di Claudio, per raccomandazione di Narciso, fu inviato in Germania come comandante di una legione; di lì trasferito in Britannia, ebbe trenta scontri col nemico. Costrinse alla resa due popolazioni, più di venti città fortificate e l’isola di Vette, che è molto vicina alla Britannia, agli ordini sia del legato consolare Aulo Plauzio sia dello stesso Claudio. Per questo ricevette le insegne del trionfo e, in breve tempo, due sacerdozi, e inoltre un consolato che esercitò negli ultimi due mesi dell’anno.»

Svetonio, Vespasiano, 4

Successivamente Vespasiano governò la provincia d’Africa, senza arricchirsi. Tuttavia la sua onestà lo costrinse a ipotecare molte proprietà e a darsi al commercio di bestiame, finché non cadde in rovina sotto Nerone, che però qualche anno dopo lo richiamò per sedare la rivolta giudaica scoppiata nel 66.

Vespasiano

Fu durante la repressione della ribellione giudaica che scoppiò la rivolta contro Nerone, dichiarato infine hostis publicuse suicidatosi. Rapidamente si susseguirono come imperatori Galba, Otone e Vitellio, tutti provenienti da occidente, finché anche Vespasiano non venne acclamato imperatore (poco prima gli era stato predetto da Giuseppe, uno dei capi della rivolta ebraica, e che per questo venne liberato, ottenne la cittadinanza, prendendo il nome di Flavio, e divenne uno dei principali collaboratori dell’imperatore, scrivendo poi la storia della guerra giudaica), e decise di attaccare Vitellio, rimasto unico imperatore a occidente. Girò anche una lettera, vera o falsa, in cui Otone, poco prima di venire sconfitto, pregava Vespasiano di vendicarlo. Le legioni danubiane appoggiarono il reatino e lo scontro finale avvenne nuovamente a Bedriacum, nel nord Italia, dove Vitellio aveva sconfitto Otone. Ma stavolta le truppe di Vespasiano, comandate da Antonio Primo, ebbero la meglio.

Mentre Antonio si avvicinava a Roma, il popolo abbandonò Vitellio, che venne linciato. Vespasiano, divenuto imperatore, ratificato con una lex de imperio Vespasiani(in cui gli vennero concessi tutti i poteri in un’unica soluzione), cominciò a rimettere ordine, ricoprendo ben otto consolati e la censura, a cui teneva molto. Vespasiano edificò dunque il tempio della Pace, per la fine della guerra, e consacrò un nuovo anfiteatro al popolo romano, edificato col bottino della guerra giudaica, l’anfiteatro Flavio, nel luogo in cui sorgeva il lago della domus aurea, prosciugato. Nel medioevo avrebbe preso il nome di Colosseo, da una statua colossale di Nerone in bronzo che svettava nella vicinanze e che da Adriano era stata trasformata in una statua del dio Sole e spostata dalla zona dove sarebbe sorto il tempio di Venere e Roma verso il ludus magnus, dalla parte opposta.

Inoltre Vespasiano, oltre a censire l’ordine senatorio e riedificare Roma, rimise in ordine i conti pubblici tramite un’amministrazione oculata e raccogliendo denaro anche da nuove tasse, come quella che impose sull’urina. Da allora i bagni si sarebbero chiamati vespasiani, e neanche le lamentele del figlio Tito bastarono a fargli cambiare idea:

“Al figlio Tito, che lo criticava perché aveva escogitato perfino un’imposta sull’urina, mise sotto il naso il denaro ricavato dal primo versamento, chiedendogli se era disturbato dall’odore; e poiché egli rispose di no: «Eppure», disse, «viene dall’urina». Quando certi ambasciatori gli annunciarono che gli era stata decretata, a spese pubbliche, una statua colossale, di non lieve costo, rispose che la erigessero anche subito e, mostrando il cavo della mano, disse che il «piedistallo era pronto».”

