Privacy Policy Lo strepitoso trionfo romano di Caer Caradoc | STORIE ROMANE

Il primo a tentare l’invasione della Britannia fu Giulio Cesare durante la guerra gallica. Nella tarda estate del 55 a.C. partì dunque per l’isola, più precisamente la notte tra il 25 e 26 agosto; lui stesso affermava di aver deciso di attaccare la Britannia per l’aiuto prestato ai galli, ma in realtà la motivazione fu principalmente economica (per via dello stagno e dei commerci) e di gloria personale. Il due settembre giunse vicino Walmer dove cercò informazioni, ma non ne trovò di utili. Cesare decise infine di sbarcare, nonostante le scarse informazioni, nella zona di Dover. Ma i romani si trovarono subito in grossa difficoltà, con i britanni che li attendevano sulla riva.

I legionari erano titubanti, finché l’aquilifero della Decima Legione, prediletta di Cesare, si lanciò in acqua contro il nemico, gridando (De Bello Gallico, IV, 22, sgg.): “Desilite, commilitones, nisi vultis aquilam hostibus prodere: ego certe meum rei publicae atque imperatori officium praestitero” (“Compagni, saltate giù, se non volete lasciare l’aquila in mani ai nemici; io certamente farò il mio dovere sia verso la repubblica sia verso il nostro comandante”). I legionari allora, spronati dall’aquilifer, lo seguirono e riuscirono a ricacciare i britanni, che si dispersero.

I britanni si diedero alla fuga e subito chiesero la pace a Cesare, promettendo di consegnare anche ostaggi. Poco dopo giunsero le 18 navi che avevano imbarcato la cavalleria ed erano in ritardo, ma furono investite da una tempesta: alcune rientrarono in Gallia, altre vennero spinte lontano. Molte navi furono distrutte e Cesare si trovò in serio pericolo, rischiando di non poter tornare indietro prima dell’arrivo dell’inverno.

I britanni, saputo delle difficoltà del nemico, decisero di rigettare la pace proposta e passare all’attacco, ma i romani riuscirono a reggere ancora una volta l’urto e ricacciarli. Nel frattempo Cesare aveva messo insieme, con uno sforzo enorme, le navi necessarie per il rientro. Stavolta i barbari accettarono la pace e il romano riuscì a far rientro con l’esercito in Gallia.

Dopo una seconda spedizione l’anno successivo l’isola rimase fonte di disinteresse per Roma. Caligola pensò di fare una spedizione, forse, ma si fermò ancora prima di iniziare. Nel 40 d.C. aveva radunato diverse legioni ma i soldati si rifiutarono di attraversare il mare: l’isola era considerata qualcosa di estremamente distante e faceva paura:

“Infine, come se volesse porre fine alla guerra, schierato l’esercito lungo le spiagge dell’Oceano e disposte le baliste e le macchine senza che alcuno sapesse o potesse avere idea di cosa intendesse fare, improvvisamente ordinò di raccogliere conchiglie e riempirne gli elmi e i mantelli, dicendo: «Sono le spoglie dell’Oceano che spettano al Campidoglio e al Palazzo». Per lasciare un segno di questa vittoria, fece erigere un’altissima torre dalla quale, come da quella di Faro, di notte dovevano lampeggiare i fuochi per illuminare la rotta ai naviganti. Dopo aver annunciato ai soldati una ricompensa di cento denari ciascuno, come se avesse superato ogni altro esempio di generosità, disse: «Andate in letizia, andate in ricchezza».”

SVETONIO, CALIGOLA, 44-46

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La conquista della Britannia

Fu suo zio Claudio qualche anno dopo a dare il via alla conquista. Già Augusto aveva pianificato delle invasioni, mai intraprese. Nel 43 d.C. l’imperatore Claudio trovò il pretesto per invadere l’isola: la reintegrazione al trono di Verica, re riconosciuto dai romani. Claudio, appena divenuto principe, cercava legittimazione militare per il suo titolo di imperatore; infatti si era sempre dedicato alle lettere, la filosofia e la politica (Claudio era un vero e proprio filologo: decise di introdurre nuove lettere nell’alfabeto latino per alcuni suoni). Decise pertanto di invadere l’isola della Britannia. Il comando delle operazioni fu affidato a Aulo Plauzio, primo governatore dell’isola, al comando di 4 legioni (II Augusta, IX Hispana, XIV Gemina, XX Valeria Victrix – la II Augusta era comandata dal futuro imperatore Vespasiano) e 20.000 ausiliari.

