Privacy Policy La battaglia di Azio e la nascita del Principato | STORIE ROMANE

l 2 settembre del 31 a.C. le forze di Ottaviano, comandate da Agrippa e il futuro princeps, sconfiggevano Antonio e Cleopatra ad Azio, in Grecia. Svetonio riporta un curioso aneddoto prima della battaglia:

« Ad Azio, mentre egli scendeva in campo gli si fece incontro un asinello con il suo asinaio: l’uomo si chiamava Eutìco, cioè Fortunato, la bestia Niconte, cioè Vittorioso: dopo la vittoria egli collocò un simulacro di entrambi, in bronzo, nell’area sacra in cui poi trasformò il luogo del suo accampamento. »

Svetonio, Augustus, 96

Antonio aveva attaccato i parti nel 36 a.C., cercando di portare a compimento il sogno di Cesare, ma la campagna si era trasformata in un disastro a causa dei tradimenti continui delle guide partiche e della scarsa conoscenza dei luoghi. Il triumviro infine era riparato in Armenia, al sicuro, e decise di tornare in Egitto. Plutarco afferma maliziosamente che il motivo era Cleopatra. Antonio era distrutto dopo la spedizione partica, era passato dal voler essere un nuovo Alessandro a temere di essere un nuovo Crasso. La regina tolemaica lo dissuase dal riprendere le ostilità nel 35 a.C. e Antonio si rinchiuse in Alessandria. Nel 34 ebbe luogo la vendetta contro gli armeni, con una campagna più modesta, che però non levò l’onta della sconfitta partica. Antonio non chiese il trionfo, che festeggiò invece ad Alessandria, come un novello Dionisio e non come magistrato romano. Ancora meglio, decise pubblicamente, nel Ginnasio, vicino la tomba di Alessandro Magno, in veste di Dionisio-Osiride (Cleopatra era la sua Iside) di donare le province orientali a Cleopatra, Tolomeo Cesare (Cesarione, il figlio avuto con Cesare) e i tre figli avuti con lei tutti i possedimenti romani in oriente.

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Il trionfo del pronipote di Cesare

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d’amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?»

SVETONIO, AUGUSTO, 69

La posizione di Antonio non solo era ambigua, ma ormai era pubblica e non si fece alcuno scrupolo di nasconderla. Nel 33 a.C. terminava il triumvirato (nato nel 43 a.C. rinnovato per un altro quinquennio nel 38 a.C.) e Ottaviano, con un colpo di scena, annunciò pubblicamente di rinunciare ai suoi poteri. Nel 32 entrarono in carica due consoli antoniani, Gneo Domizio Enobarbo e Gaio Sosio. Ottaviano si presentò nel foro con una guardia armata, entrando in senato e dicendo che poteva dimostrare i piani eversivi di Antonio. I senatori filoantoniani fuggirono verso Alessandria; Ottaviano aveva una forte carenza di denaro e per questo dovette imporre imposte straordinarie. Ciò generò malcontento, mentre ad Antonio non mancava denaro e aveva una flotta migliore. Ma ancora una volta il tentennamento gli fu fatale; Ottaviano poté mettere insieme le forze e dichiarare guerra a Cleopatra. Lo scontro finale sarebbe avvenuto ad Azio nel 31 a.C.

«Giunse infine il giorno dell’importantissima battaglia, in cui Cesare ed Antonio, fatte avanzare le flotte, combatterono il primo per la salvezza del mondo, l’altro per la sua rovina. L’ala destra delle navi di Giulio fu affidato M. Lurio, la sinistra ad Arrunzio, ad Agrippa ogni decisione circa la battaglia navale; Cesare era presente ovunque, destinato a quella parte in cui fosse chiamato dalla sorte. La condotta della flotta di Antonio fu delegata a Publicola e Sosio. Ma Tauro comandava l’esercito di terra di Cesare, Canidio le truppe di Antonio. Quando iniziò la battaglia da una parte c’era tutto: il comandante, i marinai, i legionari, dall’altra parta nient’altro che soldati. Cleopatra fu la prima a fuggire. Antonio preferì essere compagno della fuggitiva regina piuttosto che dei suoi soldati combattenti e il capitano, che doveva infierire nei confronti dei disertori divenne disertore del suo stesso esercito. Quelli, anche una volta privati del loro capo, si ostinarono a combattere a lungo da valorosi e, disperando della vittoria, si lottava ormai per la morte. Cesare, desideroso di accattivarsi con le parole chi poteva togliere di mezzo col ferro, gridando in continuazione e mostrando che Antonio era fuggito chiedeva per chi e con chi combattessero. Ma quelli, avendo combattuto a lungo con un comandante assente, abbassate sommessi le armi cedettero la vittoria, e Cesare promise vita e perdono ancor prima che pensassero ad implorarli; fu evidente che i soldati fecero la parte di un valorosissimo comandante, i il comandante quella di un codardissimo soldato, al punto che potresti domandarti se avrebbe moderato la vittoria a suo piacimento o ad arbitrio di Cleopatra poichè si volse in fuga dietro una decisione di lei. L’esercito in terra fece lo stesso, dopo che Canidio era scappato precipitosamente verso Antonio..»

