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L’origine del Carnevale, per come lo conosciamo, è senza dubbio medievale; è stato supposto che l’origine della parola sia una contrazione di carnem levare, ossia levale la carne, poiché precedeva immediatamente l’inizio del periodo di Quaresima.

Tuttavia alcune somiglianze possono essere riscontrate nelle Antesterie greche e nei Saturnali romani: le prime, che cadevano tra febbraio e marzo, erano una festa dionisiaca, quindi legata al vino e agli eccessi, in cui sfilavano dei cortei di carri e maschere; la festa era legata ai morti e al ciclo della vita. Anche i Saturnali, dal 17 al 23 dicembre, erano improntati agli eccessi, ed era l’unico periodo dell’anno in cui gli schiavi erano liberi, mentre ci si concedeva a una certa libertà sessuale e sociale.

La festa di Iside

La festa dedicata alla dea Iside (navigium Isidis) si svolgeva nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, quindi pochi giorni prima rispetto alla Pasqua cattolica. Essa vedeva sfilare su un carro navale (carrus navalis) la dea Iside, per festeggiare la resurrezione del suo sposo Osiride, smembrato e di cui aveva ricomposto il corpo.

Inoltre si svolgevano lunghe processioni con persone in maschera, e seguiva una lunga festa. E’ possibile forse che Carnevale venga proprio da carrus navalis? E’ quello che ritiene il linguista Mario Alinei: il navigium Isidis non sarebbe altro che l’origine delle festività legate al Carnevale, respingendo l’idea che la parola fosse legata a carnem levare o a carnem vale (addio carne), mettendo invece in risalto la forte opposizione avuta sempre dalla Chiesa nei confronti del Carnevale, festa completamente opposta al periodo di Quaresima che seguiva.

Così Apuleio racconta nelle sue Metamorfosi (libro XI) la festa e Iside:

5. (Io sono) la madre dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine dei secoli, la totalità dei poteri divini, la regina degli spiriti, la prima dei celesti, l’immagine unica delle divinità maschili e femminili: con un cenno del capo io governo i picchi luminosi della volta celeste, i venti salubri del mare, i silenzi desolati dell’inferno. La mia essenza è indivisibile, ma nel mondo sono adorata ovunque in molte forme, con diversi riti, con nomi diversi: gli Attici autoctoni Minerva Cecropia, i Ciprioti bagnati dal mare Venere di Paphos, i Cretesi, abili arcieri, Diana Dictynna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, alcuni Giunone, altri Bellona, l’uno Ecate, l’altro Ramnusia [Nemesis]. Ma I due ceppi di Etiopi, quello illuminato dai raggi del Sole all’alba, e quello dai raggi del sole al tramonto, e gli Egiziani dotati dell’antica saggezza, mi venerano con riti che appartengono solo a me, e mi chiamano col mio vero nome: Iside regina”.

8: Ed ecco che lentamente cominciò a sfilare la solenne processione. La aprivano alcuni riccamente travestiti secondo il voto fatto: c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca. C’era chi, armato di tutto punto, schinieri, scudo, elmo, spada, sembrava uscito allora da una scuola di gladiatori; e non mancava chi s’era vestito da magistrato, con i fasci e la porpora e chi con mantello, bastone, sandali, scodella di legno e una barba da caprone, faceva il filosofo, due, poi, portavano delle canne di varia lunghezza, con vischio e ami, a raffigurare rispettivamente il cacciatore e il pescatore…

9. Mentre queste divertenti maschere popolari giravano qua e là, la vera e propria processione in onore della dea protettrice cominciò a muoversi. Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate, adorne di ghirlande primaverili spargevano lungo la strada per la quale passava il corteo i piccoli fiori che recavano in grembo, altre avevano dietro le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel consenso di popolo, altre ancora avevano pettini d’avorio e muovendo ad arte le braccia e le mani fingevano di pettinare e acconciare la chioma regale della dea, altre, infine, versavano, a goccia a goccia, lungo la strada, balsami deliziosi e vari profumi. Seguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e ogni altra cosa che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei cieli.

