Privacy Policy La battaglia del Metauro | STORIE ROMANE

Dopo le travolgenti vittorie del Ticino, della Trebbia, del Trasimeno e di Canne, nei primi due anni di guerra, l’avanzata di Annibale sembrava inarrestabile. Tuttavia già prima di Canne i romani avevano adottato la tattica di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore di evitare lo scontro, che venne in parte ripresa dopo il disastro cannense.

La resistenza romana

Nonostante la strada per Roma sembrasse ormai spianata, Annibale non si mosse ad assediare l’Urbe, forse ritenendo le sue forze troppo esigue, forse sperando nella diserzione degli alleati italici dei romani. Tra i primi a titubare ci furono gli abitanti di Nola, che parteggiavano per il cartaginese, mentre il senato locale restava fedele a Roma. Dovette intervenire subito Marco Claudio Marcello, pretore in carica, soprannominato poi “la spada di Roma“, che fu costretto, anche se era ancora fresco il disastro di Canne poiché era ancora il 216 a.C., a occupare la città e poi a prepararsi a una sortita. Era infatti l’unico modo per sopprimere i moti di rivolta che serpeggiavano in città.

Annibale credeva ormai di dover attaccare la città, ormai convinto che il tradimento fosse saltato e venne colto impreparato dal violento assalto improvviso che lanciarono i romani, uscendo a spron battuto dalle mura. I cartaginesi furono colti dal panico e dal frastuono che fecero i romani, lasciando sul campo 3.000 morti e furono costretti a ritirarsi. In seguito Marcello combatté di nuovo in campo aperto contro Annibale a Numistro nel 210 a.C. e dopo un lungo scontro si risolse in pareggio, tanto da far dire al comandante punico: “Fabio Massimo mi impedisce di combattere , Marco Claudio Marcello di vincere”.

Precedentemente l’esercito del comandante africano si era anche adagiato nei famosi “ozi di Capua“, dove la rilassatezza era quasi costata cara. I consoli Appio Claudio e Fulvio Flacco riuscirono, non senza difficoltà, a respingere le forze di Annibale, che infine abbandonò la città, che venne ripresa nel 211 a.C. Due anni dopo toccò a Taranto, con i romani che imperterriti si dedicavano a rimettere ordine tra gli alleati, nello sconforto di Annibale, che non solo vedeva rafforzarsi le alleanze romane, ma anche la mancanza di rifornimenti dall’Africa. Fu proprio allora, mentre ormai vagava per l’Italia meridionale, che giunse in aiuto suo fratello Asdrubale.

La battaglia

Nella primavera del 207 Asdrubale varcò le Alpi; i galli appoggiarono i cartaginesi, sia poiché odiavano i romani sia perché avevano già aiutato Annibale. Il cartaginese riuscì anche a far passare per i varchi alpini gli elefanti, che erano quasi tutti morti dieci anni prima. I due consoli in carica erano Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone; al primo venne assegnato come nemico Asdrubale, al secondo Annibale. Entrambi li seguivano a distanza evitando lo scontro diretto, ma i romani temevano che le forze si congiungessero, divenendo così veramente imponenti. Asdrubale mandò messaggeri al fratello, dicendogli che si sarebbe ricongiunto a lui, ma vennero intercettati dai romani.

Nerone, che fronteggiava Annibale, quando seppe dell’arrivo prossimo di Asdrubale, marciò senza sosta, percorrendo 63 km al giorno (contro i circa 30 normalmente percorsi) , e si ricongiunse a Salinatore, coprendone oltre 500 marciando giorno e notte. Era infatti intenzionato a spazzare via il barcide prima che la minaccia divenisse insostenibile. Lasciò anche un gruppo di soldati ad affrontare Annibale, con l’ordine di allenarsi, per non far sospettare nulla al nemico.

Il console raggiunse il suo collega Salinatore nei pressi di Senigallia, dove si trovava con il pretore Porcio. Nerone era arrivato di notte e i cartaginesi non si erano accorti di nulla, finché la mattina seguente i romani si schierarono a battaglia e notarono che erano notevolmente aumentati. Asdrubale però evitò lo scontro, capendo di dover affrontare due consoli e si ritirò nel suo campo. La notte cercò di fuggire ma le sue guide lo abbandonarono e si perse sulle rive del Metauro alla ricerca di un guado. La mattina dopo, nel caos più totale, trovò anche i suoi soldati galli completamente ubriachi e i romani che li avevano inseguiti pronti a combattere.

Lo scontro si aprì con gli elefanti cartaginesi che inizialmente ebbero la meglio, mentre Nerone non riuscì a sconfiggere i galli sul fianco destro romano, che avevano a loro protezione un terreno piuttosto impervio (la loro posizione era stata scelta appositamente da Asdrubale dopo i bagordi della notte, per evitare che cedessero subito). Il console decise perciò di portare le sue forze sul fianco opposto, dove i romani travolsero i cartaginesi, i quali furono accerchiati e si diedero alla fuga. I galli, rimasti senza protezione, vennero massacrati dai romani senza pietà. Asdrubale si gettò nella mischia e morì in battaglia. Nerone non ebbe pietà: ne tagliò la testa e la gettò nel campo di Annibale, che poco tempo dopo fu costretto a fare ritorno in Africa.

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