Velleio patercolo, storia romana II, 85

Il primo ad attaccare è Sosio, che comanda il lato sinistro della flotta di Antonio. Agrippa decide di arretrare il fianco sinistro che comanda, mentre Lurio fa lo stesso a destra contro Sosio, per attirare i nemici in mare aperto (che era alle spalle delle forze di Ottaviano e di fronte ad Antonio). Arrunzio, al centro delle forze del nipote di Cesare resta fermo, ma dopo un’ulteriore arretramento delle forze di Agrippa Ottaviano è costretto a colmare il vuoto, lasciando un buco nella formazione. A questo punto non sappiamo perchè, ma ne approfitta Cleopatra per fuggire, seguita da Antonio: è la vittoria completa per Ottaviano, le forze di Antonio si arrendono e passano in massa al vincitore, che può contare adesso su oltre 60 legioni (seppure molte a organico ridotto): alcune saranno unite (da cui il nome Gemina), altre sciolte, per diventare infine 28.

La fine di Antonio e Cleopatra

Ormai per loro era la fine: tutte le legioni avevano disertato a favore del nipote di Cesare, che nel 30 a.C. prese anche Alessandria. Cleopatra e Antonio si trovavano in due palazzi differenti (la regina era nel tempio di Iside, mentre Antonio vagava nel palazzo e la incolpava della fuga a Azio) e mandò a dire al suo sposo che si era suicidata.

76. “Antonio si ritirò quindi in città, imprecando contro Cleopatra, che lo aveva tradito e messo nelle mani di coloro che egli aveva preso a combattere per amore di lei. Essa, temendo la sua folle ira, si rifugiò nella tomba, calò le saracinesche, che erano fatte di sbarre e stanghe robuste, e mandò ad annunciare ad Antonio la sua morte. Egli vi credette. Si disse: “E tu, cosa aspetti, Antonio? La Fortuna ti ha tolto l’unico pretesto che ti rimaneva per amare la vita”, ed entrò in camera. Lì, mentre si slegava la corazza e se la toglieva, esclamò: “O Cleopatra, non mi duole di essere separato da te, poichè presto arriverò dove sei tu; ma mi duole che un imperatore come io sono, si sia rivelato meno coraggioso di una donna”. Antonio aveva uno schiavo fedele, di nome Eros, a cui da molto tempo aveva fatto promettere che, se lo avesse pregato, lo avrebbe ucciso. Ora gli chiese di eseguire la promessa. Lo schiavo sguainò la spada e la sollevò come per colpire il padrone, ma poi la rivolse invece verso la propria faccia e ammazzò se stesso. Mentre cadeva ai suoi piedi, Antonio disse: “Bravo, Eros, che mi insegni come io debba fare ciò di cui tu sei incapace”. Si colpì dunque al basso ventre, lasciandosi cadere sul lettuccio. Ma il colpo non fu tale da provocare una morte istantanea. […] Così Antonio gridò e si dibatté, finché non venne il segretario di Cleopatra, Diomede, mandato da lei per prenderlo e portarlo nella tomba, dove si trovava la regina.”

77. “In tal modo venne a sapere che Cleopatra era viva. Ordinò allora con tutta l’anima ai servi di sollevarlo e di portarlo a braccia fino alle porte dell’edificio. Cleopatra però non aprì la porta: ma apparve da alcune finestre superiori e ne calò funi e corde. Antonio fu assicurato ad esse, e Cleopatra lo tirò su con l’aiuto di altre due donne, le uniche che aveva ammesso nella tomba insieme a lei. Chi fu presente alla scena dice che non ci fu mai cosa tanto pietosa a vedere. Arrossato di sangue e in lotta con la morte, il romano saliva tendendo le mani e sollevandosi verso di lei. Non era infatti un operazione facile da compiere per una donna. A stento Cleopatra, stringendo forte le mani e col viso contratto dallo sforzo, tirava su la corda, mentre quelli che erano abbasso li incitavano e prendevano parte alla sua fatica. Una volta che l’ebbe accolto, dopo tanto penare, nella tomba, e l’ebbe stesso sopra un divano, si stracciò i veli su di lui, si batté e lacerò il petto con le mani, si insanguinò il viso col suo sangue, lo chiamò signore e marito e imperatore; quasi si dimenticò dei suoi guai per la pietà che sentiva dell’amato. Antonio pose termine al suo lamento chiedendo di bere del vino […].”

