Privacy Policy Imperatori illirici e anarchia militare | STORIE ROMANE

Dopo la cattura di Valeriano, l’impero vide molti usurpatori e la formazione di imperi provinciali, come quello delle Gallie, retto da Postumo e Tetrico, o quello orientale, di Odenato e poi Zenobia, senza tuttavia mettere seriamente in pericolo il potere di Gallieno, sopravvissuto al padre.

Quest’ultimo sarebbe poi dovuto soccombere a un usurpatore, Aureolo, suo magister equitum, a cui aveva affidato la nuova riserva strategica di cavalleria di stanza a Milano. Gallieno aveva anche deciso – forse per interrompere le ribellioni – di togliere ai senatori la possibilità di comandare gli eserciti. Sul lungo periodo avrebbe avuto effetti devastanti (insieme all’arruolamento in massa di barbari da Costantino in poi, complice l’aurum tironicum, che prevedeva un pagamento in oro da parte dei proprietari terrieri invece di fornire le reclute).

Alla morte di Gallieno, con un impero sull’orlo del baratro, presero il potere proprio dei militari di professione, di origine illirica, che avevano scalato i ranghi. Tra il 268 e il 282 quasi tutti gli imperatori furono soldati di bassa estrazione, che avevano scalato i ranghi fino ad ottenere la porpora. E saranno proprio loro a rimettere ordine nell’impero romano.

Imperatori venuti dal basso

Claudio II

Marco Aurelio Valerio Claudio era nativo della Mesia, dove nacque forse il 10 maggio del 214. Fece carriera nell’esercito romano e alla morte di Gallieno venne eletto imperatore dai soldati, nel settembre-ottobre 268. Il senato ratificò subito la scelta di Claudio, elogiato per la sua clemenza e pietas. Lasciò infatti in vita chi non aveva approvato la sua elezione e divinizzò Gallieno. Ma quando Aureolo si arrese a Mediolanum i soldati lo ammazzarono senza pensarci su. Claudio sconfisse poi gli alemanni che forse lo stesso Aureolo aveva chiamato in Italia al lago Benacus (il lago di Garda). Nel frattempo Postumo veniva ucciso e Claudio recuperava la Narbonense e la Spagna. Successivamente si dedicò ai goti, che continuavano a stazionare sul Danubio, sconfiggendoli pesantemente nel 269: la vittoria fu così travolgente che i goti non furono più un problema per un secolo e gli venne riconosciuto il titolo di Gothicus Maximus (ecco perché il nome “Gotico”). Nonostante la vittoria, Claudio dovette trasferirsi a Sirmium, per affrontare i vandali e gli iutungi. Ma nel 270, poco dopo lo scoppio di una violenta epidemia (peste?) l’imperatore, ammalatosi, morì. Fu un fatto straordinario, pochissimi durante l’anarchia militare non morirono di morte violenta:

«Terminata così la guerra gotica, dilagò una gravissima epidemia, nel corso della quale anche Claudio, colpito dal male, lasciò i mortali per salire al cielo, dimora naturale per le sue virtù. Mentre dunque egli passava tra gli dei, lassù fra gli astri, suo fratello Quintillo, uomo di elevate virtù e degno fratello – come potrei davvero dire – di suo fratello, assunse l’impero conferitogli per consenso unanime, non per diritto di eredità, ma per merito delle sue doti: ché egli sarebbe stato eletto imperatore anche se non fosse stato il fratello dell’imperatore Claudio. Sotto il suo regno i barbari superstiti tentarono di mettere a sacco Anchialo e di occupare Nicopoli. Ma furono annientati dai valorosi provinciali. Quintillo peraltro, per via della brevità del periodo in cui regnò, non poté compiere nulla che fosse degno di un imperatore; infatti, al diciassettesimo giorno di regno, per essersi mostrato severo e fermo nei confronti dei soldati, facendo presagire che sarebbe stato un vero sovrano, venne ucciso alla stessa maniera di Galba e di Pertinace.»