16. Intanto fra questi discorsi e le festose ovazioni, procedendo lentamente, giungemmo alla riva del mare, proprio lì dove il giorno prima, ancora asino, io m’ero riposato. Qui, allineate secondo il rito le immagini sacre, il sommo sacerdote s’avvicinò con una fiaccola accesa, un uovo e dello zolfo a una nave costruita a regola d’arte e ornata tutt’intorno di stupende pitture egizie e, pronunziando con le sue caste labbra solenni preghiere, con fervido zelo la purificò e la consacrò offrendola alla dea. La candida vela di questa nave fortunata recava a lettere d’oro il voto augurale di una felice navigazione per i traffici che si riaprivano. A un tratto fu issato l’albero, un pino rotondo, alto e lucido con su in cima un bellissimo calcese; la poppa ricurva, a collo d’oca, scintillava rivestita com’era di lamine d’oro e la carena di puro legno di cedro splendeva anch’essa. Allora sia gli iniziati che i profani, tutti indistintamente, fecero quasi a gara a recare canestri colmi d’aromi e d’altre offerte e libarono sui flutti con un intruglio a base di latte, finché la nave, colma di doni e d’altre offerte votive, libera dagli ormeggi, non prese il largo sospinta da un vento blando e propizio. Quando essa fu tanto lontana che appena la si poteva scorgere i portatori ripresero di nuovo i sacri arredi che avevano deposto e, tutti soddisfatti, ritornarono al tempio in processione nello stesso bell’ordine di prima.

17. Quando giungemmo al tempio il sommo sacerdote, i portatori delle divine immagini e quelli che erano stati iniziati già da tempo ai venerandi misteri, entrarono nel sacrario e deposero, secondo il rito, quelle statue che sembravano vive. Allora uno di loro che tutti chiamavano «il grammateo», dalla soglia convocò in adunanza la schiera dei pastofori, – così erano chiamati quelli del sacro collegio e salito su un alto scranno cominciò a leggere da un libro alcune frasi augurali all’indirizzo dell’imperatore, del senato, dei cavalieri, di tutto il popolo romano, dei marinai delle navi e di tutto quanto al mondo rientra sotto il nostro imperio; poi, in lingua e rito greco proclamò l’apertura della navigazione e l’ovazione che seguì della folla confermò che quest’annunzio era inteso come un buon auspicio per tutti. Quindi la folla esultante, portando rami fioriti, verbene e ghirlande, si recò a baciare i piedi della dea, tutta in argento, che troneggiava su una gradinata, poi fece ritorno a casa.

Il navigium Isidis

L’idea alla base di questa teoria che identifica l’origine del Carnevale con la festa di Iside è la seguente: dopo i decreti teodosiani del 391-92 in cui si proibiva formalmente ogni culto pagano, la festa si sarebbe scissa in due parti: la parte riguardante la resurrezione di Osiride sarebbe rimasta nello stesso periodo dell’anno e si sarebbe legata a quella di Cristo, confluendo nella Pasqua, mentre la parte legata ai festeggiamenti più lascivi sarebbe stata anteposta al periodo di Quaresima.

L’identificazione sarebbe poi avvalorata dalle caratteristiche di Iside date da Apuleio, che ricalcano molte di quelle della Madonna cristiana (come l’epiteto Stella Maris, protettrice dei navigatori); il culto di Iside era molto in voga nell’impero romano nel II d.C., quando scriveva Apuleio.

Bisogna anche considerare che molti dei Carnevali storici sono legati a città marinaresche, come Venezia, legando dunque l’idea di carro navale a quello del Carnevale.

La stessa Iside, non solo protettrice dei navigatori come la Madonna, veniva spesso ritratta in trono con un bambino, senza considerare le numerosissime statue di “Madonne nere“, che avrebbero le loro origini dunque proprio nell’egizia Iside.

Pertanto le etimologie medievali, periodo da cui deriva la festa che conosciamo ancora oggi, avrebbero cercato di rimuovere le tracce delle origini più antiche della festa; insomma la Chiesa avrebbe cercato anche di cristianizzarne anche il nome, inserendo al suo interno l’azione del non mangiare la carne (carne – levare) durante il periodo di Quaresima.


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