PLUTARCO, VITA DI ANTONIO, 76-77

Ma mentre Antonio ancora una volta le credette si suicidò, Cleopatra attendeva. Tuttavia il romano non era morto e fu tirato infine con delle funi da lei e poco dopo spirò, contento di averla vista un’ultima volta. Cleopatra credeva forse di circuire anche Ottaviano, forse di salvare i figli, ma il nipote di Cesare era di tutt’altra pasta. Cleopatra infine decise di togliersi anche lei la vita, forse con un morso d’aspide come riporta Plutarco. Non sappiamo cosa fece Ottaviano dei loro corpi e ancora oggi non sappiamo dove siano stati conservati i loro resti.

83. “Di lì a pochi giorni venne a trovarla e a confortarla anche Cesare in persona. La trovò sdraiata su un pagliericcio, in umile stato. Ma alla sua entrata saltò fuori in camicia e corse a gettarsi ai suoi piedi. I suoi capelli e la faccia erano tremendamente sconvolti. La voce le tremava. Gli occhi erano infossati. Molti segni di strazio apparivano anche sul petto. Insomma sembrava che il corpo non stesse molto meglio dell’anima. Tuttavia il fascino e la bellezza audace, per cui andava famosa, non erano spenti del tutto. Benché fosse così ridotta, balenavano dall’interno, chissà da quale recesso del suo animo e si manifestavano dai moti del volto […].”

84. “Cleopatra, a sentir ciò, domandò per prima cosa a Cesare il permesso di recare libagioni al corpo di Antonio. Il permesso le fu accordato. Si fece dunque portare alla tomba e abbracciando l’urna, circondata dalle donne del seguito, disse: “O caro Antonio, poc’anzi ti seppellivo con mani libere, e ora verso libagioni in condizione di prigioniera e tenuta d’occhio perché non possa, nè battendomi il petto nè piangendo, deturpare questo corpo schiavo e serbato per i trionfi che si celebreranno su di te. Non attendere altri onori e libagioni; queste sono le ultime parole che Cleopatra ti può fare, poichè la trascinano via prigioniera. In vita nulla ci separò uno dall’altro; con la morte temo che dovremmo scambiarci i luoghi della nostra origine: tu, romano, giacerai qui, io, derelitta, in Italia, e solo la parte che coprirò col mio corpo, riceverò della tua terra. Ma se gli dèi che stanno ove tu sei hanno forza e potenza, visto che quelli di quassù ci hanno tradito, non abbandonare la tua donna finchè sia viva, e non permettere che egli trionfi su di te nella mia persona; nascondimi invece e seppelliscimi qui con te, poichè, seppure innumerevoli sono i miei mali,nessuno è così grande e atroce quanto questo breve tempo che ho dovuto vivere senza te”.

85. “Dopo aver espresso questi lamenti, inghirlandò e baciò l’urna;quindi comandò di prepararle un bagno. Lavata, si sdraiò e consumò un magnifico pasto.
E arrivò un tale dalla campagna con un paniere. Le guardie gli chiesero cosa contenesse, egli l’aprì, tolse le foglie, e mostrò il recipiente pieno di fichi. Le guardie si stupirono di quanto erano belli e grossi quei fichi. Al che ridendo l’uomo li invitò a prenderne. Gli altri gli credettero e gli dissero di portarli dentro. Dopo il pasto Cleopatra prese una tavoletta, che aveva già scritta e sigillata e la mandò a Cesare, quindi licenziò tutta la servitù, tranne le sue due donne, e chiuse la porta.
Cesare, appena aprì la tavoletta e cominciò a leggere suppliche e lamenti, con cui Cleopatra gli chiedeva di seppellirla insieme ad Antonio, subito comprese cosa era accaduto. Il suo primo impulso fu di andare a vedere di persona; poi mandò altri ad indagare in tutta fretta.
Sennonchè il trapasso era stato rapido. Gli uomini di Cesare andarono di corsa sul posto, ove trovarono le guardie ignare di tutto; ma, aperte le porte, la videro morta, distesa sul letto d’oro, ornata come una regina. Delle due donne, una, a nome Ira, stava morendo ai suoi piedi mentre l’altra, Carmione, aggiustava il diadema intorno ai capelli della regina barcollando ormai e col capo a ciondoloni.”

86. “Si racconta che l’aspide fu portato a Cleopatra nel paniere insieme ai fichi, e che aveva dato ordine di nasconderlo tra le foglie, affinchè il rettile la morsicasse senza che essa se ne accorgesse. Ma quando tolse i fichi, lo vide, e disse : “Eccolo, era qui”. Denudò perciò il braccio e lo offrì al morso dell’animale. […]
Cesare, benchè contrariato dalla morte della donna, ammirò la sua fierezza e dispose che il suo corpo fosse sepolto con tutti gli splendori consueti ai re, insieme ad Antonio. Anche le due donne ebbero per sua volontà onorevoli esequie.
Cleopatra morì a trentanove anni di età, dopo aver regnato per ventidue e per più di quattordici aver governato con Antonio.”