Le campagne romane durarono diversi anni e necessitarono di diversi imperatori, ma ciò non tolse la possibilità a Claudio di fregiarsi (nonostante l’isola non fosse pacificata) del titolo di Britannico, tanto da dare lo stesso nome al figlio (poi ucciso da Nerone). Inizialmente, sotto il principato di Claudio, il dominio romano era confinato al sud est dell’isola, ossia all’Inghilterra centrale e meridionale. La conquista fu rapida, ma molto più tempo chiese la pacificazione e l’organizzazione della provincia. La mattina dell’invasione si distinse anche Vespasiano, che sarebbe un giorno diventato imperatore, il quale lanciò un assalto alle posizioni nemiche attraversando il fiume Medway con la legio II Augusta che comandava. Lo scontro fu durissimo e si risolse solo il giorno seguente con la fuga del nemico. La conquista però era tutt’altro che certa, limitandosi i territori presi dai romani grossomodo all’attuale Inghilterra centro-meridionale. I romani stabilirono il loro centro principale a Camulodunum, nel sud-est dell’isola.

La battaglia decisiva

«In Britannia intanto P. Ostorio, il propretore, fu accolto da una situazione burrascosa, poiché i nemici si erano riversati nei campi dei nostri alleati con tanto maggior accanimento perché non credevano che un comandante nuovo, non pratico dell’esercito e dopo l’inizio dell’inverno, avrebbe preso l’offensiva. Ma questi, convinto che le prime azioni producono o timore o fiducia, si aggira con coorti leggere e, massacrati quelli che gli opponevano resistenza, insegue gli sbandati, per impedire che tornino a riunirsi e che una tregua pericolosa e infida non consenta né al comandante né ai militari di stare tranquilli; disarma i sospetti e si accinge a contenere tutte le forze negli accampamenti al di qua dei fiumi Trisantona e Sabrina. Si opposero per primi gli Iceni, un popolo robusto e non indebolito da combattimenti, perché si erano alleati con noi spontaneamente. Sollecitate da loro, le popolazioni dei dintorni scelsero il campo di battaglia, un terreno cinto da un rustico terrapieno, con un accesso angusto, affinché non fosse accessibile alla cavalleria. Il duce romano, benché privo della forza delle legioni, comandava soltanto milizie alleate; si gettò a infrangere quelle difese e, distribuite le coorti, affidò funzioni di fanteria anche alle squadre dei cavalieri. Poi, dato il segnale, sfondano il terrapieno e scompigliano i nemici, ostacolati dalle loro stesse barriere. E quelli, consapevoli della propria rivolta, e dell’impossibilità di fuggire, compirono molti atti di valore. Per questa battaglia il figlio del legato, M. Ostorio, ottenne la corona civica. La disfatta degli Iceni riportò l’ordine tra quelli che erano incerti tra la guerra e la pace, e l’esercito fu condotto nel paese dei Decangi. Furono devastati i campi e qua e là furono fatte prede, poiché i nemici non osavano dar battaglia o, se di nascosto cerca vano di molestare l’esercito in marcia, l’insidia veniva punita. Ormai si era giunti non lontano dal mare che guarda l’isola Ibernia, quando scoppiarono dissidi tra i Briganti, che costrinsero a tornare indietro il generale, deciso a non intraprendere nuove imprese senza aver consolidato le precedenti. I Briganti a loro volta si calmarono, dopo aver soppresso quei pochi che avevano preso le armi e concesso il perdono agli altri; il popolo dei Siluri invece non si riusciva né con la ferocia né con la mitezza a dissuaderlo dalle ostilità, sì che fu necessario tenerlo a bada accampandovi una legione. Affinché la cosa si risolvesse prontamente, nei campi conquistati presso Camuloduno fu fondata una colonia di veterani, per servire a difesa contro i ribelli e insegnare agli alleati il rispetto delle leggi.»

