Privacy Policy La battaglia di Harzhorn | STORIE ROMANE

Severo Alessandro, nonostante fosse ben visto dal senato per la sua mitezza, non aveva alcuna esperienza militare e l’influenza materna ebbe effetti deleteri su di lui; pare che la madre facesse di tutto per evitare che combattesse, anche quando sarebbe stato necessario per ottenere il supporto dell’esercito, che cominciava a detestarlo. Alessandro fu infatti costretto a recarsi in oriente, dove i parti arsacidi erano stati rovesciati dal persiano Ardashir (Artaserse), che aveva dato via alla dinastia sasanide:

«Quando Alessandro, che era rimasto a Roma, fu informato degli attacchi lanciati dai barbari sul confine orientale, considerò necessario reagire; e poiché anche i governatori di quelle province chiedevano il suo intervento, si preparò, sebbene molto malvolentieri, alla partenza. Dunque in tutto l’impero, e nella stessa Italia, si raccoglievano soldati, scegliendo gli uomini che sembravano piú adatti al combattimento per vigore fisico e per età. Tutto il mondo romano era entrato in grande attività per mobilitare una forza pari a quella che si attribuiva ai barbari.»

Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio VI, 3, 1-7

Arrivati a dover combattere però, Alessandro titubò, forse pressato dalla madre; per i romani fu una disfatta:

«I tre eserciti avevano ricevuto l’ordine di spingersi il piú avanti possibile, ed era stato definito il luogo in cui dovevano riunirsi, schiacciando tra loro tutto ciò che incontravano. Senonché Alessandro, venendo meno alla sua parola, non fece avanzare le sue truppe e non prese l’offensiva; forse il timore lo distolse dal mettere a rischio la sua vita per l’impero romano; oppure lo trattenne la madre per femminile viltà, e per eccessivo amor materno. Ella infatti soleva smorzare tutti i suoi impulsi di coraggio, convincendolo che altri dovevano cimentarsi per lui, e il suo intervento era inopportuno. Questo portò alla rovina l’esercito romano che era entrato nel territorio nemico. Il Persiano infatti piombò con tutte le sue forze su questo esercito, e lo chiuse come in una rete. Le frecce lanciate da tutte le parti produssero gravi perdite fra i Romani, che essendo poco numerosi non potevano resistere a una cosí grande moltitudine; e il loro unico pensiero non era di combattere, bensí di salvarsi, riparando con gli scudi le parti del corpo indifese, esposte al tiro delle frecce. Infine si riunirono tutti in un sol luogo, e formarono un baluardo, allineando intorno a sé gli scudi. Combattevano dunque come degli assediati; e resistettero valorosamente per quanto fu possibile, bersagliati e colpiti da ogni parte, finché non morirono tutti. Questa fu per i Romani una sconfitta gravissima, di cui non è facile ricordare l’eguale; fu distrutto un forte esercito, che non era inferiore per addestramento e coraggio ad alcuno degli antichi; e un successo di tale portata imbaldanzí il Persiano, inducendolo a sperare maggiori trionfi.»

Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio VI, 5, 8-10

Alessandro e Massimino

Nel frattempo i germani minacciavano i confini e, reputandoli un pericolo ben maggiore per l’Italia, Alessandro decise di affrontarli, lasciando l’esercito orientale a contenere i persiani, per lui sufficiente. Ma, nonostante avesse portato con sé arcieri parti e cavalieri mauri, oltre ad aver organizzato l’esercito per combattere, decise di intavolare trattative diplomatiche, evitando ancora una volta lo scontro. I soldati, esasperati, non ne poterono più ed elessero loro imperatore Massimino, comandante delle reclute:

«Alessandro aveva in tal modo disposto le operazioni; tuttavia gli sembrò opportuno inviare al nemico ambasciatori e intavolare trattative di pace. Prometteva di dar loro quanto avessero chiesto, e di prodigare le sue ricchezze. Questo è, per i Germani, un argomento assai persuasivo; poiché sono molto desiderosi di arricchirsi, e sempre mercanteggiano con i Romani la pace a peso d’oro. Alessandro preferiva contrattare con essi la tregua anziché cimentarsi in una guerra. Ma i soldati mal sopportavano questo indugio, che consideravano inutile, e si sdegnavano perché Alessandro non tentava di compiere imprese gloriose sul campo di battaglia; si distraeva invece fra le corse equestri e i piaceri, mentre urgeva prendere l’offensiva e punire i Germani della loro tracotanza.»

Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio VI, 7, 9-10

Per Alessandro fu la fine, abbandonato da tutti. Era il marzo 235; aveva regnato per tredici anni:

«V’era nell’esercito un tale Massimino, nato nell’interno della Tracia da famiglia in parte barbarica. Si diceva che da fanciullo fosse vissuto in un villaggio facendo il pastore; da giovane era stato preso nella cavalleria per la sua eccezionale forza fisica; e poi la fortuna lo aveva fatto a poco a poco procedere per tutti i gradi della carriera militare, finché gli fu affidato il comando di un accampamento, e in seguito il governo di una provincia. A causa dell’esperienza bellica che da ciò risultava, Alessandro aveva affidato a Massimino il comando di tutte le nuove leve, affinché le addestrasse al servizio e le rendesse atte a combattere. Questi adempiva l’incarico molto coscienziosamente, e si era guadagnato la simpatia dei soldati, perché non si limitava a insegnar loro ciò che dovevano fare, ma dava per primo l’esempio in ogni cosa: sicché essi non erano soltanto suoi allievi, ma si sentivano imitatori ed emuli del suo valore. Egli inoltre si procacciava la loro simpatia con premi e con promozioni. Pertanto i giovani, fra cui erano in maggioranza i Pannoni, ammiravano il valore di Massimino e schernivano Alessandro perché dominato dalla madre; dicevano che il governo era diretto dall’arbitrio di una donna, e che egli si comportava, nei riguardi della guerra, da vile e da incapace. Ricordavano, nelle loro conversazioni, le sconfitte subite in Oriente per la sua inerzia; e notavano che, fronteggiando i Germani, non aveva compiuto nessun gesto di valore, quale poteva attendersi da un giovane. Essi erano per natura disposti alla ribellione, e consideravano gravoso il governo di Alessandro, perché durato ormai troppo a lungo. Ritenevano che egli avesse già esaurito le proprie ambizioni, e per loro non vi fosse piú nulla da guadagnare. Invece, se vi fosse stato un mutamento dinastico, essi avrebbero avuto maggiori speranze di guadagno; e un nuovo principe, salito al potere d’improvviso, sarebbe stato piú ambizioso e piú attivo. Decisero dunque di eliminare Alessandro, proclamando imperatore e Augusto Massimino, che era loro commilitone e compagno, e sembrava per il suo valore e la sua esperienza piú atto a dirigere la guerra in corso. Pertanto, un giorno che si trovavano riuniti nella spianata, armati come per i consueti esercizi, all’arrivo di Massimino lo avvolsero nella porpora imperiale e lo acclamarono imperatore. È incerto se egli fosse venuto senza saper nulla, oppure avesse tutto predisposto in segreto; comunque in un primo tempo si oppose e gettò via la porpora. Ma poiché quelli lo incalzavano con le spade sguainate, minacciando di ucciderlo, preferí affrontare un pericolo futuro salvandosi da quello imminente, e accettò la nuova dignità (che del resto, com’egli andava dicendo, gli era stata piú volte preannunziata in passato da oracoli e sogni). Dichiarò ai soldati che egli accettava obbedendo al loro desiderio, ma contro la propria volontà; e ordinò loro di confermare con i fatti la decisione presa, brandendo le armi e marciando rapidamente su Alessandro per coglierlo alla sprovvista prima che egli fosse informato. Cosí, piombando repentinamente sui soldati che erano con lui e sulle guardie del corpo, li avrebbero potuti attrarre alla propria causa; oppure li avrebbero facilmente sopraffatti, trovandoli inermi, e impreparati. Per meglio assicurarsi la benevolenza e lo zelo delle reclute, raddoppiò gli stipendi, promise un ingente donativo, condonò tutte le pene, e cancellò le degradazioni. Quindi ordinò di mettersi in marcia: il luogo dove erano attendati Severo e la sua scorta si trovava a breve distanza. Quando Alessandro ricevette queste notizie, rimase attonito per la sorpresa, e fu colto da grande spavento. Balzato fuori come un folle dalla tenda imperiale, cominciò a versare lacrime e a tremare, rinfacciando a Massimino l’ingratitudine e il tradimento, e ricordando tutti i benefici di cui l’aveva colmato; accusava le reclute di aver osato un gesto temerario e infame; prometteva che avrebbe concesso tutto ciò che chiedevano, e avrebbe modificato le cose di cui si lagnavano. I soldati che erano con lui lo acclamarono e gli si riunirono intorno, promettendo che lo avrebbero difeso con tutte le forze. Trascorsa la notte, alle prime luci dell’alba vennero alcuni uomini ad annunciare che Massimino stava arrivando; si scorse da lungi una nuvola di polvere, e si udirono le grida di una moltitudine. Uscito di nuovo all’aperto Alessandro chiamò i soldati, e chiese loro di combattere per salvare colui che era cresciuto fra loro, e sotto il cui governo avevano vissuto quattordici anni senza aver nulla di cui dolersi. Esortando tutti ad aver pietà di lui, ordinava di armarsi e di fronteggiare gli assalitori. I soldati cominciarono a fare promesse, ma si astennero dal prendere le armi, e a poco a poco si dileguarono. Alcuni anzi cercarono il prefetto al pretorio e gli amici di Alessandro, con l’intenzione di ucciderli; per avere un pretesto affermavano che quelli erano i responsabili della rivolta. Altri poi accusavano la madre di cupidigia e di avarizia, affermando che aveva suscitato l’odio contro Alessandro con la sua grettezza e la sua riluttanza a concedere donativi. Per un po’ di tempo rimasero in attesa, lanciando grida contrastanti; poi apparve l’esercito di Massimino, e le reclute cominciarono a gridare, esortando i compagni ad abbandonare una donnetta avara e un fanciullo vile, ligio alla madre, per schierarsi con un soldato valoroso e saggio, che aveva passato tutta la vita fra le armi e le battaglie, ed era un loro commilitone. I soldati furono presto convinti, e lasciarono Alessandro mettendosi agli ordini di Massimino, che fu salutato imperatore da tutti. Alessandro, scoraggiato e tremante, ritornò a stento nella tenda; ivi, come si racconta, si strinse alla madre piangendo e accusandola di aver provocato la sua rovina. Cosí rimase ad aspettare che qualcuno venisse a ucciderlo. Massimino, acclamato Augusto da tutto l’esercito, mandò un tribuno e alcuni centurioni a uccidere Alessandro, sua madre, e chiunque, fra i loro fedeli, volesse difenderli. Gli inviati, appena giunti, irruppero nella tenda e uccisero Alessandro con sua madre; caddero anche tutti quelli che venivano ritenuti suoi amici o consiglieri, eccettuati alcuni che per poco erano riusciti a fuggire o a nascondersi. Tuttavia Massimino in breve tempo li ritrovò tutti, e li mise a morte.»

