Privacy Policy I Giulio-Claudi | STORIE ROMANE

Alle idi di marzo del 44 a.C. veniva assassinato Giulio Cesare, nominato dittatore a vita solo un mese prima. Nonostante i presagi negativi alla fine si decise ad andare in senato, dietro pressione del congiurato Decimo Bruto. Il suo erede, Gaio Ottavio, divenuto Ottaviano, formò il secondo triumvirato con Lepido e Marco Antonio. Sconfitto quest’ultimo ad Azio, nel 31 a.C., rimase unico padrone di Roma. Nel 27 a.C. (o secondo alcuni nel 23, quando ricevette la tribunicia potestasOttaviano riceveva il titolo onorifico di Augusto dal senato; aveva infatti rifiutato di reiterare ancora il consolato e aveva soppresso la dittatura. Sembrò pertanto una situazione di compromesso: formalmente la res publica restava in piedi, di fatto sotto la tutela del privato cittadino Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, che aveva altresì l’imperium proconsulare maius et infinitum, ossia il comando supremo sull’esercito. La tribunicia potestas inoltre gli consentiva di essere inviolabile e di porre il veto su qualsiasi decisione del senato.

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La successione di Augusto

«Due volte Augusto pensò di restaurare la repubblica: una prima volta sùbito dopo aver fiaccato Antonio, ricordando che da questo gli era stato ripetutamente rinfacciato che dipendeva proprio da lui il fatto che essa non fosse restaurata; poi, di nuovo, perché stanco di una lunga malattia. In questa occasione, anzi, convocate le autorità e il Senato in casa sua, consegnò loro un rendiconto finanziario dell’impero. Ma, considerando che come privato cittadino egli sarebbe stato sempre in pericolo, e che era rischioso affidare lo Stato all’arbitrio di più persone, continuò a tenerlo in pugno lui. Non si sa se con migliore risultato o con migliore intenzione. Questa intenzione egli non solo la sbandierò di tanto in tanto, ma una volta giunse a proclamarla in un comunicato ufficiale: «Vorrei proprio che mi fosse possibile rimettere al suo posto sana ed indenne la repubblica, e godere il frutto che io cerco di questa restaurazione, di essere detto cioè fondatore di un ottimo Stato, e di portare con me, morendo, la speranza che rimangano salde le fondamenta dello Stato, quali io avrò gettato». Ed egli stesso fu realizzatore del suo voto, sforzandosi in ogni modo a che nessuno avesse a dolersi della nuova situazione. La città non era adorna in proporzione della sua maestà, ed era esposta a inondazioni e ad incendi: ebbene, egli la abbellì a tal punto che giustamente si potè gloriare di lasciarla di marmo, mentre l’aveva ricevuta di mattoni. E, per quanto una mente umana poteva prevedere, la rese sicura anche per l’avvenire.»

Svetonio, Augusto, 28

Augusto preparò ben presto la sua successione. Decise inizialmente che Marcello (il figlio di sua sorella Ottavia), suo nipote prediletto, a cui aveva dato in sposa la figlia Giulia dovesse essere il suo erede. Tuttavia il giovane, che non amava particolarmente Agrippa, morì nel 23 a.C.:

«[…] quando Augusto si accorse che Marcello, per via della scelta precedente [Augusto aveva consegnato ad Agrippa l’anello, simbolo del potere imperiale, all’inizio dell’anno, quando si era ammalato gravemente e disperava di poter guarire], era animato da rivalità nei confronti di Agrippa, inviò quest’ultimo con grande celerità in Siria, per scongiurare che, entrambi presenti a Roma, potesse nascere qualche contesa tra i due. […]

«Augusto gli diede una sepoltura pubblica, dopo i consueti elogi lo seppellì nella tomba che fece costruire (l’Augusteo) […] E egli ordinò anche che fossero portati nel teatro [di Marcello] una sedia curule, un ritratto e una corona d’oro durante i Ludi Romani.»