(Svetonio, Vespasiano, 23)

Dopo dieci anni di principato, con il Colosseo quasi ultimato, Vespasiano morì, il primo di sicura morte naturale dai tempi di Augusto. Era il 23 giugno del 79 d.C., e aveva sessantotto anni:

“[…] al primo attacco della malattia: «Ahimè», disse, «credo che sto diventando un dio».”

«Durante il suo nono consolato, colpito, in Campania, da leggeri attacchi di febbre e tornato immediatamente a Roma, si recò a Cutilio e nella campagna di Rieti, dove ogni anno era solito passare l’estate. Qui, oltre all’indisposizione che lo affliggeva, si era rovinato anche l’intestino con un’eccessiva quantità d’acqua gelata; nondimeno continuava a compiere, come al solito, i suoi doveri d’imperatore, tanto da ricevere le legazioni perfino mentre stava a letto. Ma, quando un improvviso attacco di diarrea lo ridusse allo stremo, disse che «un imperatore doveva morire in piedi»; e, mentre si sforzava di alzarsi, spirò tra le braccia di quelli che lo sostenevano, il 23 giugno, all’età di sessantotto anni, sette mesi e sette giorni.»

Svetonio,Vespasiano 23-24

Tito

Vespasiano aveva due figli: Tito e Domiziano, divenuti entrambi imperatori. Il maggiore, Tito, seguì il padre durante la rivolta giudaica e terminò le operazioni quando questo partì in occidente, conquistando Gerusalemme nel 70 d.C. Poi partì anche lui per Roma, mentre le poche fortezze rimaste in mano ai ribelli venivano prese una a una, fino all’ultima, famosa, Masada. Tito accompagnò il padre Vespasiano nelle operazioni militari in Giudea. Per rafforzare le sue forze inviò il figlio ad Alessandria, dove raccolse la legio V Macedonica e la legio X Fretensis, oltre a coorti e ale ausiliarie. Inoltre si unirono ai romani Antioco IV di Commagene, Erode Agrippa II, Gaio Giulio Soaemo (re di Emesa) e Malco II (re dei Nabatei).

La prima importante fortezza da prendere era Iotapata, dove si era rintanato Giuseppe, uno dei comandanti della ribellione. L’assedio era particolarmente ostico e nonostante Vespasiano avesse bersagliato le mura con centinaia di macchine d’assedio e aperto delle brecce, queste venivano chiuse con qualsiasi oggetto a disposizione di notte. Fu infine un delatore a confessare che di notte, al cambio del turno, i giudei abbassavano la guardia, e fu proprio allora che Tito con un manipolo di uomini guidò un incursione notturna, che non solo fu un successo, ma permise ai romani di penetrare in città e conquistarla. Giuseppe si sarebbe poi consegnato, sfuggito al suicidio di massa, predicendo a Vespasiano che sarebbe diventato imperatore: quando lo diventò realmente lo liberò e gli concesse la cittadinanza romana, prendendo il nome di Flavio. Grazie a lui abbiamo il resoconto di tutta la guerra, e specialmente dell’assedio di Gerusalemme, raccontato nei minimi dettagli.

«E poiché Gaio Licinio Muciano ed altri generali sollecitavano affinché [Vespasiano] esercitasse il potere come princeps, anche l’esercito lo incitava ad essere condotto a combattere qualunque rivale. Vespasiano, allora per prima cosa, rivolse la sua attenzione ad Alessandria, poiché sapeva che l’Egitto costituiva una delle regioni più importanti dell’impero per l’approvvigionamento del grano, credette che, assicuratosene il controllo, avrebbe costretto Vitellio ad arrendersi, poiché la popolazione di Roma avrebbe patito la fame. Mirava, inoltre, ad avere come sue alleate le due legioni presenti ad Alessandria, ed a fare di quella provincia un baluardo contro la cattiva sorte.»

Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5.605-607

Dopo un paio di anni di combattimenti, in cui Tito si mise in mostra, Vespasiano venne acclamato imperatore e si diresse ad Alessandria; avrebbe riconosciuto il suo potere con una lex de imperio. Mentre il padre era occupato a riconoscere il suo potere, Tito iniziò l’assedio di Gerusalemme. Propose la resa agli assediati, ma questi si rifiutarono. I combattimenti seguirono, mentre i romani avanzavano di cinta muraria in cinta muraria, finché non si giunse alla zona del tempio; la lotta divampò, finché, negli scontri, il tempio prese fuoco. Non fu possibile spegnerlo subito poiché i combattimenti continuavano; quando i romani ebbero la meglio, riuscirono solo a portare fuori le suppellettili e alcuni oggetti sacri. Infine, presa la città, iniziarono i festeggiamenti.

Il padre non negò mai di volerlo associare a sé come successore, sia per rafforzare il suo potere, sia per dare un messaggio chiaro al senato, dove alcuni rimpiangevano ancora i Giulio-Claudi e la repubblica. Nel 71 gli diede la tribunicia potestas e condivise il consolato (nel 70) e la censura (73-74) con il padre. Tito diventò infine anche prefetto al pretorio, unico caso della storia romana in cui un figlio ricopriva tale carica, tra l’altro solitamente riservata al ceto equestre. Il comportamento di Tito, che da Cesare sembrava un nuovo Nerone, poi mutò, diventando più temperante, allontanando da sé i sospetti di dissolutezza e tirannia:

«A parte la sua crudeltà, destava sospetto anche la sua intemperanza, dato che protraeva le sue baldorie fino a notte fonda in compagnia degli amici più dissoluti. Né destava meno scandalo la sua lussuria, a causa delle congreghe di eunuchi e di debosciati di cui si circondava; per non dire della notoria passione verso la regina Berenice, alla quale si diceva avesse promesso persino il matrimonio. Sospetto sollevava anche la sua rapacità: perché era noto come usasse speculare sulle cause trattate in presenza del padre e trarne profitto. E, in definitiva, tutti pensavano e andavano anche apertamente dicendo che si profilava un altro Nerone. Ora, al contrario, quella cattiva fama gli si convertì in un bene e si mutò in un coro di lodi quando in lui non si trovò nessun vizio e si videro, viceversa, mille virtù.»

«Tito, che portava lo stesso cognome del padre, fu chiamato amore e delizia del genere umano: tali doni aveva avuto, di intelligenza, capacità e fortuna, da guadagnarsi la simpatia generale; e ciò anche come principe, cosa che è più difficile; mentre, da privato cittadino, e ancora durante il principato di suo padre, non gli erano mancati né le inimicizie né, tanto meno, la riprovazione pubblica. Era nato il 30 dicembre dell’anno che rimase segnato dall’assassinio di Gaio (Caligola, il 41 d.C.; ma poi si corregge con il 39 d.C.), in una squallida abitazione nei pressi del Settizonio, in una stanzuccia angusta e senza luce che ancora si conserva e viene mostrata ai visitatori. Fu educato a corte assieme a Britannico e istruito con lui nelle stesse discipline e dagli stessi maestri.»

Svetonio, Tito, 7; 1-2

Sebbene inizialmente molti temessero che si sarebbe comportato in modo non dissimile da Nerone, Tito fece ricredere tutti; divenne tanto amato da essere definito poi “amore e delizia del genere umano”. Completò anche la costruzione del Colosseo, iniziata dal padre, e lo inaugurò.

“Molto generoso per natura, laddove tutti gli altri Cesari finora – in base a una disposizione di Tiberio – non avevano considerate valide le concessioni fatte dai predecessori se non dopo una loro personale conferma, egli per primo volle con un unico editto ratificare tutti i privilegi concessi in passato senza pretendere che gli si sottoponessero nuove petizioni. E in tutte le altre richieste del pubblico tenne poi sempre come suo punto fermo di non congedare nessuno senza lasciargli qualche speranza. Anzi, mentre i suoi consiglieri gliene facevano un appunto, come se promettesse più di quanto poteva mantenere, rispose che «non era bene che qualcuno se ne andasse in mestizia dopo esser stato a colloquio col principe». E una volta, del resto, essendosi ricordato durante la cena di non aver accordato nessun favore ad alcuno in tutto quel giorno, pronunciò la frase memorabile e giustamente lodata: «Amici, ho perduto una giornata».”