Tacito, annali, xii, 31-32

Dopo l’invasione di Claudio i romani avevano dovuto combattere duramente per tenere il terreno conquistato; tra il 47 e 52 il propretore Publio Ostorio Scapula si dedicò al consolidamento romano nell’isola, combattendo i siluri, i decangi, i briganti e gli iceni. Vennero sconfitti gli iceni per primi e in quell’occasione il figlio del propretore, Marco Ostorio, ottenne la corona civica, avendo salvato in battaglia un cittadino romano.

Ostorio stava per attraversare il mare e arrivare in Irlanda quando la sollevazione dei briganti e dei siluri lo costrinsero a tornare indietro. Queste forze erano comandate da Carataco, principe dei catuvellauni (era stato proprio lo zio Epaticco, conquistando il trono di Verica degli atrebati a fornire il pretesto a Claudio per conquistare l’isola):

Quindi ci si diresse contro i Siluri, i quali, oltre che nella propria forza, confidavano in Carataco. Questi in molti scontri di esito incerto e in molti fortunati si era distinto tanto da superare gli altri comandanti Britanni. Ma in quel momento, se ci era superiore per la città fortificata e per l’insidia dei luoghi, ci era inferiore per il numero dei combattenti; cosicché portò la guerra nel territorio degli Ordovici, si aggregò quelli che temevano la pace romana e fece un tentativo estremo, scegliendo per la battaglia uno spazio nel quale l’accesso o l’uscita fossero impraticabili per noi e favorevoli ai suoi: da un lato montagne ripide e se in qualche punto era più accessibile lo aveva fatto chiudere accumulandovi blocchi di pietra, a guisa di terrapieno. Davanti scorreva un fiume dal guado difficile e dietro alle fortificazioni era schierata una turba di uomini armati. I comandanti delle tribù inoltre non cessavano di aggirarsi attorno a queste, le incoraggiavano, ne spronavano gli animi, attenuavano la paura, accendevano in loro la speranza con altri incitamenti di guerra. Carataco soprattutto, trascorrendo ora qua ora là, dichiarava che quella giornata, quello scontro sarebbero stati l’inizio della libertà recuperata o dell’eterno servaggio; rievocava i nomi degli avi, che avevano respinto il dittatore Cesare; per il loro valore essi erano rimasti indenni dalle scuri e dai tributi e avevano conservato intatti i corpi delle mogli e dei figli. Mentre pronunciava questi e altri discorsi la folla lo applaudiva con clamore e ciascuno secondo le formule della propria religione s’impegnava a non retrocedere né per dardi né per ferite.

TACITO, ANNALI, XII, 33-34

Carataco decise di trincerarsi in una zona fortemente collinare, a Caer Caradoc, attendendo l’arrivo dei romani. Era il 50 d.C. Fece porre anche degli ostacoli per rallentare i nemici, separati da un fiume, forse il Severn. I romani però bramavano la battaglia e spinsero il propretore a combattere. Attraversarono dunque il fiume nonostante le rimostranze di Scapula, ma vennero subito attaccati dai proiettili britannici, dai quali si ripararono formando la testuggine. I romani continuarono ad avanzare lentamente, riparati dagli scudi, mentre eliminavano le trappole lasciate dai barbari.

Arrivati dunque al corpo a corpo, i romani attaccarono contemporaneamente con gli ausiliari che combattevano perlopiù con le lance e i legionari con i pila e i gladi. I britanni non furono in grado di reggere l’urto e si diedero alla fuga, mentre la moglie e la figlia di Carataco venivano catturate e i fratelli si arrendevano. Carataco fuggì presso la regina Cartimandua, sovrana dei briganti, ma venne da questa messo in catene e consegnato ai romani. Portato a Roma Carataco elogiò Claudio riconoscendone la vittoria, con un discorso tanto convincente da convincere l’imperatore a perdonarlo.