Erodiano, Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio VI, 8, 1-8; 9, 1-7

La battaglia perduta

Massimino aveva dunque ottenuto il potere grazie alla sua prestanza fisica e al benvolere dell’esercito. Fin da subito mise quest’ultimo al centro, impegnandosi a completare la guerra contro i germani. Non sappiamo esattamente gli eventi successivi, poiché la principale fonte su Massimino, l’Historia Augusta, essendo filosenatoria gli era fortemente contraria, considerandolo come un semi-barbaro. Qualche anno fa, nel 2000, un gruppo di archeologi rinvennero un enorme campo di battaglia nel cuore della Germania, non lontano da Harzorn, a pochi km da Hannover. I reperti ritrovati risalgono alla fine del II o inizio del III secolo d.C. Poiché sappiamo che nel 233 i germani compirono delle incursioni oltre il Reno, è lecito supporre che si sia trattato del luogo dove Massimino si scontrò con i barbari, presumibilmente nel 235 d.C.

«C’è infatti da ricordare che Massimino, non appena divenuto imperatore, aveva intrapreso ogni sorta di campagne militari, conducendole con grande energia e sfruttando la sua perizia nell’arte bellica, volendo salvaguardare la reputazione che si era guadagnato, e superare agli occhi di tutti la fama di Alessandro, che lui aveva ucciso. Perciò anche da imperatore, teneva ogni giorno in esercizio i suoi soldati, e lui stesso era sempre in armi, offrendo continuamente all’esercito dimostrazioni di ciò che sapeva fare con la forza del suo braccio e con la sua resistenza fisica.»

