Privacy Policy Il secondo triumvirato | STORIE ROMANE

Nel 44 a.C. Marco Antonio ricopriva la carica di console insieme a Cesare. Durante la festa dei lupercali, il 15 febbraio precedente, aveva tentato di mettere in testa una corona al dittatore a vita, che l’aveva rifiutata. Poco prima di lui ci avevano provato anche i cesaricidi Cassio e Casca. Un mese dopo, alle idi di marzo, Antonio venne allontanato dal senato da Gaio Trebonio con una scusa, mentre Tillio Cimbro attirava Cesare nella trappola con la scusa di una petizione e Casca dava la prima pugnalata al dittatore a vita; Cassio (e anche Cicerone, che si era tenuto in disparte dalla congiura) avrebbe voluto uccidere anche Marco Antonio ma Bruto era contrario.

L’irruzione di Gaio Ottavio nella scena politica

Quando venne aperto da Antonio il testamento di Cesare scoprì che il suo erede era un suo pronipote, il neo figlio adottivo del defunto dittatore, Gaio Ottavio – divenuto pertanto Gaio Giulio Cesare Ottaviano -, che riceveva i 3/4 dell’eredità, mentre Marco Antonio era secondo anche ai cugini di Ottaviano Lucio Pinario e Quinto Pedio, venendo dopo in linea di successione perfino al cesaricida Decimo Giunio Bruto, che aveva convinto Cesare ad andare in senato quella mattina funesta. Infine avvennero i funerali: Marco Antonio mantenne alto l’onore di Oratore del nonno, tirando fuori alla fine del suo discorso, fino a quel momento relativamente morbido nei confronti dei cesaricidi, con un abile colpo di scena, le vesti insanguinate di Cesare e leggendo il suo testamento, in cui il dittatore donava ai cittadini romani i suoi giardini e 300 sesterzi ad ognuno di loro. La folla esplose, cominciò a lanciare oggetti nella pira funebre e i cesaricidi furono costretti alla fuga per scampare il linciaggio.

Nonostante la perdita di tempo di Antonio, che chiedeva una lex curiata per far ratificare il testamento (anche se aveva già fatto ratificare tutte le leggi di Cesare quando era stata concessa l’amnistia), Ottaviano anticipò la somma da donare al popolo romano di sua tasca. Nel frattempo Antonio cercava anche di farsi ratificare una permutatio provinciarum, per avere la Gallia Cisalpina (data da Cesare al cesaricida Decimo Bruto per l’anno 43), ma mantenendo le legioni della sua provincia promessa, la Macedonia, che ne aveva ben cinque. Il senato però ostacolava i lavori e Antonio in persona si mosse ad assediare Bruto a Modena; ma quando entrarono in carica i consoli Irzio e Pansa (entrambi cesariani), Cicerone convinse il senato a dichiarare Antonio hostis publicus.

L’arpinate vedeva nel giovane Ottaviano una pedina da manipolare; lo prese infatti sotto la sua ala protettiva, credendo che il figlio adottivo di Cesare sarebbe stato al suo gioco. Il futuro imperatore, dopo aver ottenuto un imperium propretorio (secondo solo ai consoli Aulo Irzio e Vibio Pansa) e arruolato legioni di veterani cesariani di sua tasca, sconfisse al seguito dei consoli Irzio e Pansa Antonio a Forum Gallorum e Modena il 14 e 21 aprile del 43 a.C., mentre quest’ultimo assediava Modena cercando di applicare la permutatio provinciarum che gli dava per legge il proconsolato della Cisalpina (in precedenza di Decimo Bruto).

«Ma poiché in questa guerra Irzio perì sul campo di battaglia e Pansa poco dopo in séguito a una ferita, si diffuse la voce che entrambi avesse eliminato lui, per restare da solo al comando degli eserciti vittoriosi, una volta che Antonio fosse stato costretto alla fuga, e lo Stato fosse privo dei due consoli. Almeno la morte di Pansa fu tanto sospetta, che il medico Glicone fu arrestato con l’accusa di aver versato del veleno sulla ferita. Aquilio Nigro aggiunge che Irzio, l’altro console, fu ucciso da Augusto stesso nella mischia della battaglia.»

SVETONIO, AUGUSTO, 11

Aulo Irzio rimase ucciso a Modena, in battaglia. Pansa morì poco dopo (il 23); Ottaviano sosteneva nel suo res gestae divi Augusti che il console era ferito, ma probabilmente venne ucciso, avvelenato, dal futuro imperatore. Entrambi i consoli morirono quindi in battaglia o poco dopo e Ottaviano, rimasto il più alto in comando, si fece nominare con la forza console, marciando su Roma ed entrando in senato in armi, a soli 19 anni, insieme al cugino Quinto Pedio.

