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La seconda guerra punica

Annibale inanellava ormai una serie di vittorie schiaccianti, come sulla Trebbia nel 218 a.C. e al lago Trasimeno l’anno successivo. In quest’ultima battaglia perse perfino la vita il console Gaio Flaminio Nepote, oltre a decine di migliaia di romani. Per affrontare la situazione il senato scelse di eleggere un dittatore, Quinto Fabio Massimo.

Il temporeggiatore

La tattica del dittatore Quinto Fabio Massimo fu quella di non ingaggiare di nuovo battaglia con il comandante cartaginese, consapevole della sua superiorità tattica, ma di attendere e fargli terra bruciata intorno (intercettando le sue linee di rifornimento e disturbando i suoi movimenti). D’altro canto Annibale non poteva neanche cercare di assediare Roma vista l’esiguità delle forze e il rischio di un esercito nemico che lo prendesse alle spalle.

La tattica di Fabio si rivelò vincente, tanto da far passare alla storia il dittatore come il cunctator, ossia il temporeggiatore (“qui cunctando resituit rem”, “che temporeggiando ripristinò lo stato”, come scrisse Ennio). Evitando continuamente il nemico , spostando l’accampamento in zone impervie, non adatte alla cavalleria di Annibale, riuscì a frustrare il generale cartaginese,”bellum Punicum secundum enervavit” (“snervò la seconda guerra punica”, Cicerone, De Re Publica, 1, 1):

« Fabio aveva deciso di non esporsi al rischio e di non venire a battaglia [con Annibale]. […] Inizialmente tutti lo consideravano un incapace, e che non aveva per nulla coraggio […] ma col tempo costrinse tutti a dargli ragione e ad ammettere che nessuno sarebbe stato in grado di affrontare quel momento delicato in modo più avveduto e intelligente. Poi i fatti gli diedero ragione della sua tattica. »

Polibio, Storie, III, 89, 3-4

Verso la battaglia

Le elezioni del 216 a.C. videro l’elezione dei consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Nonostante le perdite precedenti i romani riuscirono a mettere insieme oltre 80.000 uomini (secondo le stime di Polibio), contro i circa 50.000 di cui disponeva Annibale. Mentre Emilio Paolo, di origine patrizia, intendeva seguire una tattica simile a quella del temporeggiatore, Varrone, di origine plebea (secondo Livio figlio di un macellaio), premeva per lo scontro in campo aperto. Anche Annibale cercava ormai disperatamente la battaglia campale, dopo il continuo rifiuto di Fabio Massimo.

Il comandante cartaginese si impadronì allora della città di Canne, dove i romani avevano raccolto molto grano e che si trovava in una posizione strategica nel territorio di Canusium: secondo Tito Livio aveva disperatamente bisogno di cibo e già alcuni meditavano di disertare. Fortunatamente per lui, i romani gli vennero incontro.

Secondo lo storico romano avrebbe anche escogitato di far finta di abbandonare il campo di notte e ritirarsi, aspettando dietro un’altura per attaccare i romani intenti a saccheggiare, ma il saggio Emilio Paolo avrebbe scoperto il tranello.

Diverso è il racconto di Polibio: i romani sarebbero andati direttamente contro Annibale e si sarebbero accampati a circa 50 stadi (quasi 10 km) da lui, alla fine di luglio. Il giorno seguente, sotto il comando di Varrone, vinsero una scaramuccia e si avvicinarono ulteriormente. Emilio Paolo avrebbe fatto costruire due accampamenti (di cui uno a guardia del fiume Ofanto) e atteso gli avvenimenti, senza ingaggiare battaglia. Annibale per stanare i romani avrebbe allora inviato la cavalleria numidica a interferire con gli approvvigionamenti d’acqua (Polibio, Storie, III, 112, 1-4), ma Emilio decise di non attaccare ancora.

Tuttavia il giorno dopo era in comando, secondo il principio dell’alternanza, il ben più avventato collega Gaio Terenzio Varrone, che decise di dare battaglia ad Annibale. Era il 2 agosto del 216 a.C.



Lo schieramento

« Il Senato decise di mettere in campo otto legioni, il che non era mai stato fatto prima a Roma, ogni legione composta da 5.000 uomini, oltre agli alleati. […] I Romani combattono la maggior parte delle loro guerre con due legioni al comando di un console, con i loro contingenti di alleati, e raramente utilizzano tutte e quattro le legioni in una sola volta e per un solo compito. Ma in questa occasione, tanto grande era l’allarme e il terrore di ciò che sarebbe potuto accadere, che decisero di mettere in campo non solo quattro, ma otto legioni. »

Polibio, Storie, III, 107.9-11

« Affermano alcuni che per reintegrare le perdite si arruolarono diecimila nuovi soldati; altri parlano di quattro legioni nuove, per affrontare la guerra con otto legioni; e si dice pure che le legioni furono accresciute di forze, tanto di fanti quanto di cavalieri, aggiungendo a ciascuna circa mille fanti e cento cavalieri, così che risultassero di cinquemila fanti e di trecento cavalieri, e che gli alleati diedero un numero doppio di cavalieri ed egual numero di fanti. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri XXII, 36