Historia augusta, Massimino, 10, 3-4

L’Historia Augusta infatti narrava che Massimino si fosse addentrato all’interno della Germania per forse oltre 300 miglia, se non 400 (alcuni storici hanno ridotto a 30 e 40 considerandolo un errore di traduzione, prima di conoscere l’esistenza di questa battaglia). Incrociando i reperti, che sembrerebbero frutto di un tentativo di imboscata sulla via del ritorno, si può supporre che Massimino sia giunto grossomodo nella zona di Brandeburgo, non lontano dall’attuale Berlino, all’incirca al fiume Elba, dove i romani non giungevano probabilmente dai tempi di Augusto. Dopo la disfatta della clades Lolliana dove i romani di Marco Lollio vennero sconfitti nel 17 a.C. e clades Variana a Teutoburgo nel 9 d.C., era la prima grossa offensiva dai tempi di Germanico, Idistaviso e la Valle Angrivariana. Le ricostruzioni archeologiche hanno lasciato supporre uno scontro di questo tipo: la legione IV Flavia Felix e alcune ali e coorti ausiliarie provenienti da nord e di ritorno a Mogontiacum si trovarono il passo sbarrato all’altezza di Harzhorn, arroccati su una collina. Il rinvenimento di scorpioni e una cheiroballista lascia intendere che i romani si aprirono la via con la forza, aprendo un varco con l’artiglieria, tra le foreste e il fango, mentre i germani li bersagliavano dal dirupo adiacente. Lo scontro vide probabilmente i romani avere la meglio e riuscire a tornare al Reno, poiché la legio IV Flavia Felix rimase ancora in servizio nei decenni successivi.

«Entrato dunque nella Germania Transrenana per trenta [trecento] o quaranta [quattrocento] miglia del territorio barbarico incendiò villaggi, fece razzie di bestiame, operò saccheggi, uccise un gran numero di barbari, arricchì di bottino i soldati, prese innumerevoli prigionieri, e se i Germani non si fossero rifugiati in massa nelle paludi e nelle selve, avrebbe assoggettato a Roma tutta la Germania. Egli stesso inoltre si rendeva direttamente protagonista di molte azioni, come anche quando, addentratosi in una palude, si sarebbe trovato circondato dai Germani, se non fossero venuti a liberarlo, quando ormai era rimasto impantanato in essa col suo cavallo. Aveva infatti la convinzione, tipica della spavalderia dei barbari, che l’imperatore dovesse sempre agire anche di persona. Condusse così nella palude come una specie di battaglia navale, e vi uccise un gran numero di nemici. Vinta dunque la Germania, inviò a Roma, sia al senato sia al popolo, una lettera da lui personalmente dettata, che suonava così: «Non possiamo, o senatori, descrivere a parole tutto ciò che è stato da noi compiuto. Per uno spazio di quaranta o cinquanta [quattrocento o cinquecento] miglia abbiamo incendiato i villaggi dei Germani, abbiamo portato via il loro bestiame, abbiamo catturato prigionieri, abbiamo ucciso soldati, abbiamo combattuto in palude. Saremmo arrivati alle selve, se la profondità delle paludi non ci avesse impedito il passaggio». Elio Cordo afferma che questa formulazione è dovuta interamente a lui. Il che è verosimile: che cosa infatti vi è in essa che non potesse essere concepito da un soldato barbaro? Egli scrisse anche al popolo una lettera di eguale tenore, ma usando un tono più rispettoso, dato che verso il senato nutriva odio, ritenendosi da esso fortemente disprezzato. Inoltre ordinò che fossero dipinti dei quadri raffiguranti le fasi in cui era stata condotta la guerra stessa, e che venissero esposti dinanzi alla curia, perché fosse la pittura a narrare le sue gesta, Peraltro, dopo la sua morte, il senato dispose che tali quadri fossero rimossi e bruciati.»

Historia AUgusta, Massimino, 12, 1-11

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