Privacy Policy Il primo sbarco di Cesare in Britannia | STORIE ROMANE

Il 26 agosto del 55 a.C. Cesare approntava la prima di due spedizioni (la seconda avvenuta l’anno successivo) in Britannia. L’isola era conosciuta da tempi remoti per la sua ricchezza di stagno, utilizzato nella lega del bronzo; i primi ad entrare in contatto con gli autoctoni, popoli celtici più arretrati di quelli del continente, erano stati il geografo greco Pitea di Marsiglia nel IV secolo a.C. e forse il cartaginese Imilcone nel V secolo a.C.

L’aquilifero della Decima legio

I belgi, uno dei popoli più agguerriti del nord della Gallia, avevano alcuni insediamenti sull’isola, mentre i veneti dell’Armonica (l’attuale Bretagna) controllavano i commerci marittimi con l’isola (vennero infatti poi chiamati in soccorso contro i romani). Nella tarda estate del 55 a.C. Cesare partì dunque per l’isola, più precisamente la notte tra il 25 e 26 agosto; lui stesso affermava di aver deciso di attaccare la Britannia per l’aiuto prestato ai galli, ma in realtà la motivazione fu principalmente economica (per via dello stagno e dei commerci) e di gloria personale. Il due settembre giunse vicino Walmer dove cercò informazioni, ma non ne trovò di utili.

«Benché l’estate volgesse ormai al termine, poiché in quelle regioni gli inverni sono precoci, dato che tutta la Gallia volge a settentrione, Cesare decise di partire per la Britannia. Capiva infatti che in quasi tutte le guerre combattute in Gallia, i nostri nemici avevano ricevuto di là aiuti e se, considerata la stagione, mancava il tempo di impegnarsi in uno scontro, riteneva tuttavia che gli sarebbe stato di grande utilità raggiungere almeno l’isola, osservare che genere d’uomini la abitasse, individuare i luoghi, i porti, gli approdi. Di tutto questo i Galli non sapevano quasi nulla: nessuno infatti, tranne i mercanti, si spinge fin là, ed anche questi non conoscono che le coste e le regioni situate di fronte alla Gallia. E così, pur avendo convocato i mercanti da ogni parte, non riuscì a sapere né quanto fosse grande l’isola, né quanti e quali popoli la abitassero, né quali tecniche di combattimento adottassero o quali fossero le loro istituzioni, né quali porti fossero adatti ad accogliere un notevole numero di grandi navi. Per raccogliere queste informazioni prima di tentare l’impresa, distacca Gaio Voluseno con una nave da guerra, ritenendolo adatto alla missione. Il suo incarico consisteva nel fare una ricognizione generale e tornare da lui nel più breve tempo possibile. Egli stesso si trasferisce con tutte le truppe nel paese dei Morini, perché è da lì che la traversata in Britannia è più breve. Ordina di concentrare in quel luogo, da tutte le regioni vicine, le navi e la flotta che aveva fatto costruire l’estate precedente per la guerra contro i Veneti. Frattanto si diffonde la notizia del suo progetto, che i mercanti riferiscono ai Britanni, e molte nazioni dell’isola mandano ambascerie con l’offerta di ostaggi e obbedienza ai Romani. Cesare, dopo averli ricevuti ed aver fatto loro generose promesse, li esorta a perseverare nella loro decisione e li rimanda in patria insieme a Commio che, dopo la vittoria sugli Atrebati, egli stesso aveva fatto re del paese; un uomo di cui stimava il valore e la prudenza, che riteneva fedele, il cui prestigio era tenuto in gran conto in quelle regioni. Gli ordina di recarsi presso tutte le nazioni che può raggiungere, di esortarle a fare atto di sottomissione al popolo romano e di annunciare il suo prossimo arrivo. Voluseno, dopo aver osservato quelle regioni per quanto gli era stato possibile, dal momento che non aveva osato sbarcare per non darsi in mano ai barbari, tornò dopo quattro giorni da Cesare e gli riferì quanto aveva visto.»