CASSIO DIONE, STORIA ROMANA, LIII, 32, 1; 30, 5; 31, 3

Morto il nipote prediletto, Augusto decise di nominare suo successore Agrippa, a cui diede immediatamente in sposa Giulia, rimasta vedova. Tuttavia anche Agrippa morì prima dell’imperatore, nel 12 a.C., e Giulia venne data in sposa a Tiberio, figliastro di Augusto, il quale ripiegò per la successione sui figli di Agrippa e Giulia, Gaio e Lucio Cesare. Anche loro non sopravvissero al nonno:

« Ma il destino non gli permise di essere soddisfatto, fiducioso e di avere una progenie e una casa ben disciplinata. Le due Giulie, la figlia e la nipote, colpevoli di ogni atto empio, le esiliò; nello spazio di diciotto mesi perse Gaio e Lucio, il primo in Licia, il secondo a Marsiglia. Adottò allora, nel Foro con la legge curiata, il terzo nipote Agrippa e il figliastro Tiberio; ben presto, a causa della natura infame e feroce di Agrippa, lo rinnegò e lo esiliò a Sorrento. »

SVETONIO, AUGUSTO, 65

Infine Augusto adottò l’unico superstite: Tiberio. Aveva dato prova di valore nelle campagne pannoniche e germaniche.

Tiberio

«E non ignoro nemmeno che, secondo alcuni, […] acconsentì ad adottarlo solo per le preghiere di sua moglie, e anche spinto dal desiderio di farsi maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente abbia agito alla leggera in un caso di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato le virtù e i vizi di Tiberio e trovato maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto che aveva giurato in assemblea di adottarlo nell’interesse dello stato, e che in molte sue lettere lo celebrò come un grande comandante militare e l’unico sostegno del popolo romano. […]»

Svetonio, Tiberio, 21

Tiberio, divenuto imperatore nel 14 d.C. alla morte di Augusto, era discendente dell’antichissima patrizia famiglia dei Claudii; si univano così in un’unica famiglia i Giulii, gli Ottavii, i Claudii e i Livii (la madre era una Livia). Essendo stato adottato per testamento Ottaviano era diventato un Giulio a tutti gli effetti, mentre Tiberio era un Claudio: nasceva così la dinastia Giulio-Claudia. Inizialmente il prestigio di Tiberio fu messo a dura prova dal nipote Germanico, che portò a termine diverse campagne a nord, recuperando due delle tre aquile di Teutoburgo e sconfiggendo Arminio ad Idistaviso. Germanico venne richiamato, non sappiamo se perchè Tiberio effettivamente temeva che la sua popolarità avrebbe messo a repentaglio il suo posto come imperatore, e inviato in oriente. A Germanico fu concesso un imperium proconsulare maius su tutto l’oriente da parte del senato, mentre Tiberio gli affiancava il burbero Gneo Calpurnio Pisone, nominato proconsole della Siria e suo ex collega nel consolato del 7 a.C. I due entrarono ben presto in conflitto e Germanico morì forse avvelenato dallo stesso Pisone già nel 19 d.C.

Morto Germanico, venne scelto come successore il figlio Druso minore. Al tempo stesso acquisiva potere il prefetto al pretorio Lucio Elio Seiano, dopo la decisione di Tiberio di stanziare le nove coorti pretorie, prima sparse in tutta Italia, nei castra pretoria al limite di Roma. Seiano sedusse la moglie di Druso, Claudia Livilla, e poco tempo dopo, nel 23, Druso morì avvelenato. Ancora una volta i sospetti ricaddero su Tiberio, che però probabilmente era ancora una volta estraneo al delitto, in cui era coinvolta Livilla. Mentre Seiano spadroneggiava a Roma, Tiberio, rimasto senza eredi (Tiberio Gemello, figlio di Druso minore, era nato nel 19 d.C. e il suo gemello, Germanico Gemello, era morto nel 23; inoltre non si era certi della paternità e alcuni supponevano che il padre fosse Seiano) e più che sessantenne, decise di ritirarsi in Campania e specialmente a Capri. Nel frattempo Seiano prese il potere a Roma, diventando in tutto e per tutto il capo dello stato. L’unione con Livilla credeva di aprirgli le porte per la successione, e nel 31 ottenne il consolato insieme all’imperatore. Ma fu proprio allora che Antonia minore, vedova di Druso maggiore e madre di Germanico e Claudio, inviò una lettera a Tiberio in cui paventava che Seiano fosse in procinto di effettuare un colpo di stato.