«Il comandante romano fu stupefatto da tanto fervore; e al tempo stesso atterrito dal fiume che scorreva davanti, il terrapieno che vi era stato aggiunto, le cime sovrastanti: non un palmo di terreno che non fosse arduo e gremito di combattenti. Ma i soldati chiedevano battaglia, gridavano che con il coraggio tutto è possibile; i prefetti, i tribuni gridando del pari stimolavano l’ardore dell’esercito. Ostorio allora, dopo aver ispezionato quali punti fossero impenetrabili e quali accessibili, guida i più decisi e senza difficoltà attraversa il fiume. Come giunsero al terrapieno, mentre si combatteva con uno scambio di dardi, le ferite erano più frequenti tra i nostri e avveniva un massacro; ma poi, quando si formò la testuggine, i macigni rozzamente accatastati furono divelti e lo scontro avvenne in condizioni di parità, allora i barbari si ritirarono sulle cime dei monti. Ma anche lassù si avventarono i nostri, sia quelli armati alla leggera sia i legionari, quelli lanciando dardi, questi avanzando compatti, mentre le file dei Britanni si scompigliavano, privi com’erano della protezione di elmi e corazze; se resistevano agli ausiliari, li colpivano i legionari con le spade e le aste; fu una grande vittoria. Furono catturate la moglie e la figlia di Carataco, i fratelli si arresero. Come avviene sempre, la sorte è malfida a chi perde; egli si affidò alla protezione della regina Cartimandua, sovrana dei Briganti, ma messo in catene, fu consegnato ai vincitori nove anni dopo l’inizio della guerra in Britannia. Da qui, la fama di lui si era diffusa nelle isole, divulgata nelle province vicine e celebrata persino in Italia, dove tutti erano impazienti di vedere colui che per tanti anni aveva tenuto in scacco le nostre forze. Anche a Roma, il nome di Carataco era tutt’altro che ignoto; e l’imperatore, per esaltare la propria dignità, aumentò la gloria del vinto. Il popolo fu invitato come ad uno spettacolo eccelso; le coorti dei pretoriani vennero schierate in armi nello spiazzo prospiciente il loro accampamento. Allora sfilarono i vassalli del re recando le fàlere, i collari e tutte le spoglie che egli aveva conquistato nelle guerre con i re stranieri, poi il fratello, la moglie e la figlia e infine fu esposto allo sguardo lui stesso. Tutti gli altri pronunciarono suppliche ignobili, mossi da terrore, ma non Carataco; non piegò la fronte, non chiese pietà, ma come fu al cospetto della tribuna imperiale così parlò: «Se nella buona sorte avessi avuto tanta moderazione quanto ho avuto di nobiltà e di fortuna, sarei venuto in questa città da amico e non da prigioniero e tu non avresti avuto a sdegno di accogliere in pace e in alleanza un uomo di nobile lignaggio, signore di molti popoli. La mia sorte attuale è tanto umiliante per me quanto splendida per te. Ho avuto cavalli, uomini, armi: c’è forse da meravigliarsi se non volevo perderli? E poi, se voi pretendete di dominare su tutti, ne consegue che tutti accettino di servire? Se fossi trascinato davanti a te senza aver opposto resistenza, né la mia sorte né la tua gloria avrebbero acquistato splendore; al mio supplizio seguirebbe l’oblio; ma se mi lascerai vivere, sarò per sempre un esempio della tua clemenza». A queste parole, Cesare concesse il perdono a lui, alla moglie, al fratello; ed essi, sciolte le catene, espressero gli stessi elogi e gratitudine al principe e ad Agrippina, che si trovava non lontano su un’altra tribuna. Era effettivamente un fatto nuovo ed estraneo al costume dei padri, che una donna prendesse posto al cospetto delle insegne; ma ella si considerava partecipe di quell’impero che i suoi antenati avevano conquistato. Dopo di che, i senatori furono convocati e pronunciarono molti e bellissimi discorsi a proposito della cattura di Carataco, definirono l’impresa non meno eccelsa di quelle compiute da P. Scipione contro Siface, da Paolo Emilio su Perseo, e quanti altri avevano mostrato re incatenati al popolo romano. A Ostorio furono decretate le insegne trionfali, poiché fino a quel momento le sue gesta avevano avuto