Historia Augusta, il divo Claudio, 12, 2-5

Aureliano

Dopo di lui fu acclamato imperatore il fratello Quintillo, ma esistono due versioni diverse: in una Aureliano era stato nominato successore da Claudio, e Quintilio ne aveva approfittato per farsi acclamare imperatore, mentre nell’altra Aureliano si era fatto acclamare imperatore con l’appoggio dell’esercito ed era marcito contro Quintillo. In ogni caso durò pochi giorni, stroncato dal ben più energico Aureliano:

«Era di aspetto elegante e fine, di bellezza virile, piuttosto alto di statura, di fortissima muscolatura; eccedeva un poco nel bere vino e nel mangiare, si abbandonava raramente ai piaceri della carne, era molto severo, estremamente rigido in fatto di disciplina, sempre pronto a por mano alla spada. Difatti, essendovi nell’esercito due tribuni di nome Aureliano – il nostro ed un altro, che fu fatto prigioniero assieme a Valeriano – l’esercito gli aveva affibbiato il soprannome di «mano alla spada», così che, se per caso si voleva sapere quale dei due Aureliani aveva fatto una data cosa o condotta una certa operazione, bastava aggiungere «Aureliano mano alla spada» per capire di chi si trattasse.»

Historia Augusta, Aureliano, 6, 1-2

Aureliano era esattamente quello di cui l’impero aveva bisogno, un militare di professione, ma che sapesse mettere ordine nel caos in cui era piombata Roma. Era il 270 d.C. e l’impero era ancora diviso, con in oriente Zenobia, moglie di Odenato, a cui era seguita, e in occidente l’impero delle Gallie guidato da Tetrico, che aveva seguito Postumo. Proverbiale di Aureliano era la disciplina, tanto da essere definito dai soldati “manu ad ferrum”, e tanto da far dire a Flavio Volpisco, autore della sua biografia dell’Historia Augusta, che la disciplina che imponeva era di altri tempi, ormai lontani, della storia romana:

“Costui poi era tanto temuto dai soldati, che, una volta che lui aveva punito con grande severità le mancanze commesse in servizio, nessuno di essi vi incorreva più. Fu inoltre l’unico che punì un soldato reo di aver commesso adulterio con la moglie di un ospite, facendolo legare per i piedi alle cime di due alberi piegate verso terra e che tutto d’un colpo egli fece rilasciare, così che quello rimase squartato in due parti che penzolavano da entrambi i lati: il che suscitò in tutti grande spavento. C’è una sua lettera di argomento militare, inviata al suo luogotenente, che suona così: «Se vuoi essere tribuno, anzi se ti preme restar vivo, frena la mano dei tuoi soldati. Nessuno porti via i polli o metta le mani sulle pecore altrui. Nessuno rubi uva o danneggi le messi, o si faccia dare olio, sale, legna, ma si accontenti della propria razione di viveri. Con la preda tolta al nemico, non con le lacrime dei provinciali devono arricchirsi. Le armi siano tirate a lucido, i ferri ben arrotati, i calzari resistenti. Nuove uniformi rimpiazzino quelle vecchie. Tengano la paga nella cintura, anziché spenderla all’osteria. Si mettano pure addosso le loro collane, i loro bracciali, i loro anelli. Provvedano a strigliare il loro cavallo e la bestia da soma, non vendano la razione di foraggio destinata al proprio animale, prendano cura in comune del mulo della centuria. Ciascuno abbia deferenza nei confronti dell’altro come fosse il suo comandante, nessuno però assumendo atteggiamenti servili; siano curati gratuitamente dai medici; non diano nulla agli aruspici; dove ricevono ospitalità si comportino correttamente; chi provocherà delle risse, sia bastonato».”

Historia Augusta, Aureliano, 7, 3-8

La prima occupazione di Aureliano furono i barbari che erano dilagati nella pianura padana, perlopiù alemanni, che sconfissero anche l’esercito romano. Ma, carichi di bottino, si divisero in piccoli gruppi per razziare meglio. L’imperatore li colse uno a uno, massacrandoli. Poi decise, con l’accordo del senato, di dare a Roma una nuova cinta muraria, le famose mura Aureliane. Saputo della sconfitta, a Roma ci fu una sollevazione dei monetieri, che al suo arrivo represse malamente, anche nei confronti dei senatori che avevano appoggiato la rivolta. Non solo, Aureliano attuò una riforma monetaria: l’antoniniano, ormai unica moneta d’argento corrente, era solamente bagnato nell’argento. Riportò la sua percentuale d’argento al 5%, tanto che le sue monete recitano XX I: 20 parti di rame per una d’argento.