cesare, de bello gallico, iv, 20-21

Cesare decise infine di sbarcare, nonostante le scarse informazioni, nella zona di Dover. Ma i romani si trovarono subito in grossa difficoltà, con i britanni che li attendevano sulla riva. I legionari erano titubanti, finchè l’aquilifero della decima legione, prediletta di Cesare, si lanciò in acqua contro il nemico, gridando (De Bello Gallico, IV, 22, sgg.): “Desilite, commilitones, nisi vultis aquilam hostibus prodere: ego certe meum rei publicae atque imperatori officium praestitero” (“Compagni, saltate giù, se non volete lasciare l’aquila in mani ai nemici; io certamente farò il mio dovere sia verso la repubblica sia verso il nostro comandante”). I legionari allora, spronati dall’aquilifer, lo seguirono e riuscirono a ricacciare i britanni, che si dispersero.

Mentre Cesare si tratteneva in quei luoghi per approntare la flotta, gli si presentò una legazione inviata dalla maggior parte dei Morini, a scusarsi del comportamento che avevano tenuto in precedenza quando, da uomini barbari e ignari delle nostre consuetudini, avevano mosso guerra al popolo romano; ora promettevano di obbedire a tutto quanto gli fosse stato ordinato. Cesare, considerando la circostanza abbastanza opportuna, perché non voleva lasciarsi nemici alle spalle né poteva impegnarsi in una guerra, vista la stagione, ritenendo che occupazioni di così lieve importanza non dovessero anteporsi alla faccenda della Britannia, ordina loro di consegnare un gran numero di ostaggi, ricevuti i quali, accetta la sottomissione dei Morini. Fatte portare e radunate circa ottanta navi da carico, che riteneva sufficienti a trasportare due legioni, distribuì le restanti navi da guerra al questore, ai legati e ai prefetti. Rimanevano diciotto navi da carico, che erano trattenute dal vento contrario a otto miglia di distanza e non potevano approdare allo stesso porto: assegnò queste alla cavalleria. Affidò il resto dell’esercito ai legati Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta per condurlo nel paese dei Menapi e presso le tribù dei Morini che non avevano inviato ambasciatori; ordinò al legato Publio Sulpicio Rufo di occupare il porto con il presidio che ritenne sufficiente. Presi questi provvedimenti, approfittando del tempo adatto alla navigazione, salpò circa alla terza vigilia, dopo aver ordinato alla cavalleria di raggiungere per l’imbarco il porto successivo e seguirlo. L’ordine fu eseguito con una certa lentezza, mentre Cesare, all’ora quarta, toccò con le prime navi la Britannia, e lì, schierate sulle alture, vide le truppe nemiche in armi. La conformazione del luogo era tale e le rocce si levavano così a picco sul mare che i proiettili, scagliati dall’alto, potevano raggiungere il litorale. Ritenendo il luogo assolutamente inadatto allo sbarco, attese all’ancora, fino all’ora nona, che arrivassero le altre navi. Nel frattempo, convocati i legati e i tribuni dei soldati, comunicò le informazioni avute da Voluseno e il suo piano, e raccomandò di effettuare tutte le manovre rispondendo puntualmente al segnale, così come esige la tecnica militare, in particolare quella navale, che prevede movimenti rapidi e improvvise variazioni. Dopo averli congedati, col favore del vento e della marea, che si erano alzati contemporaneamente, dato il segnale e levate le