PLUTARCO, VITA DI ANTONIO, 83-86

Il primo imperatore

Dopo aver sconfitto Antonio e Cleopatra , trovandosi ad Alessandria, Ottaviano decise di visitare la tomba di Alessandro Magno, ma rispose in modo seccato a chi gli chiese se volesse vedere anche quelle dei Tolomei:

“Augusto, nello stesso periodo, contemplato con i suoi occhi il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, tratto fuori dal sepolcro, lo venerò, ponendogli una corona d’oro e cospargendolo di fiori; e quando gli fu chiesto se volesse visitare anche il sepolcro dei Tolomei, rispose di aver voluto vedere un re, non già dei morti.”

svetonio, augusto, 18

Ormai Ottaviano era il padrone assoluto di Roma e nessuno osava contraddirlo:

«Sebbene il popolo gli offrisse con grande insistenza la dittatura, egli, piegato in ginocchio, tiratasi giù dalle spalle la toga e denudatosi il petto, supplicò di non addossargliela. Respinse sempre con orrore, come un insulto infamante, l’appellativo di padrone. Una volta, mentre egli assisteva allo spettacolo, poiché in un mimo era stata recitata l’espressione: O giusto e buon padrone! tutti quanti, come se fossero pienamente d’accordo che il verso si riferisse a lui, applaudirono esultanti; Augusto prima frenò quelle indecorose adulazioni con la mano e con il volto, poi, l’indomani, le redarguì con un durissimo comunicato. Da allora non tollerò di essere chiamato padrone nemmeno dai suoi figli o nipoti, né sul serio né per gioco, e vietò simili piaggerìe anche tra loro stessi.»

SVETONIO, AUGUSTO, 52-53

Rimasto solo, Ottaviano rimise tutti i poteri, ritornando formalmente ad essere un privato cittadino. Dal 30 al 23 a.C. ricoprì ininterrottamente il consolato, motivo per cui i senatori decisero, dopo il suo rifiuto a prendere il consolato o la dittatura perpetua, a trovare una soluzione. Nel 27 a.C. il senato gli attribuì il titolo di Augustus. Sommati a una serie di poteri straordinari (l’imperium proconsulare maius, ossia il comando militare assoluto, il titolo di princeps senatus, la possibilità di parlare per primo in senato), ottenne sostanzialmente il potere assoluto sebbene da privato cittadino (anche se gli veniva dato quasi annualmente il consolato). Nel 23 a.C. ricevette l’ultimo potere che legittimava la sua “superiorità”: una tribunicia potestas a vita, che gli permetteva di essere sacro e inviolabile come i tribuni della plebe e gli concedeva la possibilità di porre il veto a qualunque azione del senato. Inoltre, alla morte di Lepido assunse il titolo di pontefice massimo, in modo da essere la massima autorità religiosa. Infine nel 2 a.C. ottenne il titolo di pater patriae.

“Due volte Augusto pensò di restaurare la repubblica: una prima volta sùbito dopo fiaccato Antonio, ricordando che da questo gli era stato ripetutamente rinfacciato che dipendeva proprio da lui il fatto che essa non fosse restaurata; poi, di nuovo, perché stanco di una lunga malattia. In questa occasione, anzi, convocate le autorità e il Senato in casa sua, consegnò loro un rendiconto finanziario dell’impero. Ma, considerando che come privato cittadino egli sarebbe stato sempre in pericolo, e che era rischioso affidare lo Stato all’arbitrio di più persone, continuò a tenerlo in pugno lui. Non si sa se con migliore risultato o con migliore intenzione. Questa intenzione egli non solo la sbandierò di tanto in tanto, ma una volta giunse a proclamarla in un comunicato ufficiale: «Vorrei proprio che mi fosse possibile rimettere al suo posto sana ed indenne la repubblica, e godere il frutto che io cerco di questa restaurazione, di essere detto cioè fondatore di un ottimo Stato, e di portare con me, morendo, la speranza che rimangano salde le fondamenta dello Stato, quali io avrò gettato». Ed egli stesso fu realizzatore del suo voto, sforzandosi in ogni modo a che nessuno avesse a dolersi della nuova situazione. La città non era adorna in proporzione della sua maestà, ed era esposta a inondazioni e ad incendi: ebbene, egli la abbellì a tal punto che giustamente si potè gloriare di lasciarla di marmo, mentre l’aveva ricevuta di mattoni. E, per quanto una mente umana poteva prevedere, la rese sicura anche per l’avvenire.”

SVETONIO, AUGUSTO, 28

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