Svetonio, Tito, 8

Tuttavia non fu un principato fortunato; appena diventato imperatore, nel 79 d.C., avvenne l’eruzione del Vesuvio, che spazzò via le città di Pompei, Stabia e Ercolano, e in cui trovò la morte Plinio il Vecchio, comandante della flotta di Miseno. Tito inviò subito aiuti e visitò le rovine, ma ormai non c’era molto da fare. Inoltre fu talmente buono da eliminare i processi per lesa maestà e non emise nessuna condanna a morte. Ma, dopo appena due anni di principato, morì; avrebbe confidato in punto di morte che “non c’era alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, eccettuata forse una sola”. Si riferiva forse al fratello Domiziano, che avrebbe dovuto allontanare e invece tenne vicino a sé? E fu forse lui la causa della sua morte, forse invidioso o forse perché escluso da Tito nel principato, come invece lo avrebbe voluto il padre Vespasiano?

Domiziano

«Suo fratello intanto non cessava di tramare contro di lui e di aizzare l’esercito, ormai quasi apertamente, alla ribellione, e già meditava la possibilità di una fuga: Tito non se la sentì né di decretarne la morte né di farlo relegare. Nemmeno lo volle sminuito nella dignità: continuò, come dal primo giorno in cui aveva assunto l’impero, a dichiararlo partecipe del principato e suo successore. Solo in privato lo pregava talora, ma con le lacrime agli occhi, «di voler mostrare, una buona volta, verso di lui un sentimento analogo al suo».. Immerso in questi assilli, lo prevenne la morte: più che per lui fu un danno per l’umanità. Ultimati gli spettacoli, aveva pianto copiosamente alla presenza del popolo. Si diresse allora verso la Sabina. Appariva abbattuto: durante un sacrificio la vittima gli era sfuggita e a cielo sereno si era udito il tuono. Alla prima sosta del viaggio fu preso dalla febbre. Allora, mentre di là lo trasportavano in lettiga, si dice che, scostate le cortine, avesse rivolto lo sguardo al cielo lamentandosi molto «per essere strappato alla vita, così innocente: perché non c’era alcuna sua azione di cui dovesse pentirsi, eccettuata forse una sola». Ma quale fosse, né lui lo fece allora intendere né sarebbe facile indovinarlo. Pensano alcuni che volesse alludere a una relazione avuta con la moglie di suo fratello. Ma, quanto a Domizia, lei giurava per tutti gli dei che tale relazione non c’era mai stata; e, se qualche cosa ci fosse stata, non l’avrebbe taciuto, ma anzi se ne sarebbe vantata, dispostissima com’era sempre a confessare ogni sua infedeltà. Morì nella stessa villa in cui era morto suo padre, il 13 settembre 27, dopo due anni, due mesi e venti giorni da quando gli era succeduto, nel quarantaduesimo anno di età. Quando si diffuse la notizia della sua fine, il popolo intero se ne addolorò come per un lutto familiare. I senatori corsero alla Curia, prima ancora di esservi convocati per editto, e si dovettero spalancare le porte che erano ancora chiuse. E allora egli ebbe, da morto, un tale tributo di lodi e di ringraziamenti quale mai aveva avuto quando era lì, vivo e presente.»

Svetonio, Tito, 10-11

A differenza del fratello Tito e del padre Vespasiano, Domiziano non aveva esperienza militare e mai la ebbe, anche se comandò alcune spedizioni militari contro i germani e contro i daci, che non riportarono grossi successi. Pare che durante l’anno dei quattro imperatori si trovasse a Roma insieme allo zio Sabino, quando Vitellio, venuto a sapere dell’acclamazione di Vespasiano, cercò di catturarli. I due Flavi avevano cercato rifugio sul Campidoglio, nel tempio di Giove Ottimo Massimo; i soldati di Vespasiano appiccarono un incendio e il tempio venne distrutto, e Sabino perse la vita. Domiziano invece, diciottenne (era nato il 24 ottobre del 51), trovò riparo in casa di un custode e scampò travestito da sacerdote di Iside. All’arrivo di Antonio Primo, dopo la vittoria di Bedriaco, Domiziano venne dunque nominato pretore urbano con potestà consolare, in pratica faceva le veci dei consoli e quindi del padre.