« A vent’anni prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell’esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l’impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: “Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà”. Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. […] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. […] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone, quando era proscritto»

SVETONIO, AUGUSTUS, 26-27

Un accordo “costituzionale”

Nel novembre successivo Ottaviano, ottenuto il peso politico e la credibilità necessaria, strinse un patto costituzione di riforma della repubblica, il secondo triumvirato, con Marco Emilio Lepido e Marco Antonio. I tre triumviri avevano poteri straordinari e al di sopra di chiunque altro. Nonostante pochi mesi prima Antonio accusasse Ottaviano di aver cercato di farlo assassinare, accettò, ma chiese in cambio la testa di Cicerone. Ottaviano non esitò ad accettare. Sconfitti in seguito i cesaricidi a Filippi, in Grecia, nel 42 a.C., i meriti di Antonio in battaglia e l’anzianità gli permisero di avere tutto l’oriente e la Gallia, Lepido, il più anziano, ebbe la Spagna e l’Africa. Ottaviano riuscì ad avere solo l’Italia, con cui sperava di controllare il senato e i veterani di Cesare.

«Per dieci anni fece parte del triumvirato per la riorganizzazione dello Stato. In esso, per qualche tempo veramente resistette ai colleghi perché non si facessero proscrizioni, ma, una volta iniziate, le esercitò più spietatamente degli altri due. In effetti, mentre quelli, dinanzi a molte personalità, si mostravano spesso arrendevoli alle influenze e alle preghiere, lui solo insistette molto perché non si risparmiasse nessuno, e arrivò a proscrivere il suo tutore Gaio Toranio, che per giunta era stato collega di suo padre Ottavio nella carica di edile. Giulio Saturnino riferisce in più anche questo, che allorché, conclusa la proscrizione, Marco Lepido in Senato giustificava il passato e prospettava una speranza di clemenza per il futuro giacché si era punito abbastanza, lui al contrario dichiarò di aver fissato come limite alle proscrizioni il momento in cui avesse completamente mano libera. Ciò nonostante, in compenso di tanta ostinazione, onorò più tardi con la dignità di cavaliere Tito Vinio Filopèmene, perché si diceva che a suo tempo avesse tenuto nascosto il suo patrono proscritto. Durante l’esercizio di questa stessa magistratura accese molti odii contro di sé. Una volta, mentre teneva un discorso alle truppe – e c’era presente anche una folla di civili – notò che un certo Pinario, cavaliere romano, prendeva furtivamente qualche appunto; allora, ritenendolo un curioso o una spia, lo fece ammazzare seduta stante. A Tedio Afro, console designato, per aver criticato con parole maligne un suo atto, incusse tanta paura con le sue minacce, che quello si buttò giù nel vuoto. Il pretore Quinto Gallio durante la cerimonia del saluto teneva sotto la toga un dittico di tavolette; Augusto sospettò che nascondesse un’arma; ma, non osando sul momento indagare oltre, perché non si trovasse dell’altro, lo fece poco dopo da centurioni e soldati trascinare via dal tribunale e sottoporre a tortura come uno schiavo; non confessò nulla, ma egli lo fece uccidere dopo avergli cavato gli occhi di sua mano. Veramente, egli scrive che Gallio, chiestogli un colloquio, aveva attentato alla sua vita, per cui lo aveva gettato in prigione; poi lo aveva rilasciato interdicendogli però la capitale; e quello era perito per naufragio o per un attacco di pirati. Ricevette la potestà tribunizia a vita: in essa, una prima e una seconda volta si aggregò per cinque anni un collega. Gli attribuirono anche la sovrintendenza ai costumi e alle leggi, anch’essa a vita. Con questa prerogativa, anche senza la carica di censore, fece però tre volte il censimento della popolazione, il primo e il terzo con un collega, il secondo da solo.»

Svetonio, Augusto, 27

Dopo la vittoria di Filippi Marco Antonio spese l’inverno a Efeso, una delle più importanti città dell’Asia minore, dedicandosi a dissolutezze di ogni tipo, inclini alla sua natura. Antonio aveva ricevuto l’Egitto e la Gallia in virtù della sua anzianità e del suo prestigio, ma anche perchè avrebbe dovuto condurre la campagna partica che stava preparando Cesare. Non sappiamo esattamente se e quando Antonio e Cleopatra si siano incontrati per la prima volta, se mentre era al seguito di Cesare in Egitto o a Roma, fatto sta che i due non erano del tutto estranei. Giunto in oriente dopo la vittoria sui cesaricidi, Antonio ricevette gli onori dai sovrani dei regni clienti di Roma, piuttosto numerosi nell’area, tranne di quello egizio.