Tiberio nominò segretamente Macrone, a capo delle coorti urbane, prefetto al pretorio e informò anche le coorti di vigiles, di arrestare Seiano. Con l’inganno, Macrone, dopo avergli detto falsamente che gli era stata conferita la tribunicia potestas, si congedò. Entrato in senato, venne letta una lettera di Tiberio, in cui alla fine improvvisamente comandava di arrestare Seiano. Il console Mummio Regolo procedette all’arresto, e poco dopo Macrone si presentò nei castra pretoria come nuovo prefetto. Seiano, portato nel Carcere Mamertino, venne condannato a morte dopo un rapido processo e strangolato, insieme ai suoi figli.

Tiberio trascorse i suoi ultimi anni a Capri, nella villa Iovis. Quando dovette procedere al testamento, erano ormai rimasti solo due eredi: Tiberio Gemello, quindicenne, e di cui si dubitava della paternità, il nipote Claudio, fratello di Germanico e figlio di Druso maggiore, mai preso in considerazione poiché zoppo e balbuziente, e il nipote Caio, detto poi Caligola, figlio di Germanico, amatissimo dal popolo, che poco più che ventenne sembrava la scelta migliore. Tiberio nel 37 lasciò Capri, forse per passare i suoi ultimi giorni a Roma, ma si fermò poco prima di entrare in città, forse titubante della reazione del popolo. Dopo un primo malore, fu portato a Miseno, dove fu creduto morto. Tacito riporta che venne infine soffocato:

«Il diciassettesimo giorno prima delle Calende di aprile, gli mancò il respiro e si credette che avesse cessato di vivere; già Caio Cesare, in mezzo a una folla di persone festanti, usciva a cogliere le primizie del potere, quando improvvisamente gli si riferì che Tiberio aveva recuperato la voce e la vista e chiamava qualcuno che gli portasse da mangiare per riprendersi dal deliquio. Si sparse il terrore e mentre gli altri si disperdevano qua e là, e chi si fingeva triste e chi mostrava di non saper nulla; Caio Cesare [Caligola] immobile, muto, caduto dal culmine delle speranze, si aspettava imminente chissà quale condanna. Macrone senza tremare ordinò di soffocare il vecchio sotto un cumulo di coperte e di allontanarsi dalla porta. Così finì Tiberio, a settantotto anni.»

Tacito, Annali, VI, 50

Caligola

Caligola, nipote venticinquenne di Tiberio (era il prozio), era uno dei due eredi dell’impero e venne subito acclamato imperatore da Macrone. Era nel pieno delle forze e largamente amato in quanto figlio di Germanico, mentre su Tiberio Gemello, quindicenne, di cui Tiberio era il nonno, c’erano molti dubbi. Il senato annullò il testamento di Tiberio, riconoscendo Caligola come unico imperatore. Dopo un primo periodo idilliaco di governo in collaborazione con il senato, nell’ottobre del 37 venne colpito da una grave malattia. Quando si riprese non fu più lo stesso:

«Non passò molto tempo e l’uomo che era stato considerato benefattore e salvatore […] si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera»

Filone di Alessandria, De Legatione ad Gaium, 22

Non è chiaro quale fosse stata la causa, ma da allora il modo di governare cambiò completamente: cominciò a governare in modo assolutistico, senza tenere più in considerazione il senato, che anzi dispregiava; arrivò anche a considerare di dare il consolato al suo carissimo cavallo Incitatus:

«Per il suo cavallo Incitato faceva imporre e rispettare il silenzio, anche con l’intervento delle guardie, la sera prima della corsa, affinché non fosse disturbato. Gli donò, oltre una stalla di marmo e una greppia d’avorio, coperte di porpora e bardamenti di pietre preziose e anche una casa con tanto di servitù e mobilio, perché le persone che faceva invitare a nome del cavallo fossero ospitate assai degnamente. Si dice che volesse persino candidarlo al consolato.»