Subito dopo si recò sul Danubio, dove sconfisse vandali, iutungi e sarmati; pare che poi avesse chiesto l’approvazione all’esercito se fare o meno la pace con i barbari, denotando un rapporto di stima con i soldati unico. Tuttavia, da prammatico qual’era, dopo gli Agri Decumates, abbandonati poco prima, decise anche di abbandonare l’ormai indifendibile Dacia, formandone una nuova provincia di Dacia lungo il corso del Danubio, ma più piccola. Rimesso ordine in Italia e sul Danubio, fu il turno di Zenobia, che controllava tutto l’oriente. Mentre era in viaggio inflisse una terribile sconfitta ai goti, guadagnandosi il titolo di Gothicus Maximus, mentre all’inizio del 271, grazie al futuro imperatore Probo, riprendeva l’Egitto. Si arrivò allo scontro finale con Zenobia, sconfitta sia a Immae che a Emesa nonostante la fortissima cavalleria catafratta di cui disponeva. Infine, fu presa anche Palmira, e Zenobia venne catturata.

Poco dopo Palmira e l’Egitto si ribellarono, costringendo Aureliano a intervenire nuovamente; stavolta Palmira – era il 273 – fu saccheggiata e distrutta. Subito dopo Aureliano tornò in occidente per affrontare Tetrico, che sconfisse ai Campi Catalaunici. Aureliano aveva riunificato, in meno di cinque anni, un impero sul punto di collassare. Zenobia e Tetrico sfilarono poi nel trionfo di Aureliano, ma furono entrambi risparmiati; Tetrico divenne corrector Lucaniae (o totius Italiae?), mentre Zenobia rimase a Tivoli, dove sposò un senatore romano.

Rientrato a Roma, Aureliano non si dedicò solo alla riforma monetaria, ma anche a quella dell’annona, dando anche la carne di maiale nelle distribuzioni, distogliendo parte del denaro tratto dalle tasse egizie, grazie anche alla riconquista di quelle terre. Infine, convinto che il dio solare lo avesse aiutato nella sua vittoria, introdusse il culto del Sol Invictus, il Sole Invincibile, costruendone il tempio a Roma. Mentre preparava la guerra contro i persiani, nel settembre del 275, Aureliano venne però assassinato nei pressi di Bisanzio, per mano dei suoi stessi soldati; il suo segretario, temendo l’inflessibilità dell’imperatore, fece circolare la notizia che voleva uccidere alcuni tra i pretoriani, che gli credettero e lo uccisero:

«Dopo aver provveduto a queste cose, partì per le Gallie e liberò la Vindelicia dall’assedio dei barbari, poi tornò nell’Illirico e, allestito un esercito più forte che numeroso, mosse guerra ai Persiani, che aveva già con grandissima gloria sconfitto anche al tempo in cui aveva vinto Zenobia. Ma durante il viaggio, a Cenofrurio – un luogo di tappa che sta fra Eraclea e Bisanzio – per il tradimento di un suo segretario cadde assassinato per mano di Mucapore. Mi soffermerò brevemente sia sulle cause del suo assassinio sia sulle modalità in cui esso avvenne, onde non abbia a rimanere oscuro un fatto di tale importanza. Aureliano, non lo si può negare, era un principe severo, crudele, sanguinario. Egli, avendo spinto la sua durezza al punto di uccidere anche la figlia di sua sorella senza un motivo grave né sufficientemente giustificato, si era attirato già prima di tutto l’odio dei suoi familiari. Capitò poi – le cose in effetti avvengono per volere del fato – che egli, col minacciarlo in base a non so quali sospetti che aveva su di lui, finisse per suscitare un profondo risentimento nei propri confronti da parte di un certo Mnesteo, che teneva come suo segretario particolare ed era, secondo alcuni, un suo liberto. Mnesteo, poiché sapeva che Aureliano non era solito minacciare invano né, una volta che minacciasse, perdonare, scrisse un elenco di nomi, mescolandovi quelli di persone nei cui riguardi Aureliano era realmente adirato, con quelli di persone verso i quali egli non nutriva alcun sentimento ostile, aggiungendo anche il suo nome, onde far apparire maggiormente fondata la preoccupazione che instillava in loro, e lesse l’elenco a ciascuno di coloro il cui nome era in esso compreso, soggiungendo che Aureliano aveva stabilito di sopprimerli tutti, ma loro, se erano veri uomini, dovevano difendere la propria vita. Essi si eccitarono, per la paura quelli che sapevano di meritare il risentimento dell’imperatore, per lo sdegno quelli che erano innocenti – Aureliano appariva ingrato nei confronti dei benefici e dei servigi che gli avevano reso – e assalito di sorpresa l’imperatore mentre era in viaggio, lo uccisero nel luogo che abbiamo detto sopra.»

