Privacy Policy Il sacco di Roma di Alarico | STORIE ROMANE

«Arcadio ed Onorio, pervenuti al supremo comando, parevano essere imperatori soltanto nominalmente, essendo di fatto l’Impero d’Oriente nelle mani di Rufino e quello d’Occidente abbandonato all’arbitrio di Stilicone. Tutte le controversie similmente venivano da loro con grande licenza definite, riuscendone vittorioso chi mediante danaro comperava il giudizio, ovvero colui che riusciva a conciliarsi il buon volere del giudice. Di questo modo essi si rendevano possessori dei beni di coloro che gli uomini comuni reputano fortunati. Altri parimente, allettandoli con doni, evitavano le calunnie, ed vi erano pur di quelli, i quali da lor posta cedevano il proprio all’uopo di ottenere magistrature, o di promuovere sinistri alle città. Moltiplicatasi nei popoli, senza eccezione, ogni maniera di scellerataggini, le ricchezze, da dovunque provenissero, affluivano in abbondanza nelle abitazioni di Rufino e Stilicone, mentre gli imperatori non si dedicavano per niente agli affari [di stato], ma ratificavano qualunque ordinamento dei loro governatori come se fosse una legge non scritta.»

Zosimo, Storia Nuova, V,1

Un imperatore debole

Alla morte del padre TeodosioOnorio era stato nominato da poco Augusto (nel 393). Quando divenne imperatore, nel 395, aveva solo dieci anni (era nato il 9 settembre del 384); per questo il padre gli aveva affidato, come tutore, il magister militum di origine vandalica Stilicone. Mentre Arcadio teneva l’oriente, la divisone restò infine definitiva, sebbene di tanto in tanto arrivarono aiuti (tardivi) da Costantinopoli nel V secolo.

La prima quindicina d’anni l’impero fu retto formalmente da Stilicone. Quest’ultimo cercò di perseguire la politica di Teodosio di un accomodamento pacifico dei barbari, accogliendoli nell’esercito. Per rafforzare il legame con Onorio aveva sposato una sua cugina, Serena, e aveva dato la propria figlia Maria in sposa all’imperatore. Stilicone, che sosteneva che Teodosio gli aveva lasciato la tutela anche di Arcadio, e voleva un impero unito, cercò di riprendere alla parte occidentale l’Illirico, facendo anche assassinare con un complotto Rufino, tutore e prefetto al pretorio di Arcadio. Nel 397 inoltre Stilicone aveva sconfitto Alarico, capo dei goti, che si erano ribellati, nel Peloponneso, ma non riportò una vittoria decisiva, forse perchè Arcadio glielo chiese, forse perchè non riuscì a mantenere la disciplina tra i soldati.

Alarico si era poi mosso verso l’Italia, cercando anche di assediare Milano, dove risiedeva la corte; Onorio si sarebbe poi spostato nella più sicura Ravenna. Nonostante Stilicone riportò vittorie a Pollenzo e Verona, fu costretto a distogliere reparti dal Reno. Poco dopo, nel 406, distrusse un’enorme armata ostrogota guidata da Radagaiso a Fiesole, reclutando 12.000 dei suoi soldati e vendendo moltissimi schiavi. Stilicone fece anche bruciare i libri sibillini, che pare minacciassero il suo potere. Ma proprio in quel 406, complice il Reno ghiacciato e i reparti dislocati in gran parte in Italia, un gruppo di popolazioni barbariche attraversò, senza incontrare resistenza, il Reno, il 31 dicembre. Neanche i franchi, alleati dell’impero, poterono fare nulla.

«Persino le legioni che affrontavano i […] Sigambri, e quelle che tenevano in soggezione i Catti e i selvaggi Cherusci […], lasciarono il Reno, di cui erano state poste a difesa, e che ormai era difeso da una sola cosa – il timore di Roma. Chi mai dei posteri darà credito a questa storia? La Germania, un tempo la sede di popoli così fieri e bellicosi che gli imperatori precedenti potevano a stento tenerli sotto controllo con l’intero peso delle loro armate, ora si offre seguace così volenterosa della mano guidante di Stilicone che non tenta né un’invasione dei territori esposti al suo attacco dalla rimozione delle sue truppe di frontiera né attraversa il fiume, troppo timorosa per avvicinarsi a una riva indifesa.»

Claudiano, De bello gothico, versi 422-432

Nel frattempo Stilicone aveva fatto pace con Alarico, nominato magister militum, con l’intenzione di riprendere i territori balcanici ad Arcadio. Ma alla notizia dell’invasione della Gallia e dell’usurpazione di Costantino III in Britannia (e passato anche lui in Gallia), Onorio richiamò Stilicone in Italia, mentre cresceva il partito antibarbarico, che mal vedeva la politica di accomodazione dei barbari. Scoppiò infine una rivolta anti-barbarica, e moltissimi militari e funzionari di origine straniera furono uccisi a Pavia, alla presenza dell’imperatore. Stilicone, invece di affrontarlo, si diresse a Ravenna, ma fu arrestato dopo essersi rifugiato in una chiesa e giustiziato.