Svetonio, Caligola, 55

Caligola divenne insomma autoritario e dispotico, mettendosi contro praticamente tutti. Venne accusato di adulterio, di uccidere per divertimento, di dilapidare il tesoro pubblico (che reintegrava uccidendo senatori e intascandone le proprietà); infine giunse nel 40 a far porre per disprezzo una sua statua colossale nel tempio di Gerusalemme, causando quasi una rivolta. Si sentiva in tutto e per tutto un dio. Le continue stravaganze ed eccessi di Caligola non potevano durare a lungo nella Roma del I secolo d.C. Attiratosi le antipatie di senatori e soldati, era solo una questione di tempo. La morte giunse infine il 24 gennaio del 41 d.C., per mano dei pretoriani, con l’appoggio del senato.

Claudio

Alla morte di Caligola si pose il problema della successione. Quasi tutti i discendenti di Augusto erano morti o assassinati; uno dei pochi rimasti era Tiberio Claudio Druso, nipote di Tiberio e zio di Caligola, sempre escluso dai testamenti in quanto considerato la “pecora nera” della famiglia poiché zoppo e balbuziente. Fu proprio Claudio a venire acclamato imperatore dai pretoriani dopo l’assassinio di Caligola, pare mentre si stava nascondendo dietro una tenda nel palazzo imperiale, temendo di essere ucciso. Claudio era nato a Lugdunum (l’odierna Lione) nel 10 a.C., durante una campagna militare di suo padre Druso maggiore, fratello di Tiberio. Si vociferava già in antichità, inoltre, che Druso fosse figlio adulterino di Augusto e Livia, mentre lei era ancora sposata con Tiberio Claudio Nerone e che l’imperatore sposò quando era incinta di sei mesi.

L’imperatore riformò l’amministrazione imperiale, cominciando a dargli una prima burocrazia, che venne affidata in larga parte a liberti imperiali e procuratori equestri, che si occupavano della riscossione delle tasse nelle province imperiali. Vennero istituiti i primi uffici, antecedenti di quelli che si sarebbero istituzionalizzati ai tempi di Costantino: a rationibus, che si occupava della gestione finanziaria, a libellis per le questioni giuridiche, ab epistulis per la corrispondenza. Creò tre acquedotti, l’Acqua Claudia, l’Aqua Virgo e l’Anio Novus. Dotò Ostia di un nuovo portò che però si insabbiò non molto tempo dopo; il problema sarebbe stato risolto solo da Traiano. Bonificò inoltre la piana del Fucino, con un canale che portava le acque nel fiume Liri: la prima volta il canale era troppo alto per consentire all’acqua di defluire. Il secondo era troppo in basso e l’afflusso eccessivo di acqua uccise molti spettatori. In ambito militare Claudio doveva mostrare di meritare il ruolo di capo dell’esercito, non avendo alcuna esperienza a riguardo, essendo sempre stato tenuto lontano dalla carriera politico-militare. Decise pertanto di invadere l’isola della Britannia, dove già Cesare aveva tentato due sbarchi. La conquista fu rapida, ma molto più tempo chiese la pacificazione e l’organizzazione della provincia.

Claudio fu molto attento a chi entrava in senato, decidendo infine di inserire nell’assemblea anche i senatori della Gallia Comata (in cui aveva soppresso ogni forma di culto dei druidi). In un celebre discorso del 48 d.C., riportato da Tacito (che aveva accesso agli atti del senato) e riportato in una tavola rinvenuta a Lione, Claudio perorava la sua idea. I senatori erano inizialmente refrattari alla proposta, ma infine dovettero cedere. Quando divenne imperatore Claudio era sposato con la giovanissima Messalina (all’epoca sedicenne; l’imperatore aveva trentacinque anni più di lei), che gli diede due figli: Claudia Ottavia e Tiberio Claudio Germanico, che dopo le conquiste paterne divenne noto come Britannico. Tuttavia Messalina aveva un’indole eccessivamente libertina, che mal si conciliava col carattere censorio di Claudio. Nel 48 Messalina sposò il suo amante Gaio Silio mentre Claudio si trovava ad Ostia; l’imperatore la fece condannare a morte. Tuttavia, nonostante la promessa fatta ai pretoriani, Claudio convolò a nozze un’ultima volta, la quarta, con la nipote Agrippina minore, figlia del fratello Germanico.

