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Tra il 5 e il 6 settembre del 394 d.C. si svolge presso il fiume Frigido, nei pressi di Gorizia, la battaglia che segna la fine di ogni velleità di ritorno ad un impero pagano. Qui Teodosio, imperatore inizialmente insieme a Graziano dopo la disfatta di Adrianopoli, sconfigge l’usurpatore pagano Flavio Eugenio.

Valentiniano II

Dopo la morte di Graziano, Teodosio combattè l’usurpatore Magno Massimo, acclamato imperatore dalle legioni britanniche, e infine vinse, quando ormai era giunto in Italia. Di conseguenza Teodosio mise a controllare l’occidente il sedicenne Valentiniano II, fratello di Graziano, che però era sotto la stretta tutela del magister militum Arbogaste.

Tuttavia il 15 maggio del 392 Valentiniano II morì in circostanze misteriose a Vienne, in Gallia. Teodosio era rimasto unico imperatore, ma Arbogaste, ritenuto coinvolto nella morte del giovane imperatore, fece acclamare imperatore dalle legioni galliche Flavio Eugenio, con l’appoggio del senato romano.

Un imperatore realmente pagano?

Tuttavia della fede pagana di Flavio Eugenio non c’è certezza. Così asseriscono le fonti; Paolino, biografo di Ambrogio, sostiene che Eugenio avrebbe voluto restaurare l’Altare della Vittoria e le cerimonie pagane, cedendo alle pressioni dei senatori pagani e del franco Arbogaste.

Secondo le fonti cristiane, basate sulla Storia Ecclesiastica di Tirannio Rufino, Arbogaste era pagano e Eugenio, dopo aver usurpato la porpora, sebbene cristiano, avrebbe favorito i pagani. Inoltre il prefetto al pretorio Flaviano avrebbe predetto che se il cristianesimo fosse stato abolito, Eugenio avrebbe vinto ogni guerra. Eugenio e Arbogaste avrebbero perfino minacciato di ridurre la basilica di Milano in una stalla e mandare in guerra gli ecclesiastici (Paolino, Vita Ambrosii, 31).

Sarebbe stata inviata anche una delegazione pagana a Eugenio per ristabilire le cerimonie antiche, ma l’usurpatore avrebbe rifiutato in quanto ufficialmente cristiano, per poi dare segretamente loro dei doni. Ambrogio avrebbe anche abbandonato Milano, forse più che per divergenze religiose, per evitare di compromettersi con l’usurpatore agli occhi di Teodosio, cui pochi anni prima aveva ordinato un pentimento solenne per l’eccidio dei goti a Tessalonica.



La battaglia

Teodosio affidò il comando a Timasio e Stilicone. A Costantinopoli lasciò il figlio Arcadio, insieme al prefetto al pretorio Rufino, che avrebbero governato l’oriente alla morte dell’imperatore, un anno dopo.

Moneta di Flavio Eugenio

L’esercito di Teodosio comprendeva, oltre a truppe romane, comitatensi e palatine, vari gruppi di foederati barbari (βάρβαρα τάγματα secondo Zosimo), comandate dai loro capi tribali e sottoposti a ufficiali romano-barbarici. Eugenio aveva anch’egli truppe romane regolari, oltre a foederati barbari, soprattutto franchi e alemanni.

Teodosio partì probabilmente all’inizio dell’estate del 394 da Costantinopoli (in base al codice Teodosiano sappiamo che ad aprile era ancora nella capitale), senza incontrare alcuna resistenza in Pannonia, giungendo infine nei pressi dell’attuale Gorizia, sul fiume Frigido, un affluente dell’Isonzo, dove l’imperatore incontrò l’esercito dell’usurpatore.

Eugenio e Arbogaste avevano disposto l’esercito a battaglia e occupati i passi alpini, nel tentativo di bloccare ogni via di fuga a Teodosio, oltre a dislocare alcune truppe in modo da tendere imboscate all’imperatore.

Teodosio attaccò immediatamente; sia Zosimo che Orosio narrano di grandi perdite da parte di Teodosio, specialmente i goti. Secondo Orosio sarebbero morti ben 10.000 foederati goti in prima linea, senza che questo fosse un grande rammarico per l’imperatore. Intervenne il magister militum Bacurio a risollevare le sorti dello scontro per Teodosio, finendo tuttavia ucciso.

Il comes Arbizione, nel frattempo, aveva condotto delle truppe a sbarrare il passo alle spalle di Teodosio: l’imperatore era in trappola ed era calata la notte. Teodosio, secondo il racconto dello storico cristiano Sozomeno, avrebbe pregato Dio di salvarlo. Poco dopo le truppe di Eugenio, inviate a tendergli un’imboscata, defezionarono a suo favore, in cambio di ruoli di comando nel suo esercito.

Il giorno seguente Teodosio attaccò di nuovo. Da qui in poi le versioni pagane e cristiane prendono due vie differenti. Secondo Zosimo Eugenio, sicuro di vincere, diede modo ai soldati di riposarsi, e questi furono attaccati di sorpresa all’alba dall’imperatore. Eugenio sarebbe stato poi catturato e decapitato.

Moneta di Teodosio

Zosimo aggiunse anche di un’eclissi solare nel primo giorno di battaglia, che fece combattere i due eserciti nell’oscurità (secondo un topos letterario antico, già presente in Cassio Dione, le tempeste venivano trasformate in eclissi, per dare maggiore drammaticità alle battaglie).

La versione cristiana, invece, che appare più plausibile, tramandata da Orosio, sostiene che dopo un’iniziale momento favorevole della battaglia per Eugenio, l’intervento della bora, che soffiava contro Eugenio, aiutò l’imperatore a prevalere. Data la natura del luogo, soggetto tutt’ora a forti venti, questa motivazione sembra più plausibile:

«I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in anni, per cui combatte l’atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari.»

Sant’Agostino, De civitate Dei, V,26

Teodosio, dopo la vittoria, sfogò la sua rabbia contro il paganesimo:

« Dopo la vittoria, ottenuta come aveva creduto e previsto, fece abbattere gli idoli di Giove che non saprei con quali riti erano stati intenzionalmente sacralizzati alla sua sconfitta e collocati sulle Alpi e con gioviale munificenza ne donò i fulmini, dato che erano d’oro, agli inviati i quali per scherzo, giustificato d’altronde dal lieto evento, dicevano che desideravano essere fulminati da essi. »

Sant’Agostino, De civitate Dei, V,26

La battaglia vide per la prima volta larghissimo uso di truppe di foederati, uso divenuto sempre più massiccio nel V secolo. L’anno seguente Teodosio, rimasto unico imperatore, morì e lasciò l’impero d’occidente al figlio Onorio, sotto la tutela del magister militum Stilicone, e quello d’oriente al figlio maggiore Arcadio, sotto la tutela del prefetto al pretorio Rufino, entrambi di origine barbara.

La suddivisione, sebbene estemporanea, sarà definitiva: due imperatori, due apparati burocratici, due eserciti, fino al 476. Giustiniano tenterà, un secolo dopo, di riunificare l’impero, riuscendo però a riprendere solo l’Italia, l’Illirico, l’Africa e parte della Spagna.



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La battaglia del Frigido
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