Historia Augusta, Aureliano, 35, 4 – 36,6

Probo

«Sarebbe troppo lungo se volessi elencare minutamente tutte le imprese di un così grande personaggio, da lui compiute, ancor prima di salire al potere, sotto Valeriano, sotto Gallieno, sotto Aureliano e Claudio: quante volte, cioè, scalò le mura nemiche, abbatté le trincee, uccise i nemici lottando a corpo a corpo, meritò i doni degli imperatori, restituendo con il suo valore lo Stato alla sua antica condizione.»

Historia Augusta, Probo, 6, 1-2

Dopo la morte di Aureliano era diventato imperatore Tacito, un anziano senatore che vantava di discendere dall’omonimo senatore e storico; ma era morto già l’anno seguente, e Floriano, suo fratellastro, cercò di essere il suo successore. Ma l’esercito scelse invece un valente comandante, Probo. Era originario di Sirmio, ed era nato da una famiglia modesta, il 19 agosto 232. Forse era stato dux (o correctortotius Orientis sotto Tacito; era il 276 quando venne acclamato Augusto, proprio in oriente. Lo scontro con Floriano avvenne a Tarso. Probo attese che la peste e il caldo facesse il suo corso, finché i suoi stessi soldati non uccisero Floriano.

Dopo aver sedato una rivolta in Egitto e firmato la pace con i persiani, Probo tornò in occidente, dove Proculo in Gallia e Bonoso in Germania avevano reclamato la porpora. Assediati, Proculo venne consegnato dai suoi a Probo, mentre Bonoso si suicidò. Quest’ultimo era stato una delle migliori spie di Aureliano, pare infatti che reggesse in modo straordinario il vino e venisse inviato a bere con uomini di cui cercava di carpire informazioni. Messo in sicurezza il confine renano, catturò molti barbari, destinandone più di diecimila all’esercito e insediandone molti altri nell’impero:

“Arruolò inoltre sedicimila reclute, che distribuì tutte per le varie province, dislocandole a gruppi di cinquanta o sessanta fra i vari reparti e i presidi di confine, affermando che, quando Roma si giova dell’apporto di ausiliari barbari, di questo si deve sentire l’effetto, ma non bisogna che si veda. Sistemate dunque le cose in Gallia, inviò al senato questa lettera: «Ringrazio, o senatori, gli dèi immortali, poiché hanno confermato il vostro giudizio nei miei confronti. La Germania è stata sottomessa in tutta la sua estensione, nove re di diversi popoli si sono prostrati supplici ai miei, anzi ai vostri piedi. Ormai tutti i barbari arano per voi, vi fanno da schiavi, e combattono contro le genti dell’interno. Decretate dunque, secondo la vostra tradizione, solenni funzioni di ringraziamento. Abbiamo infatti ucciso quattrocentomila nemici, sono stati messi a nostra disposizione sedicimila armati, settanta delle città più illustri sono state affrancate dalla schiavitù nemica e tutta la Gallia è stata completamente liberata. Le corone d’oro che mi sono state offerte da tutte le città della Gallia, le ho dedicate, o senatori, alle Clemenze Vostre. Consacratele con le vostre mani a Giove Ottimo Massimo e a tutti gli altri dèi e dee immortali. Il bottino è stato tutto ricuperato, e ne è stato fatto anche dell’altro, e più abbondante di quello che era stato in precedenza carpito. Le terre di Gallia vengono arate dai buoi dei barbari e le pariglie germaniche offrono prigioniere il collo ai nostri agricoltori, i greggi di varie popolazioni pascolano per il nutrimento della nostra gente, i loro cavalli ormai vengono fatti riprodurre per rifornire la nostra cavalleria, i granai sono pieni di frumento barbarico. Che cosa si può chiedere di più? Lasciamo loro soltanto il suolo, tutti i loro beni sono nelle nostre mani. Avremmo voluto, o senatori, nominare un nuovo governatore della Germania, ma abbiamo rimandato la cosa a quando la situazione sarà più conforme alle nostre attese. Riteniamo che ciò possa risultare utile allorché la provvidenza degli dèi avrà favorito ancora di più i nostri eserciti».”