Antonio si era poi stabilito a Tarso, in Cilicia, in una posizione ottima per iniziare la campagna partica. Tuttavia aveva bisogno del supporto egizio e specialmente del grano; Cleopatra inoltre non aveva risposto a nessuna delle lettere che gli aveva inviato. Allora Antonio inviò ad Alessandria Quinto Delio, con l’ordine di scortare la regina da lui. La regina infine si mosse e lo seguì. I due si trovavano entrambi a Tarso ma aspettavano l’uno l’arrivo dell’altro. La regina infatti si ostinava a sostenere che dovesse essere il triumviro a dover andare da lei e non viceversa. E alla fine Antonio cedette, andando sulla nave della regina tolemaica. Il triumviro rimase stregato da quest’ultima, passarono insieme giorni intensi.

Mentre Antonio dedicava sempre più tempo a Cleopatra la moglie Fulvia cercava di organizzare una rivolta in Italia contro Ottaviano. Nel 41 a.C. Lucio Antonio, fratello del triumviro e console, scatenò la rivolta, con la guerra di Perugia. A Ottaviano infatti, uscito male da Filippi, era toccato l’ingrato compito di sistemare 170.000 veterani in Italia. Cosa alquanto difficile perché significava procedere ad espropri contro contadini (ormai gli anticesariani erano già stati espropriati). Tuttavia Ottaviano aveva capito che in occidente poteva contare su un serbatoio sterminato che Antonio non aveva in oriente, che però lo attirava vista la sua natura.

Perciò Ottaviano si fece promotore dei bisogni dei veterani, cercando di attingere alle proprie casse. In questo contesto scoppiò la rivolta del console Lucio Antonio e Fulvia. Tuttavia nonostante le numerose legioni di cui disponeva le forze di Ottaviano prevalsero e presero la città di Perugia per fame nell’inverno del 41-40 a.C., dove si erano asserragliati il fratello e la moglie di Antonio. Antonio, perso negli agi di Alessandria, aveva mancato l’occasione migliore che aveva per prendere il potere assoluto (aveva molti più soldati dalla sua parte). Ottaviano uscì in una posizione di forza; Perugia fu incendiata e i prigionieri uccisi, ma salvò i capi della rivolta, mandando Lucio come governatore in Spagna e Fulvia in esilio a Sicione.

La morte poi di Fulvia nel 40 a.C. aprì la strada alla pace di Brindisi dello stesso anno. Tornato in Italia, Antonio incontrò nella città pugliese Ottaviano, dove con l’intermediazione di Mecenate i due si spartirono le province occidentali, in mano al nipote di Cesare e quelle orientali, in mano ad Antonio. A Lepido restava l’Africa ma con un ruolo ancora più marginale (nel 36 Ottaviano prenderà anche quella provincia), mentre Sesto Pompeo teneva ancora in mano la Sicilia. In sostanza Ottaviano guadagnava tutte le province galliche, la Spagna e l’Illirico (oltre al controllo che ormai aveva sull’Italia), aumentando di molto la sua sfera di influenza. La pace era suggellata dal matrimonio tra la sorella di Ottaviano, Ottavia, e Antonio, che però era ormai innamorato di Cleopatra.

Antonio, negli agi di Alessandria, dove aveva seguito Cleopatra, aveva perso la sua occasione migliore. Aveva anche perso la Gallia e la Spagna di Lepido era andata a Ottaviano, che controllava anche l’Italia ormai, seppure inizialmente essa non spettava ad alcun triumviro in particolare. Anche se ormai i due triumviri erano in una situazione di sostanziale parità (Ottaviano aveva però il supporto di moltissimi veterani e un serbatoio umano molto maggiore in occidente), Antonio decise di intraprendere comunque la campagna partica già progettata da Cesare. Nel frattempo sia Ottavia che Cleopatra erano rimaste incinta, dandogli dei figli.