Dopo quattordici anni di principato, all’età di sessantaquattro anni, nell’ottobre del 54 d.C., Claudio morì. L’ipotesi più probabile è che dietro ci fosse la mano di Agrippina, volenterosa di vedere il proprio figlio Nerone come princeps:

«È opinione unanime che egli sia stato ucciso col veleno ma dove e per mano di chi, questo non si sa per certo: alcuni raccontano che fu avvelenato in Campidoglio dall’eunuco assaggiatore Aloto, mentre era a banchetto con i sacerdoti; altri invece sostengono che ciò avvenne durante un pranzo in famiglia, per mano della stessa Agrippina, che gli aveva imbandito un fungo avvelenato, poiché egli era assai ghiotto di quel cibo. Anche riguardo a quel che successe subito dopo, c’è discordanza: molti dicono che, appena ebbe assimilato il veleno, si ammutolì e, straziato dai dolori per tutta la notte, morì all’alba; altri sostengono che, dopo uno stato di torpore iniziale, abbia poi vomitato tutto il cibo che gli era tornato su, e quindi gli fu propinato dell’altro veleno, versato forse in una minestra di farro, con la scusa di farlo riprendere con del cibo, poiché era esausto, oppure in un clistere somministratogli col pretesto di aiutarlo in tal modo a smaltire l’indigestione.»

Svetonio, Claudio, 44

Nerone

Inizialmente il principato di Nerone è ricordato in modo entusiasta dai contemporanei: è il quinquennium Neronis, il quinquennio del buon principe, sullo stile augusteo, forse coadiuvato anche da Seneca. Nerone allontanò Ottavia, che mal sopportava, per Poppea, di cui era innamorato. Lei sì sposò con Otone in un matrimonio di facciata (per ordine di Nerone), che diventerà imperatore dopo la morte di Nerone. Inizia ora il periodo “buio” di Nerone. Forse sotto l’influenza di Poppea cerca di far assassinare la madre simulando un incidente, ma questa si salva, e quindi è costretto a inviare dei soldati a farla fuori: Nerone voleva ingombrarsi dell’ombra pesante di Agrippina, che lo condizionava. Morta Agrippina, nel 62 d.C. Nerone ripudiò Ottavia accusandola di sterilità, per sposare Poppea. Infine la spinse al suicidio. Nello stesso anno morì Burro (forse avvelenato da Nerone) e fu sostituito da Tigellino, persona senza scrupoli nel macchiarsi di delitti. Divenne ricchissimo e potentissimo. Pompea morì forse attorno al 66 d.C. e Nerone sposò Statilia Messalina.

Quando scoppiò l’incendio di Roma, nel luglio del 64 d.C. Nerone si trovava ad AnzioIl mito ha voluto che fosse lui l’incendiario, ma in realtà probabilmente l’imperatore non aveva alcuna colpa. L’incendio, come narrato dallo stesso Tacito (che di sicuro non era favorevole a Nerone), scaturì probabilmente dal Circo Massimo

« Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo »

TACITO, ANNALES, XV, 44

Circolava infatti la voce, già durante l’incendio che ad appiccarlo fosse stato Nerone stesso. Infatti oltre alle 7 coorti di vigili in azione (che spesso non potevano fare altro che abbattere gli edifici in fiamme prima che le fiamme si propagassero a quelli adiacenti) molti avevano visto agenti di Nerone in giro per la città impedire alla gente di rientrare nelle case o appiccare incendi in case non ancora coinvolte. Inoltre il fuoco era ripreso dopo che si era estinto e Roma aveva continuato a bruciare ancora per giorni. Alcuni credevano che fosse stato Nerone proprio per questo; tuttavia l’azione di queste persone era volta a creare con ogni probabilità zone cuscinetto per evitare ulteriori propagazioni delle fiamme. Sarebbe strano pensare che mentre avveniva questo e le persone erano convinte della sua colpevolezza Nerone si aggirasse per Roma cercando di portare aiuto. E sarebbe ancora più strano pensare che andò in fiamme la domus transitoria in cui erano custodite moltissime e preziosissime opere d’arte che Nerone adorava; sarebbe stato più logico, se fosse stato il mandante dell’incendio, restare al sicuro a Anzio (dove si trovava) e spostare le opere d’arte.