ancore, avanzò per circa sette miglia fino ad un litorale aperto e pianeggiante dove mise le navi alla fonda. Ma i barbari, intuite le intenzioni dei Romani, mandano avanti i cavalieri e gli essedari, un reparto di cui prevalentemente si servono in battaglia, seguiti dal resto dell’esercito, ed impediscono ai nostri lo sbarco. Le difficoltà erano enormi: le navi, per le loro dimensioni, non si potevano ancorare che al largo, i soldati poi, senza conoscere i luoghi, con le mani occupate, appesantiti dalle armi, dovevano contemporaneamente saltar giù dalle navi, tenersi a galla e combattere con i nemici, mentre questi, all’asciutto o entrando appena in acqua, completamente liberi nei movimenti, su un terreno perfettamente conosciuto, lanciavano con audacia proiettili ed incalzavano con cavalli addestrati allo scopo. I nostri, sconcertati dalla situazione, posti di fronte a un genere di battaglia mai sperimentato, non si comportavano con lo stesso zelo e ardore che erano soliti dimostrare negli scontri di fanteria. Quando Cesare se ne accorse, ordinò che le navi da guerra, il cui aspetto era sconosciuto ai barbari ed erano più facilmente manovrabili, si staccassero un po’ dalle navi da carico e, a forza di remi, si portassero sul lato scoperto del nemico e di là, con fionde, archi e baliste lo investissero e lo costringessero alla ritirata. La manovra fu molto utile. I barbari, infatti, colpiti dalla forma delle navi, dal movimento dei remi e dal singolare aspetto delle macchine da guerra, si arrestarono e arretrarono leggermente. Ma, dato che i nostri soldati esitavano, per timore soprattutto delle acque profonde, l’aquilifero della x legione, invocati gli dèi affinché il suo gesto portasse fortuna alla legione, «Saltate giù», disse, «commilitoni, se non volete consegnare l’aquila al nemico; per conto mio, io avrò fatto il mio dovere verso la Repubblica e il generale». Gridate queste parole, saltò giù dalla nave e cominciò a portare l’aquila contro i nemici. Allora i nostri, esortandosi l’un l’altro a non tollerare un tale disonore, si gettarono tutti dalla nave. Quando dalle navi vicine li videro, anche gli altri soldati li seguirono ed avanzarono contro il nemico. Si combatté accanitamente da entrambe le parti. Tuttavia i nostri, non potendo mantenere lo schieramento né trovare un sicuro punto d’appoggio né porsi sotto le proprie insegne, poiché sbarcando chi da una nave chi da un’altra si aggregavano alla prima insegna che capitava, erano in una situazione di grande confusione. I nemici invece, conoscendo tutti i bassifondi, appena dalla spiaggia avvistavano gruppi isolati di soldati che toccavano terra, spronati i cavalli, li assalivano mentre si trovavano in difficoltà, circondandoli in massa, mentre altri, dal fianco scoperto, lanciavano frecce sul grosso dell’esercito. Cesare, appena se ne accorse, ordinò che si calassero in mare le scialuppe delle navi da guerra e i battelli da ricognizione carichi di soldati e li inviava in aiuto di quanti vedeva in difficoltà. I nostri, appena toccarono terra e furono raggiunti da tutti gli altri, caricarono il nemico e lo misero in fuga, ma non poterono protrarre l’inseguimento, perché le navi con la cavalleria non avevano potuto mantenere la rotta e raggiungere l’isola. Solo questo mancò alla consueta fortuna di Cesare.»