La guerra partica

Dopo aver rinnovato con trattato di Taranto del 38 a.C. il triumvirato per altri cinque anni, Antonio iniziò la campagna partica nel 36 a.C., non senza qualche difficoltà. Infatti Ottaviano non gli aveva ancora inviato le legioni promesse, asserendo che gli servissero contro Sesto Pompeo che era venuto meno ai patti di Brindisi. Nel giro di poco Ottaviano prese anche la Sicilia e sottrasse l’Africa a Lepido, divenendo padrone di tutto il Mediterraneo occidentale. Antonio, seguendo il piano di Cesare, percorse l’Armenia per attaccare da nord (evitando di ripetere l’errore di Carre) e notando le difficoltà del terreno scosceso, divise le sue forze per assediare più rapidamente Fraaspa, capitale della Media Atropatene, mentre le macchine d’assedio (trasportate su ben trecento carri) lo raggiungevano. Monese, che sapeva dei suoi piani, lo assalì con la cavalleria, spazzando via la retroguardia comandata da Appio Staziano: ben due legioni furono distrutte, i pontici catturati compreso il loro re Polemone, mentre gli armeni erano fuggiti. Fraate conosceva talmente bene i movimenti di Antonio che non solo Monese, ma anche il re armeno Artavasde doveva probabilmente aver comunicato con lui.

Subito dopo i parti arrivarono a Fraaspa e Antonio decise di attaccare, lanciando contro di loro la cavalleria e poi caricarli con le sue dieci legioni, ma i parti si ritirarono e furono inseguiti per ben 50 stadi (quasi 10 km); alla fine la conta sarà impietosa, con i romani che avevano ucciso meno di cento nemici. Era un tipo di guerra completamente diversa e Antonio la stava conducendo nel modo peggiore. Mentre ritornava all’accampamento fu assalito ancora dai parti, ma riuscì a farvi ritorno, scoprendo che nel frattempo i difensori erano stati attaccati e si erano dati alla fuga. Il triumviro ne ordinò la decimazione. Fraate dal canto suo era conscio che non poteva far durare la guerra a lungo, con l’arrivo dell’inverno, i parti non si sarebbero accampati all’aperto e avrebbero disertato, per cui cominciò a metter in giro voci che con il freddo si sarebbe patita la fame perché non c’era cibo per tutti. Antonio chiese la pace a Fraate e la consegna dei prigionieri e delle insegne, ma rifiutò. Decise quindi di ritirarsi, facendo la stessa strada dell’andata, ma un soldato mardio che era sopravvissuto all’attacco della retroguardia lo avvertì che il re partico gli voleva tendere un’imboscata.

Quest’ultima infine arrivò e Antonio ebbe a malapena il tempo di schierare l’esercito a battaglia, che però riuscì a respingere i parti. Decise allora di avanzare con una formazione a quadrato, con ai lati gli armati alla leggera e la cavalleria, che attaccavano i parti e poi tornavano indietro quando si allontanavano troppo. L’eccesso di fiducia portò però Flavio Gallo a perdere contatto con l’esercito, mentre altri comandanti forse per ripicca, gli mandavano rinforzi alla spicciolata. Infine dovette intervenire Antonio stesso ma fu troppo tardi. Gallo morì di lì a poco con quattro frecce nel petto, 3.000 erano i morti e 5.000 i feriti. Antonio passava il campo romano distrutto, mentre gli uomini nonostante tutto erano ancora legati a lui e lo salutavano imperator. Decise infine di fare un discorso a tutti i soldati, esortandoli a resistere. Ripresa la marcia, i parti attaccarono ancora. Ormai credevano che i romani fossero allo sbando. Antonio invece aveva dato l’ordine di formare una sorta di testuggine, con i legionari della prima fila in ginocchio e quelli dietro a coprire la testa con lo scudo e dietro di loro le truppe leggere, in modo da respingere le frecce partiche. Quest’ultimi interpretarono il gesto come un segnale di affaticamento e di un esercito prossimo alla resa, pertanto si avvicinarono incautamente credendo di dover soltanto finire i romani. Questi si lanciarono di gran foga contro i parti, che si diedero alla fuga.

I parti continuavano però a inseguire Antonio, che pare recitasse in continuazione “o diecimila”, un chiaro riferimento all’Anabasi di Senofonte. Giunse tra i romani un certo Mitridate, cugino di Monese, che li avvertì di non seguire il percorso del fiume poiché lì i parti li attendavano per sbaragliarli, come a Carre. I locali infatti continuavano a mentire ai romani esortandoli a prendere strade sbagliate o dare informazioni false; l’arte della menzogna sembrava veramente radicata in oriente come alcuni tratti che secondo Erodoto erano distintivi di alcuni popoli. L’informazione era vera e Antonio prese la strada più lunga, tra le montagne, dando ordine di prendere quanta più acqua possibile perché non ne avrebbero avuta per un giorno. Ci fu un altro scontro dopo una marcia di 43 km, e i romani trovarono infine l’acqua. Stavano per gettarsi nel fiume, avvelenato dai parti, tanto che Antonio li dovette minacciare con la coorte pretoria che aveva già estratto i gladi. Nella notte scoppiò il caos, con rivolte, ruberie, saccheggi nell’accampamento tra i romani stessi. All’alba i parti attaccarono di nuovo, ma i romani si schierarono ancora a testuggine e non furono attaccati. Avano raggiunto il fiume Arasse: una volta attraversato, erano salvi.