«Quando poi si dovette condurre il prigioniero [Stilicone] a subire la capitale condanna, i barbari […] avevano stabilito con pronto impeto di liberarlo, e avrebbero tentato di farlo se lui, minacciandoli e intimorendoli, non avesse loro vietato di farlo; dopodiché presentò al boia il collo, uomo per modestia superiore a tutti coloro sorti allora al sommo potere. E, nonostante fosse unito in matrimonio alla nipote del maggior Teodosio, fossero stati affidati alla sua cura gli imperi di entrambi i figli di lui [Teodosio], e avesse detenuto per anni ventitré il comando supremo delle milizie, non fu mai visto assegnare, mediante denaro, magistrature, o trarre guadagno dalla militare annona. Padre inoltre d’unico figlio, gli prefisse come limite d’ogni elevazione di grado la carica di tribuno dei notai (nome della magistratura) senza andare in cerca di altra più eminente onoranza.»

Zosimo, Storia Nuova, V, 34

Il sacco di Roma

Il 24 agosto del 410 d.C. (e per i tre giorni successivi) i goti di Alarico saccheggiarono la città eterna. Dopo la morte di Stilicone Alarico reclamava quello che credeva gli spettasse di diritto e per questo minacciò Roma, assediandola nel 408. La popolazione di Roma decise infine di trattare a causa degli stenti e della fame: Basilio e Giovanni ricordarono ad Alarico che i romani sarebbero stati pronti ad attaccarlo. Allora Alarico avrebbe risposto sprezzante che l’erba folta si tagliava meglio di quella rada (Zosimo, V, 40) e che avrebbe tolto l’assedio solo se avesse ricevuto tutte le ricchezze della città. Alle rimostranze degli ambasciatori il re goto rispose che almeno sarebbe rimasta loro la vita. Si cercò allora di fare dei riti pagani e il papa acconsentì, a patto che fossero disposti privatamente, ma nessuno si sentì di farlo, stando a Zosimo. Alla fine Alarico tolse l’assedio ricevendo in cambio un’enorme quantità di ricchezze.

Nel frattempo Onorio, oltre al suo atteggiamento solitamente attendista, era impegnato a fronteggiare l’usurpazione di Costantino III e le scorrerie di barbari in Gallia e Spagna, senza peraltro poter fare molto. L’imperatore rifiutò le condizioni di pace di Alarico, che assediò di nuovo Roma nel 410, dopo aver deposto l’imperatore Attalo che aveva creato poco prima e non era riuscito a rovesciare Onorio. Due sono le versioni su come Alarico sia entrato in città: nella Storia Ecclesiastica di Sozomeno si fa riferimento a un generico tradimento; Procopio di Cesarea dice che Proba, della famiglia senatoria degli Anicii, avrebbe aperto le porte vedendo i romani morire di fame. Inoltre lo storico racconta anche un’altra versione, secondo cui i visigoti inviarono 300 giovani come schiavi e lasciarono l’assedio. Durante la notte questi uccisero le guardie di presidio e fecero entrare Alarico e il suo esercito, che aveva finto di ritirarsi.

Il cristiano Paolo Orosio narra della clemenza di Alarico, che non avrebbe toccato le chiese, mentre Zosimo, pagano (Storia Nuova, 6, 11, 2), narra che gli abitanti dovettero cibarsi dei cadaveri per sopravvivere; anche il cristiano san Girolamo lo conferma (Lettere, 6, 127) , il che lascia supporre un saccheggio più cruento di quanto le fonti filocristiane lascino apparire. Per Roma fu l’epilogo come capitale. Già nel IV secolo la sua importanza era venuta meno, ora gli imperatori d’occidente, chiusi a Ravenna, ben protetta da mare e terra, non se ne importarono più. Da lì, sull’Adriatico, avevano un collegamento diretto con Costantinopoli. Onorio stesso pare che alla notizia avesse esclamato che Roma stava bene: faceva riferimento alla sua gallina preferita, che si chiamava proprio così.

Negli anni seguenti, dopo la morte di Alarico, avvenuta poco dopo, Onorio rifiutò di dare in sposa al suo successore Ataulfo la sorella Galla Placidia; i goti furono poi sconfitti da Flavio Costanzo, divenuto magister militum e sposo di Galla Placidia. Nel 421 divenne anche Augusto, ma morì purtroppo nello stesso anno. Nel 423 morì anche Onorio, il 15 agosto.

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