CESARE, DE BELLO GALLICO, IV, 22-26

I britanni si diedero alla fuga e subito chiesero la pace a Cesare, promettendo di consegnare anche ostaggi. Poco dopo giunsero le 18 navi che avevano imbarcato la cavalleria ed erano in ritardo, ma furono investite da una tempesta: alcune rientrarono in Gallia, altre vennero spinte lontano. Molte navi furono distrutte e Cesare si trovò in serio pericolo, rischiando di non poter tornare indietro prima dell’arrivo dell’inverno. I britanni, saputo delle difficoltà del nemico, decisero di rigettare la pace proposta e passare all’attacco, ma i romani riuscirono a reggere ancora una volta l’urto e ricacciarli. Nel frattempo Cesare aveva messo insieme, con uno sforzo enorme, le navi necessarie per il rientro. Stavolta i barbari accettarono la pace e il romano riuscì a far rientro con l’esercito in Gallia:

«I nemici vinti in battaglia, non appena si furono riorganizzati dopo la fuga, mandarono subito ambasciatori a Cesare per chiedere la pace, con la promessa di consegnare ostaggi e sottomettersi ai suoi ordini. Insieme a loro venne l’Atrebate Commio, che, come abbiamo detto, era stato mandato da Cesare in avanscoperta in Britannia. I Britanni lo avevano catturato e messo in catene appena sbarcato, mentre, come portavoce di Cesare, riferiva ciò che era stato incaricato di dire. Ora, dopo la battaglia, lo avevano liberato e, nel chiedere la pace, attribuivano al popolo la responsabilità del fatto, chiedendo di perdonare la loro imprudenza. Cesare, deplorato il fatto che, dopo aver mandato di loro iniziativa ambasciatori in continente per chiedere la pace, avevano senza motivo aperto le ostilità, disse che scusava la loro imprudenza e ordinò di consegnare gli ostaggi, una parte dei quali gli fu subito consegnata, con l’impegno di consegnare entro pochi giorni il resto, che avevano fatto venire da regioni più lontane. Frattanto ordinarono ai loro uomini di tornare nelle campagne, mentre da ogni parte cominciarono ad arrivare i capi per raccomandare a Cesare se stessi e le proprie nazioni. Assicurata così la pace, quattro giorni dopo il suo sbarco in Britannia, le diciotto navi sulle quali, come abbiamo detto, si era imbarcata la cavalleria, salparono con una lieve brezza dal porto più settentrionale. Queste, mentre si avvicinavano alla Britannia, ed erano già in vista del campo, furono investite da una tale improvvisa burrasca che nessuna di loro riuscì a mantenere la rotta, ma alcune furono costrette a ritornare da dove erano venute, altre vennero spinte, con loro grande pericolo, verso la parte meridionale dell’isola, che volge più verso occidente. E benché avessero gettato l’ancora, furono costrette dalla violenza dei flutti, che rischiavano di sommergerle, a prendere di nuovo il largo e, nonostante fosse notte, a far rotta verso il continente. Capitò che quella fosse una notte di luna piena, che provoca nell’Oceano le massime maree, circostanza ignota ai nostri. Così, nello stesso tempo, la marea sommergeva le navi da guerra sulle quali Cesare aveva fatto trasportare l’esercito e aveva poi fatto tirare in secca, mentre la burrasca sbatteva le navi da carico che erano alla fonda, senza che noi avessimo la possibilità di prendere dei provvedimenti o di portare aiuto. Molte navi erano andate distrutte, altre, perdute le gomene, le ancore e il resto dell’attrezzatura, non potevano navigare; tutto l’esercito, come era inevitabile, fu preso da un profondo turbamento. Non c’erano infatti altre navi con cui ritornare e mancavano i materiali per procedere alle riparazioni e, poiché tutti sapevano di dover passare l’inverno in Gallia, non si era fatta provvista di grano. Resisi conto della situazione, i capi britanni che dopo la battaglia si erano recati da Cesare ad offrire la propria sottomissione, si consigliarono tra loro: avendo capito che i Romani non avevano né navi né cavalleria né frumento e avendo valutato quanto fosse scarso il numero dei soldati, in ragione delle ridotte dimensioni dell’accampamento, che si presentava anche più piccolo dato che Cesare aveva trasportato le legioni senza salmerie, ritennero di agire in maniera estremamente vantaggiosa se, ribellatisi, ci avessero impedito di approvvigionarci di grano e vettovaglie, trascinando la faccenda fino all’inverno, perché erano certi che, una volta vinti i Romani o impedito loro il rientro, nessun altro, in seguito, sarebbe passato in Britannia per portarvi la guerra. Quindi, stretta nuovamente alleanza, cominciarono un po’ alla volta a lasciare l’accampamento e a richiamare di nascosto gli uomini dai campi. Ma Cesare, anche se non conosceva ancora il loro piano, tuttavia, da quanto era capitato alle sue navi e dal fatto che era stata sospesa la consegna degli ostaggi, sospettava quello che poi sarebbe accaduto. Si preparava quindi ad affrontare qualunque evenienza. Ogni giorno, infatti, faceva portare dai campi il