L’esercito romano a Canne

Gaio Terenzio Varrone schierò la fanteria «disponendo i manipoli più fitti del solito e facendoli molto più profondi che larghi» (Polibio, Storie, III, 113). Il console sperava, probabilmente, di far valere la maggior numerosità e compattezza romana per travolgere le truppe di Annibale (già alla Trebbia i romani avevano sfondato il centro di Annibale, riuscendo a fuggire). La cavalleria fu posta ai fianchi per proteggere la fanteria; il terreno impervio, secondo Varrone, avrebbe neutralizzato la superiorità di quella cartaginese.

D’altra parte Annibale potè disporre il suo esercito in lunghezza simile a quella romana, sebbene inferiore di numero, ponendo al centro i galli e gli iberici, a forma di mezzaluna rivolta verso i romani, come fosse un cuneo:

« Dopo dunque la disposizione di tutto il suo esercito in linea retta, prese le compagnie centrali degli Ispanici e dei Celti e avanzò con loro, mantenendo il resto della linea in contatto con queste compagnie, ma a poco a poco essi si staccarono, in modo tale da produrre una formazione a forma di mezzaluna, la linea delle compagnie fiancheggianti stava crescendo in sottigliezza poiché era stata prolungata, il suo scopo era quello di impiegare gli Africani come forza di riserva e di iniziare l’azione con gli Ispanici ed i Celti »

Polibio, Storie III, 113

La tattica, estremamente rischiosa, prevedeva di attrarre verso il centro i romani, dove d’altronde Varrone voleva colpire. Ai fianchi degli iberici e dei galli, leggermente più indietro, aveva posto la fanteria pesante africana, equipaggiata con armi e armature sottratte ai romani. Sul fianco sinistro la cavalleria pesante iberica e gallica aveva il compito di travolgere quella di Lucio Emilio Paolo, nonostante il poco spazio di manovra dato dal fiume Aufidus (l’Ofanto), mentre sul destro la cavalleria numidica di Maarbale avrebbe dovuto fare lo stesso con Varrone.



Lo scontro

La cavalleria iberica e gallica attaccò subito quella sull’ala destra romana; il modo di combattere di questi cavalieri prevedeva di scendere da cavallo per combattere, cosa che fecero secondo il racconto di Polibio, mettendo in fuga la cavalleria romana, anch’essa costretta a scendere da cavallo per via degli spazi stretti:

« L’ala sinistra della cavalleria gallica e ispanica si azzuffò con l’ala destra romana, non tuttavia in forma di combattimento equestre: bisognava infatti lottare frontalmente poiché non era presente attorno spazio per evoluzioni; da un lato le serravano le schiere dei fanti e dall’altro il fiume. Si urtarono dunque da entrambe le parti in linea di fronte; forzati a immobilità dalla calca i cavalli, i cavalieri si abbrancavano l’uno per gettar l’altro di sella. La battaglia era ormai divenuta prevalentemente pedestre; tuttavia si combatté più aspramente che a lungo, e i cavalieri romani, respinti, volsero in fuga. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 47

Nel frattempo, sull’ala opposta, la cavalleria numidica entrava in contatto con quella alleata romana, senza tuttavia riuscire a metterla in fuga; anche le legioni erano avanzate e cominciavano a ricacciare indietro la fanteria barbara, più indisciplinata e molto meno numerosa:

« All’ala sinistra dei Romani, dove contro i Numidi stavano i cavalieri degli alleati, ardeva la battaglia […] Circa cinquecento numidi, che oltre le solite armi e i giavellotti avevano gladii nascosti sotto le corazze, erano avanzati allontanandosi dai loro compagni fingendosi disertori, con gli scudi dietro le spalle; poi celermente erano scesi da cavallo, e, gettati ai piedi dei nemici gli scudi e i dardi, furono accolti in mezzo allo schieramento e, condotti nelle ultime file, ebbero l’ordine di fermarsi là dietro. Finché la battaglia non fu accesa da tutte le parti, stettero fermi; quando poi la lotta tenne occupati gli occhi e l’animo di tutti, allora, dato piglio agli scudi, che giacevano sparsi qua e là tra i mucchi degli uccisi, assalirono i soldati romani alle spalle, e, ferendoli alla schiena e tagliando loro i garetti, produssero grande strage, spavento e confusione anche maggiori. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 48

 

Nel frattempo, la cavalleria iberica e gallica aveva aggirato i romani ed era arrivata in soccorso dei numidi, che così potevano mandare in rotta facilmente anche l’ala comandata da Varrone. Ora i romani erano totalmente scoperti sui fianchi. Le legioni continuavano a premere, spingendosi sempre più in avanti, mentre i cartaginesi continuavano a ripiegare abbastanza ordinatamente, capovolgendo la mezzaluna. Tuttavia i romani continuavano a premere in avanti, perdendo di coesione, e si trovarono sui fianchi i 10.000 africani freschi.