“Alla morte del padre, a lungo rimase in dubbio se offrire ai soldati un donativo doppio e non esitò mai ad affermare che «era stato lasciato compartecipe dell’impero, ma che il testamento era stato modificato con la frode»”

Svetonio, Domiziano, 2

Domiziano andava ripetendo che nel testamento di Vespasiano sia lui che il fratello Tito erano designati come co-imperatori ma che quest’ultimo, abile calligrafo, lo avesse falsificato. Emblematico è anche Svetonio che narra di Tito, ormai prossimo alla morte, di non pentirsi di niente tranne di una cosa, ma non dice cosa. Che fosse realmente il testamento falsificato e ci fosse Domiziano dietro la morte del fratello? O forse sapeva dell’indole di Domiziano e si pentiva di averlo lasciato in vita e non aver fatto nulla per impedirne la successione? O semplicemente rimpiangeva la regina Berenice, con cui aveva avuto una relazione durante la campagna giudaica ma che poi non aveva potuto proseguire? Probabilmente non lo sapremo mai. Domiziano divenne imperatore nell’81 d.C., alla morte di Tito. Apprezzava decisamente le opere teatrali e gli spettacoli gladiatori, e il nuovo Colosseo sembrava fatto apposta per lui:

«Indiceva continuamente spettacoli splendidi e costosi, non solo nell’anfiteatro, ma anche nel circo, dove, oltre alle tradizionali corse di bighe e quadrighe, organizzò anche un doppio combattimento, di cavalieri e di fanti. Nell’anfiteatro diede un combattimento navale, e cacce e lotte di gladiatori anche di notte, alla luce delle fiaccole, e non solo combattimenti fra uomini, ma anche fra donne. Inoltre presenziava sempre agli spettacoli offerti dai questori che, dopo un periodo di sospensione, aveva ripristinati.»

Svetonio, Domiziano, 4

Per mostrare di essere pari al fratello e al padre, entrambi valenti comandanti, Domiziano diede il via alla guerra contro i Catti, nell’area compresa tra il Reno e il Danubio, formando i nuovi Agri Decumates, che per due secoli sarebbero stati un saliente in area germanica, ricchi di forti. L’area sarà poi abbandonata nel tardo III secolo e vi si insedieranno gli alemanni. Inoltre Domiziano cercò di respingere i daci, che sconfinavano tra Pannonia e Moesia, senza tuttavia riuscire a riportare una vittoria decisiva (sarà solo Traiano a risolvere il problema, annettendo la provincia). In ogni caso la vittoria in Germania, anche se non riportata da lui, gli valse un trionfo nell’83. Tuttavia in Germania si ribellerà Antonio Saturnino, governatore della Germania Superiore; la rivolta sarà domata, ma da allora verrà decretato che non potesse stazionare in forte più di una legione (motivo, secondo l’imperatore, della rivolta di Antonio, che disponeva anche dei fondi di due legioni).

Domiziano si dedicò anche al restauro di molte opere pubbliche e fu molto meno parsimonioso del padre, finendo per dover sottrarre molte proprietà a senatori, dopo averli uccisi o fatti suicidare. Fu inoltre un moralizzatore e promosse in ogni modo la religione latina; fu estremamente duro con chi non rispettava i dettami religiosi: per le vestali che avevano infranto la castità decretò la morte (contrariamente al padre e il fratello che avevano fatto finta di nulla). Ma specialmente cominciò a gradire di essere chiamato dominus et deus, e cominciò a diventare sempre più autoritario:

«La sua crudeltà poi non solo era grande, ma anche subdola e imprevedibile. Il giorno prima di far crocifiggere il suo tesoriere, lo chiamò nella sua camera, lo costrinse a sedergli vicino sul letto, lo accomiatò rassicurato e contento, gli offrì perfino una parte della sua cena.»