frumento, faceva utilizzare il materiale e il bronzo delle navi irrimediabilmente danneggiate per riparare le altre e faceva portare il necessario dal continente. E così, grazie allo straordinario impegno dei soldati, perdute dodici navi, fece mettere le altre in condizioni di navigare con sufficiente sicurezza. Mentre si compivano queste operazioni, una legione, la VII, era stata mandata come di consueto a raccogliere il grano, senza che nulla, in quel momento, potesse far sospettare una ripresa delle ostilità, visto che parte degli uomini rimaneva nei campi mentre altri avevano addirittura libero accesso all’accampamento, quando i soldati che montavano la guardia alle porte del campo, avvertirono Cesare che nella direzione in cui si era mossa la legione si levava un polverone piuttosto insolito. Cesare, sospettando con ragione che i barbari stessero tentando qualcosa di nuovo, ordinò alle coorti che erano di guardia di marciare con lui in quella direzione, ad altre due di prendere il loro posto, mentre il resto doveva armarsi e seguirlo immediatamente. Si era di poco allontanato dal campo quando vide i suoi, assaliti dal nemico, resistere con difficoltà, mentre sulla legione serrata venivano scagliati proiettili da ogni parte. Infatti, poiché il grano era stato mietuto dappertutto, tranne che in un sol posto, i nemici, sospettando che i nostri vi si sarebbero recati, si erano nascosti di notte nei boschi, poi avevano assalito all’improvviso i nostri che, deposte le armi, erano dispersi e intenti alla mietitura, uccidendone alcuni e gettando nello scompiglio gli altri, che non riuscivano a formare i ranghi, mentre essi li accerchiavano con la cavalleria e gli essedi. Il combattimento con gli essedi si svolge in questo modo: dapprima corrono in tutte le direzioni lanciando frecce, e in genere, mettono lo scompiglio tra i ranghi soltanto con la paura suscitata dai cavalli e il fragore delle ruote e, quando si sono insinuati tra le torme dei cavalieri, balzano dagli essedi e combattono a piedi. Intanto gli aurighi si allontanano a poco a poco dal folto della battaglia e piazzano i carri in maniera tale che, nel caso siano incalzati da preponderanti forze nemiche, possano rapidamente mettersi al sicuro nelle proprie file. In questo modo assicurano nei combattimenti la mobilità della cavalleria e la stabilità della fanteria e, con la pratica quotidiana e l’esercizio, sono capaci di guidare i cavalli al galoppo anche su terreni scoscesi e ripidi, di moderare la velocità e girare in poco spazio, di correre lungo il timone, di rimanere ritti sul giogo e di là tornare con grande rapidità sul carro. Cesare giunse in aiuto dei nostri, disorientati dall’insolita tattica di combattimento, nel momento più opportuno. Infatti, al loro apparire, i nemici si arrestarono e i nostri si rassicurarono. Fatto ciò, ritenendo che non fosse il momento di provocare il nemico a battaglia, Cesare si mantenne nella sua posizione e, dopo poco, ricondusse le legioni al campo. Durante questi avvenimenti, mentre tutti i nostri erano occupati, i Britanni che erano rimasti nei campi si ritirarono. Seguirono molti giorni di continue tempeste, che trattennero i nostri nell’accampamento e impedirono ai nemici di attaccare. Nel frattempo i barbari inviarono messaggeri in ogni direzione insistendo nel dire quanto fossero pochi i nostri soldati e spiegando quale occasione si presentava di fare bottino e conquistare per sempre la libertà, se avessero cacciato i Romani dal campo. Radunata rapidamente con queste motivazioni una gran massa di fanti e cavalieri, mossero sull’accampamento. Cesare, pur prevedendo che sarebbe accaduto quanto si era verificato nei giorni precedenti, e cioè che il nemico, una volta respinto, si sarebbe rapidamente sottratto al pericolo con la fuga, tuttavia, trovati circa trenta cavalieri che l’atrebate Commio, di cui prima abbiamo parlato, aveva portato con sé, schierò a battaglia le legioni davanti all’accampamento. Avvenuto lo scontro, i nemici non poterono sostenere a lungo l’assalto dei nostri soldati e volsero le spalle. I nostri li inseguirono di corsa finché le forze glielo consentirono, uccidendone molti, poi, incendiati in lungo e in largo i casali, si ritirarono al campo. Quello stesso giorno si presentarono a Cesare ambasciatori per chiedere la pace. Cesare raddoppiò il numero degli ostaggi precedentemente richiesti e ingiunse loro di portarli sul continente, perché, essendo prossimo l’equinozio, non riteneva di dover correre il rischio di navigare durante l’inverno con navi in cattive condizioni. Approfittando del tempo favorevole, salpò poco dopo la mezzanotte: tutte le navi raggiunsero il continente senza danni, ma due navi da carico non riuscirono ad approdare allo stesso porto delle altre e furono sospinte un poco più a sud.»

CESARE, DE BELLO GALLICO, IV, 27-36

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