Anche la cavalleria cartaginese allora attaccò alle spalle i romani, che ora erano totalmente accerchiati, impossibilitati a muoversi come racconta Polibio: «in quanto i loro ranghi esterni erano continuamente distrutti, ed i superstiti erano costretti a ritirarsi e si stringevano insieme, sono stati infine tutti uccisi, dove si trovavano». Il massacro durò ore; Lucio Emilio Paolo, ferito, scese da cavallo perché non riusciva a stare in sella, andando volontariamente incontro alla morte:

« Tante migliaia di Romani stavano morendo […] Alcuni, le cui ferite erano eccitate dal freddo mattino, nel momento in cui si stavano alzando, coperti di sangue, dal mezzo dei mucchi di uccisi, erano sopraffatti dal nemico. Alcuni sono stati trovati con le teste immerse nelle buche in terra, che avevano scavato; avendo, così come si mostrò, realizzato buche per loro stessi, e essendosi soffocati. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 51

 

Il capolavoro di Annibale si era compiuto: era riuscito a battere frontalmente un esercito quasi il doppio grande del suo; il suo centro aveva resistito nonostante l’enorme pressione esercitata dalle legioni romane.

Epilogo e conseguenze

I romani erano comunque troppi per i cartaginesi, che dopo ore di carneficina non riuscirono a evitare che quasi 20.000 fuggissero, nonostante fossero quasi tutti disarmati e privi dei comandanti, dividendosi tra i due accampamenti maggiori. L’unico modo per sopravvivere era dirigersi verso Canosa. Fu il tribuno militare Publio Sempronio Tuditano a convincerli:

«Preferite dunque essere catturati da un cupidissimo e spietato nemico, che sia stimato il prezzo delle vostre teste, e se ne chieda il prezzo da chi domanderà se siate cittadini romani o alleati latini, così che la vostra vergogna e la vostra miseria procacci onore agli altri? Non lo vorrete, se pure siete i concittadini del console Lucio Emilio che preferì morire valorosamente anziché vivere ignominiosamente, e dei tanti valorosissimi che sono ammucchiati intorno a lui. Ma, prima che la luce ci colga qui e più dense turme nemiche ci chiudano la via, erompiamo, aprendoci la via tra questi drappelli disordinati che schiamazzano sulle porte! Col ferro e con l’audacia ci si fa strada anche tra dense schiere nemiche. Stretti a cuneo, passeremo attraverso questa gente rilassata e scomposta come se nulla ci si opponesse. Venite dunque tutti con me, se volete salvare voi stessi e la Repubblica!».

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 50

 

Le cifre dei caduti sono discordi: i romani persero forse circa 50.000 uomini (secondo Tito Livio, Appiano e Plutarco), oltre a circa 10.000 prigionieri. Lucio Emilio Paolo fu ritrovato da Gneo Cornelio Lentulo su un sasso, sanguinante; gli offrì il proprio cavallo, ma il console rifiutò:

«Vai avanti, quindi, tu stesso, il più veloce che puoi, sfrutta al meglio la tua strada verso Roma. Chiama le autorità locali qui, da me, che tutto è perduto, e devono fare ciò che essi possono per la difesa della città. Vai più veloce che puoi, o Annibale sarà alle porte prima di te.»

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 49

Varrone invece, che aveva guidato i romani verso la disfatta, riuscì a salvarsi e a scampare a Venosa con alcuni cavalieri. Anche Annibale ebbe numerose perdite, ma in compenso l’esercito romano era stato distrutto. La notizia della disfatta gettò i romani nello sconforto:

« Mai prima d’ora, mentre la stessa città era ancora sicura, c’era stato tanto turbamento e panico tra le sue mura. Non cercherò di descriverlo, né io indebolirò la realtà andando nei dettagli. Dopo la perdita di un console e dell’esercito nella battaglia del Trasimeno l’anno precedente, non fu una ferita dopo l’altra, ma una strage molto (più) grande quella che era stata appena annunciata. Secondo le fonti due eserciti consolari e due consoli sono stati persi, non c’era più nessun accampamento romano, nessun generale, nessun soldato in esistenza, Puglia, Sannio, quasi tutta l’Italia giaceva ai piedi di Annibale. Certamente non c’è altro popolo che non avrebbe ceduto sotto il peso di una simile calamità. »

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXII, 54

I sopravvissuti di Canne furono riuniti in due legioni, relegate alla Sicilia per tutto il tempo della seconda guerra punica, con il divieto di tornare in Italia, visto il disonore, finché il cartaginese non fosse stato sconfitto. Alcuni anni dopo, a Zama, furono proprio le legioni cannensi a tenere il campo contro l’assalto finale di Annibale, permettendo a Scipione di usare contro il cartaginese la sua stessa tattica, accerchiandolo con la cavalleria, e vincere la guerra.

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