Privacy Policy Il mitraismo | STORIE ROMANE

Mitra era una divinità di origine orientale, indo-iraniana, il cui culto si è diffuso prima in Persia e poi nelle province orientali dell’impero romano e conseguentemente in tutto l’impero a partire dal I secolo a.C. Inizialmente legato allo Zoroastrismo persiano, Mitra è poi diventato una divinità a sé stante, di grandissima fortuna. Il primo contatto con le province orientali sotto l’influenza romana avvenne prima con i pirati cilici sconfitti da Pompeo nel 67 a.C. e poi divenne evidente con l’erezione della statua colossale di Mitra da parte di re Antioco I di Commagene.

Un dio orientale

Il mitraismo era una religione misterica e quindi non pubblica: l’accesso a questa religione era decisamente più complesso che non ad altre. Il luogo di incontro era il mitreo, situato in una cavità naturale o artificiale, priva di finestre e piuttosto piccolo in confronto a un qualsiasi tempio antico. Al centro del culto c’era Mitra, raffigurato sempre col suo cappello frigio, che affrontava il dio Sole e lo sconfiggeva. I due venivano a patti e Mitra riceveva la corona raggiata. Altra grande impresa della divinità era la cattura del toro e la sua uccisione, dopo il tentativo di fuga dell’animale. Dal toro morto nascevano tutte le piante benefiche; ma il Dio del male inviava un serpente per contrastare la vita. Alla fine il toro ascendeva alla Luna dando vita agli animali. Mitra e il Sole suggellavano con un pasto, l’agape, la vittoria.

Mitra è quindi un Dio creatore, legato alle pratiche di resurrezione. Il culto fu particolarmente diffuso tra i soldati romani in tutto l’impero (se ne trovano tracce perfino sul vallo di Adriano). Tale adorazione era decisamente in voga in quanto Mitra era una divinità eroica, da assimilare a sua volta a Giove e Marte, e al tempo stesso una divinità che tendeva verso un monoteismo di fatto che ormai permeava la società romana nel III secolo. Ed è il III secolo appunto che vede l’esplosione del mitraismo; Mitra si confuse sempre più con Apollo, fondendosi: i romani crearono una nuova divinità, squisitamente romana, il Sol Invictus.

Già all’inizio del III secolo Eliogabalo aveva portato dalla Siria, da cui proveniva, e qui precisamente da Emesa, la divinità solare El-Gabal, che egli venerava. I romani avevano accolto molto tiepidamente questo nuovo culto, se non proprio sbeffeggiando il giovane imperatore, il cui unico motivo per cui era diventato tale era la parentela con i Severi. Nel corso del secolo il mitraismo prese sempre più piede mentre il culto solare rimase in secondo piano.

«Dunque, una volta uccisi Macrino e suo figlio Diadumeno che, associato all’impero con parità di poteri, aveva ricevuto anche il nome di Antonino, il titolo di imperatore fu conferito a Vario Eliogabalo, grazie alle voci che lo facevano figlio di Bassiano. Di fatto egli era un sacerdote di Eliogabalo, una divinità ora identificata con Giove, ora col Sole, e si era attribuito il nome di Antonino sia quale prova della sua presunta discendenza, sia perché sapeva bene che quel nome era tanto caro alla gente che, in grazia di esso, anche un fratricida come Bassiano godeva ancora simpatie. In un primo tempo ebbe dunque il nome di Vario, successivamente quello di Eliogabalo, dal fatto che era sacerdote del dio Eliogabalo, a cui, dopo averne importato il culto dalla Siria, costruì a Roma un tempio nel luogo in cui in precedenza sorgeva quello in onore dell’Orco. Infine, quando salì al potere, prese il nome di Antonino, e fu l’ultimo imperatore romano a portare tale nome.»