Infine, un anno dopo, si scoprì una congiura, la cosiddetta congiura dei Pisoni. Si progettava di uccidere Nerone, ma i congiurati vennero scoperti.Uno dei complici, Subrio Flavo, tribuno della guardia pretoriana, fu interrogato e conosciamo le parole grazie a Tacito. Disse a Nerone che lo aveva cominciato a odiare da quando era diventato l’assassino della madre, della moglie, un auriga, un attore e un incendiario. Subrio Flavo era stato accanto a Nerone durante l’incendio. L’imperatore aveva certamente fatto assassinare la madre e la moglie, e amava quelle che i romani definivano “mollezze” da greco; era forse un pazzo, ma non uno stupido. Una persona che non si era fatto scrupoli a far uccidere la moglie e la madre non si capisce per quale motivo non avrebbe eliminato un testimone del genere e gli avrebbe permesso di parlare liberamente in tribunale.

Nerone condannò molti a morte, costringendo al suicidio anche Seneca e Petronio. Approfittò comunque dell’incendio, che aveva distrutto 10 dei 14 quartieri di Roma, per costruire un’immensa casa, la domus aurea. La costruzione fu estremamente rapida, considerando che quattro anni dopo l’incendio Nerone morì. La costruzione di questa sfarzosa dimora è da sempre additata come prova della colpevolezza di Nerone. Piuttosto sarebbe da considerare, secondo l’uso romano, un ragionamento “post hoc ergo propter hoc” (“dopo di questo, a causa di questo”), cioè la domus aurea con è la causa ma la conseguenza, l’occasione intravista da Nerone e subito messa in atto.

Il governo di Nerone si inasprì, finché – dopo la ribellione di Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense – ordinò a Galba, governatore della Spagna, di suicidarsi. Tuttavia le sue legioni lo acclamarono imperatore e marciò su Roma, col sostegno del senato, mentre ovunque avvenivano atti di ribellione nei confronti dell’imperatore. Si ribellò la legio III Augusta, in Africa, bloccando il rifornimento di grano e anche i pretoriani abbandonarono l’imperatore. Infine anche il senato dichiarò hostis publicus (nemico pubblico) Nerone, che fu costretto a fuggire, avendo perso l’appoggio di chiunque.Infine l’imperatore si suicidò con l’aiuto di un liberto, Epafrodito, sapendo che se fosse stato catturato vivo sarebbe stato trucidato. Svetonio narra che morendo Nerone pronunciò la frase: “quale artista muore con me!”. Il senato ne decretò la damnatio memoriae: furono distrutti tutti i documenti e i riferimenti a Nerone. Fu permesso comunque un funerale privato e le sue ceneri furono deposte nel sepolcro di famiglia, quello dei Domizi, sul Pincio.

Odiato dal senato e in parte anche dai soldati (i due poteri principali su cui si reggeva l’imperatore romano), Nerone in realtà fu sempre ben accolto dal popolo, tanto che in oriente, negli anni successivi, in molti si spacciavano come Nerone, ricevendo largo seguito. Nerone amava profondamente l’oriente, altro motivo per cui era inviso al senato. Nella guerra civile (l’anno dei quattro imperatori) seguente Galba venne assassinato e dallo scontro tra Otone e Vitellio vinse quest’ultimo. Tuttavia dall’oriente arrivò Vespasiano (inviato da Nerone a sedare la rivolta giudaica), acclamato dalle legioni orientali come imperatore, che vinse Vitellio e diventò il primo imperatore della dinastia Flavia.

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