esito propizio; in seguito però furono incerte, poiché sia che, tolto di mezzo Carataco, sembrava che la guerra fosse conclusa, sia che il nostro esercito fosse meno accanito, sia che i nemici per compassione d’un re così grande fossero indotti con maggiore impegno alla vendetta. Accerchiarono il Prefetto del campo e le coorti dei legionari lasciate nel territorio dei Siluri per edificare fortezze; e se alla notizia non si fosse provveduto immediatamente a liberare i soldati assediati, sarebbero stati uccisi; caddero tuttavia il prefetto, otto centurioni e dei manipoli i più valorosi. Non molto tempo dopo, misero in fuga i nostri, inviati a fare foraggio e i cavalieri di rinforzo. Ostorio allora inviò a fermarli le coorti armate alla leggera; e non sarebbe riuscito ad arrestare la fuga, se non si fossero gettate nella battaglia anche le legioni; per la loro forza, lo scontro divenne pari, poi volse a nostro favore. I nemici fuggirono con poche perdite, perché tramontava il giorno. Da allora furono frequenti gli scontri, spesso a guisa di scorrerie per balze e per acquitrini, secondo il caso o il volere di ciascuno, alla ventura e senza un piano, per impeto d’ira o per far preda, su comando dei capi e talvolta a loro insaputa. Fortissima in ispecie la resistenza dei Siluri, infuriati per una frase che s’era diffusa del comandante romano e cioè che come un tempo i Sigambri erano stati annientati e trasferiti nelle Gallie, così il nome dei Siluri sarebbe stato totalmente cancellato. Catturarono due coorti ausiliarie che l’avidità dei prefetti aveva spinto incautamente a far saccheggio; distribuendo senza risparmio spoglie e prigionieri inducevano alla diserzione anche le altre popolazioni, fino a che Ostorio, affranto dalle preoccupazioni, finì di vivere, con grande esultanza dei nemici, poiché un comandante tutt’altro che spregevole s’era spento, se non in battaglia certamente a causa della guerra. Ma Cesare, appresa la morte del legato, lo rimpiazzò con A. Didio, per evitare che la provincia rimanesse priva di un capo. Questi fu trasportato sul luogo rapidamente, ma trovò la situazione tutt’altro che tranquilla, perché nel frattempo una legione al comando di Manlio Valente aveva perduto una battaglia; l’avvenimento fu esagerato dai nemici per incutere terrore nel comandante al suo arrivo e a sua volta anche da lui, per procurare a se stesso maggior merito se fosse riuscito a rimediare all’accaduto e, se ne fossero durate le conseguenze, potesse ottenere più equa indulgenza. Anche questo danno ce lo avevano procurato i Siluri, i quali seguitavano a imperversare in lungo e in largo, fino a che furono respinti dall’intervento di Didio. Ma dopo la cattura di Carataco, il più esperto nell’arte militare era Venuzio, del popolo dei Briganti, il quale per lungo tempo era stato fedele ai Romani e difeso dalle loro armi, fino a che era stato legato in matrimonio con la regina Cartimandua; ma ora, come avvenne la separazione tra loro, e subito dopo la guerra, aveva assunto un atteggiamento ostile anche verso di noi. Sulle prime combatterono soltanto tra di loro e Cartimandua, con astute manovre, s’impadronì del fratello di Venuzio e di alcuni suoi congiunti. Gli avversari ne furono infuriati e, mossi dalla vergogna, per non sottostare al dominio d’una donna, i giovani più validi e più selezionati invasero il regno di lei. L’avevamo previsto e le coorti inviate a soccorso combatterono un’aspra battaglia, che si concluse felicemente, mentre all’inizio era di esito incerto. Non fu diverso il risultato del combattimento sostenuto da una legione, al comando di Cesio Nasica; Didio infatti, aggravato dall’età e da un gran numero di onori, era pago di agire attraverso i suoi ufficiali e di tenere a freno il nemico. Queste campagne, benché combattute da due propretori durante parecchi anni, le ho riferite assieme poiché separatamente non risalterebbero in proporzione all’importanza. Ora tornerò a seguire l’ordine cronologico.»

TACITO, ANNALI, XII, 35-40

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