HISTORIA AUGUSTA, ELIOGABALO, 1, 4-7

L’imperatore, appena quattordicenne, fece ritorno a Roma, considerandosi più sacerdote che imperatore:

«Ma non appena entrò in Roma, trascurando gli affari delle province, si preoccupò di consacrare il culto del dio Eliogabalo, facendogli erigere un tempio sul colle Palatino, nei pressi del palazzo imperiale, con l’intenzione di trasferirvi il simulacro della Gran Madre, il fuoco di Vesta, il Palladio, gli scudi ancili, e tutti gli oggetti sacri ai Romani, per far sì che a Roma non fosse venerata alcuna divinità se non Eliogabalo. Diceva inoltre che in quel tempio dovevano essere trasferiti anche i culti delle religioni dei Giudei e dei Samaritani, nonché i riti dei Cristiani, affinché l’ordine sacerdotale di Eliogabalo divenisse depositario dei misteri di tutti i culti. Poi, quando tenne la prima seduta con il senato, diede ordine che sua madre fosse invitata a parteciparvi. Al suo arrivo, fu invitata a sedersi su uno degli scanni riservati ai consoli, e presenziò personalmente alla redazione del verbale, in altre parole fu testimone della stesura del decreto senatorio; ed egli fu l’unico fra tutti gli imperatori sotto il cui regno una donna, quasi fosse un’Eccellenza, entrò in senato a svolgere mansioni riservate agli uomini. Fece inoltre costruire sul colle Quirinale un «senatino», cioè un senato di donne, proprio dove in passato si riunivano le matrone romane, ma solo in occasione di particolari solennità, od ogniqualvolta una qualche matrona riceveva le insegne riservate alle spose dei consoli, un privilegio che gli antichi imperatori avevano talora concesso alle loro parenti, specialmente a quelle che avevano sposato uomini privi di titoli nobiliari, perché non avessero a perdere il loro rango.»

Historia Augusta, Eliogabalo, 3, 4-5; 4, 1-3

La divinità di Emesa cadde ben presto nel dimenticatoio, nonostante sempre più spesso apparissero sulle monete romane le corone raggiate tipiche di Apollo a cingere la testa dell’imperatore (sempre negli antoniniani), ormai quasi una divinità impersonificata a tutti gli effetti.

Nel 274 Aureliano, vincitore di Zenobia a Palmira, riportò nuovamente in auge il dio siriano e rese ufficiale il culto di questa divinità (già c’erano stati nei secoli precedenti alcune avvisaglie di un culto del Sole e un suo epiteto come Invitto), attribuendogli sacerdoti (pontifices solis invicti), templi e un culto ufficiale. Infine Aureliano creò anche il collegio pontificale del Sole Invincibile (pontifices solis invicti). In antichità era la normalità adottare per sè il dio che aveva concesso la vittoria (così come lo sarà per Costantino) e inoltre il culto del dio solare ben si adattava a molte divinità greco romane come Apollo e Giove. Come narra Tertulliano molti pagani credevano anche che i cristiani adorassero questo dio.

Dunque questa nuova divinità, derivata sia dal dio El-Gabal di Emesa che dal mitraismo, intendeva ridare unità all’impero: proprio nel III secolo si consumarono le più violente persecuzioni dei cristiani, soprattutto a partire da Decio a metà del secolo (i cristiani venivano visti male perché non sacrificavano all’imperatore ed erano restii a combattere, motivo di grande instabilità in un impero così bisognoso di ordine e soldati). Sotto Diocleziano e Galerio poi si verificherà la più grande persecuzione di cristiani, finché, preso atto dell’inutilità di questi mezzi (e visto la conversione in corso di Costantino) Licinio e Costantino promossero a Milano nel 313 il famoso editto che sanciva la libertà di culto.

Mitraismo e Sol Invictus convissero per qualche decennio finché nel 308 i tetrarchi a Carnuntum, in Pannonia, decisero di unire le due divinità: una lapide posta al “Dio Sole Invitto Mitra” sanciva l’unicità del culto.

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