Historia Augusta, Probo, 14,7 – 15,7

Dopo aver vinto ovunque, celebrò uno sfarzoso trionfo a Roma. Tuttavia, mentre si trovava Sirmio, nel 282, fu ucciso dai suoi soldati. Quest’ultimi temevano sia ciò che ripeteva l’imperatore (che presto non ci sarebbe stato più bisogno di soldati) sia che li continuava ad usare senza sosta per la realizzazione di opere pubbliche:

“Concluso ciò, mentre attraversava l’Illirico apprestandosi alla guerra contro la Persia, fu ucciso a tradimento dai suoi soldati. Le cause che portarono alla sua uccisione furono queste: in primo luogo il fatto che non lasciava mai riposare i soldati, dato che realizzò molte opere valendosi del loro lavoro, affermando che il soldato deve guadagnarsi il pane che mangia. A ciò aggiungeva un’affermazione dura per essi, se mai si avverasse – anche se sarebbe di beneficio allo Stato –, che cioè nel giro di breve tempo non vi sarebbe stato più bisogno di soldati. Che cosa aveva in mente colui che diceva questo? Non aveva forse posto sotto i suoi piedi tutte le genti barbare e reso ormai romano tutto il mondo quanto è grande? «Tra breve», disse, «non avremo più bisogno di soldati». Che altro è dire: ormai non vi sarà più alcun soldato romano? Fra poco lo Stato eserciterà sicuro la sua sovranità ovunque e sarà padrone di tutto, il mondo non fabbricherà più armi, né provvederà ai rifornimenti militari, i buoi saranno posseduti solo per arare, i cavalli nasceranno per servire ad opere di pace, non vi saranno più guerre né prigionie, ma dappertutto la pace, le leggi romane, i nostri magistrati. Ma nel mio amore per questo eccellente imperatore mi sto lasciando trascinare più oltre di quanto non richieda il mio stile terra terra. Perciò aggiungerò solo la circostanza che più d’ogni altra ebbe ad affrettare il tragico destino di un tale uomo. Essendo dunque arrivato a Sirmio e avendo intenzione di bonificare ed ampliare il territorio della sua città natale, mise al lavoro contemporaneamente molte migliaia di soldati al prosciugamento di una palude, onde creare un grande canale sfociante nella Sava, grazie al quale avrebbe prosciugato dei terreni che avrebbero costituito una fonte di ricchezza per i Sirmiesi. Esasperati da ciò i soldati, raggiuntolo mentre cercava rifugio in una torre ferrata che aveva fatto innalzare a grande altezza quale posto di vedetta, lo uccisero, nel quinto anno del suo regno. In seguito però tutti i soldati insieme gli eressero un grande sepolcro, innalzato su di un tumulo di terra, con un epitaffio inciso nel marmo che suonava così: «Qui giace l’imperatore Probo, e probo davvero, vincitore di tutti i popoli barbari, vincitore anche degli usurpatori».”

Historia Augusta, Probo, 20,1 – 21,4

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