«Depauperato dalle spese sostenute per l’edilizia, per gli spettacoli e per l’aumento delle paghe, cercò, sì, di abbassare il numero dei soldati per alleviare le spese militari, ma, quando si avvide che, con questo provvedimento, da un lato rimaneva indifeso di fronte ai barbari, dall’altro si trovava non meno invischiato nell’affrontare le difficoltà finanziarie, allora non ebbe più nessuno scrupolo a rapinare in tutti i modi possibili e immaginabili. Dovunque, con qualsiasi accusatore e qualsiasi accusa, venivano sequestrati i beni dei vivi e dei morti. Bastava che fosse denunciato un gesto o una qualunque parola contro la maestà del principe. Venivano confiscate anche le eredità più impensabili, purché qualcuno comparisse a dire di aver udito dal defunto, quando era in vita, che suo erede era Cesare.»

Svetonio, Domiziano, 11

Domiziano si alienò le simpatie dei senatori, cercando sempre di più di essere equiparato a un dio; per accaparrarsi la loro simpatia allora perseguitò gli ebrei, sia col fiscus Iudaicus (istituito dopo la rivolta giudaica), sia eliminando chi si diceva discendere da re David o non sacrificava alla sua divinità. Infine, nella sua mania religiosa, fece rispettivamente uccidere e mandare in esilio Flavio Clemente e Flavia Domitilla Minore, suoi parenti, per ateismo, o comunque per sospette simpatie con l’ebraismo. Nell’85, perseguendo il suo obiettivo di moralizzatore, si fece nominare censore perpetuo. Era troppo per i senatori; anche se era in parte amato dall’esercito, sia perché figlio di Vespasiano, sia perché primo ad aumentare la paga dai tempi di Cesare da 225 a 300 denari annui, sia perché fece diverse elargizioni ai soldati. Odiato da praticamente tutti, venne infine assassinato nel 96 d.C. e ne fu decretata la damnatio memoriae:

«Sulle modalità della congiura e della morte queste sono, più o meno, le notizie divulgate. Giacché i cospiratori erano incerti sul quando e sul come dovessero aggredirlo, se mentre si lavava o mentre pranzava, Stefano, amministratore di Domitilla, accusato in quel periodo di appropriazione indebita, offrì il proprio consiglio e il proprio aiuto. Per alcuni giorni, allo scopo di allontanare ogni sospetto, tenne fasciato il braccio sinistro, come se fosse infermo, con bende di lana, poi, quando si avvicinò l’ora convenuta, vi nascose un pugnale. Quindi, avendo annunciato di voler svelare un complotto, fu introdotto per questo motivo alla presenza dell’imperatore. Mentre questi leggeva un libello che lui stesso gli aveva consegnato, lo trafisse all’inguine. Domiziano era rimasto attonito. Benché ferito, tentava ancora di difendersi; ma il corniculario Clodiano, Massimo, liberto di Partenio, Saturo, capo dei camerieri, e alcuni gladiatori gli balzarono addosso e lo trucidarono con sette pugnalate. Un ragazzo, che per consuetudine si prendeva cura dei Lari della camera da letto e aveva assistito all’uccisione, raccontava che Domiziano, al primo colpo, sùbito, gli aveva ordinato di porgergli un pugnale nascosto sotto il cuscino e di chiamare i servi, ma che al capezzale egli non aveva trovato altro che l’impugnatura e che inoltre tutte le porte erano chiuse; e Domiziano intanto aveva afferrato e trascinato a terra Stefano e aveva lottato a lungo, cercando di strappargli il pugnale e di cavargli gli occhi con le dita, benché le avesse tutte lacerate. Fu ucciso il 18 settembre [del 96 d.C.], a quarantacinque anni, nel quindicesimo anno del suo impero. Al suo cadavere, trasportato fuori città dai becchini in una bara comune, la nutrice Fillide tributò le estreme onoranze nella sua casa di periferia sulla via Latina, ma segretamente trasferì i suoi resti nel tempio della gens Flavia e li unì alle ceneri di Giulia, figlia di Tito, essa pure da lei allevata.»

Svetonio, Domiziano, 17


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