Ottaviano e il Principato

Il 3 settembre 36 a.C. Agrippa vinceva la flotta di Sesto Pompeo a Nauloco, in Sicilia. Infatti quest’ultimo teneva in ostaggio i rifornimenti di grano per Roma, dove risiedeva Ottaviano, che chiese aiuto ad Antonio. Il triumviro gli fornì 120 navi in cambio di 20.000 legionari. Fu così che Agrippa poté passare al contrattacco; Ottaviano invece non partecipò agli scontri. Racconta infatti Svetonio (Augusto, 16) che: «al momento di combattere, [Ottaviano] fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono molto per svegliarlo, affinché desse il segnale d’attacco. Per questo motivo Antonio, lo credo io [Svetonio], aveva tutte le sue buone ragioni per rimproverarlo, sostenendo che egli non avesse avuto neppure il coraggio di osservare una flotta schierata a battaglia, al contrario di essere rimasto sdraiato sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, terrorizzato, rimanendo in quella posizione, senza presentarsi ai soldati, fino a quando Agrippa non mise in fuga la flotta nemica.» Lo storico romano aggiunge anche che la vittoria, ottenuta grazie all’arpagone che permise ai soldati di Agrippa di combattere come a terra (una sorta di rivisitazione del corvo delle guerre puniche) e che riportò la Sicilia sotto l’egida di Roma (Pompeo, fuggito in oriente, venne ucciso), era stata predetta ad Ottaviano (Augusto, 96): «Il giorno prima dello scontro navale in Sicilia, mentre passeggiava sulla riva, un pesce saltò fuori dall’acqua e cadde ai suoi piedi.»

Nel frattempo anche Lepido aveva perso ogni potere politico, mantenendo la sola carica di pontifex maximus. Il casus belli furono, nel 33 a.C., allo scadere del triumvirato (non più rinnovato), le donazioni di Alessandria, con cui Antonio dava ai figli suoi e di Cleopatra territori appartenenti alla repubblica e soprattutto il testamento di Antonio, rubato e letto in senato, in cui chiedeva di essere seppellito a Alessandria e donare territori della repubblica ai suoi figli. Lo scontro avvenne ad Azio, in Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. Nonostante la superiorità numerica Agrippa riuscì a battersi ad armi pari, finché Cleopatra si diede alla fuga e Antonio la seguì: l’esercito di Antonio e tutte le sue legioni si arresero e passarono dalla parte di Ottaviano. L’anno seguente Ottaviano entrò a Alessandria e trovò Antonio e Cleopatra morti.

Ottaviano sciolse molte legioni e congedò i veterani (ne aveva ormai oltre 60). Ne restarono 28, ridotte a 25 dopo il disastro di Teutoburgo nel 9 d.C. (la XVII, XVIII e XIX non furono più ricostrute). Aveva il comando di tutte le legioni esistenti e le pagava direttamente (Cesare aveva stabilito un salario fisso, rimasto invariato fino all’età di Domiziano). La leva fu fissata a 16 anni più 4 come “riserve”, ma fu poi costretto ad aumentarla, non senza resistenze, a 25 (20 di leva e 5 di riserva). La maggior parte delle entrate fiscali (convogliate più o meno direttamente nelle casse “private”) servivano a pagare l’esercito.

Nel 27 a.C. il senato gli attribuì il titolo di Augustus. Sommati a una serie di poteri straordinari (l’imperium proconsulare maius, ossia il comando militare assoluto, il titolo di princeps senatus, la possibilità di parlare per primo in senato), ottenne sostanzialmente il potere assoluto sebbene da privato cittadino (anche se gli veniva dato quasi annualmente il consolato). Nel 23 a.C. ricevette l’ultimo potere che legittimava la sua “superiorità”: una tribunicia potestas a vita, che gli permetteva di essere sacro e inviolabile come i tribuni della plebe e gli concedeva la possibilità di porre il veto a qualunque azione del senato. Inoltre, alla morte di Lepido assunse il titolo di pontefice massimo, in modo da essere la massima autorità religiosa. Infine nel 2 a.C. ottenne il titolo di pater patriae.

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