Privacy Policy La battaglia di Idistaviso | STORIE ROMANE

Dopo la disfatta di Varo nella selva di Teutoburgo e la distruzione di tre legioni, Augusto precipitò nello sconforto. Pare che smise di tagliarsi capelli e barba, andando a sbattere la testa contro le porte e urlando: “Varo, rendimi le mie legioni!”

«Quando giunse la notizia […] dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: “Varo rendimi le mie legioni!». Dicono anche che considerò l’anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e tristezza.»

«Varo, certamente uomo serio e di sani principi morali, rovinò se stesso ed un esercito magnifico per la mancanza di cautela, abilità, astuzia proprie di un generale, che per il valore dei suoi soldati […]»

Svetonio, Augusto, 23
Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119

La frontiera renana aveva perso da un giorno all’altro metà della sua guarnigione, rendendo impossibile proseguire nell’immediato ogni piano di espansione e contemporaneamente mettendo in pericolo perfino l’Italia, cosa che preoccupava più di ogni altra cosa il princeps:

«I barbari si impadronirono di tutti i forti [che erano presenti sul territorio germanico] tranne uno [Aliso], nei pressi del quale furono impegnati, non poterono attraversare il Reno ed invadere la Gallia […] la ragione per cui non riuscirono ad occupare il forte romano è da attribuirsi alla loro incapacità nel condurre un assedio, mentre i Romani facevano un grande utilizzo di arcieri, respingendo ed infliggendo numerose perdite ai barbari […] e si ritirarono quando vennero a sapere che i Romani avevano posto una nuova guarnigione a guardia del Reno [si trattava probabilmente di Asprenate] e dell’arrivo di Tiberio, che sopraggiungeva con un nuovo esercito […] Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l’Italia e la stessa Roma. […] Augusto poiché a Roma vi era un numero elevato di Galli e Germani […] nella Guardia Pretoriana […] temendo che potessero insorgere […] li mandò in esilio in diverse isole, mentre a coloro che erano privi di armi ordinò di allontanarsi dalla città […] Augusto organizzò comunque le rimanenti forze con ciò che aveva a disposizione […] arruolò nuovi uomini […] tra veterani e liberti e poi li inviò con la massima urgenza, insieme a Tiberio, nella provincia di Germania […]»

Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 22-23

I germani si avventarono sui sopravvissuti, torturandoli e massacrandoli, tanto da rendere poi difficoltoso il riconoscimento dei morti quando Germanico li trovò alcuni anni dopo:

«La crudeltà dei nemici germani aveva fatto a pezzi il cadavere, quasi completamente carbonizzato, di Varo, e la sua testa, una volta tagliata, fu portata a Maroboduo, il quale la inviò a Tiberio Cesare, perché fosse seppellita con onore […] Poiché i Germani sfogavano la loro crudeltà sui prigionieri romani, Caldo Celio [caduto prigioniero], un giovane degno della nobiltà della sua famiglia, compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella […]»

«[…] nulla di più cruento di quel massacro fra le paludi e nelle foreste […] ad alcuni soldati romani strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua […]»

«[Germanico giunse sul luogo della battaglia, ove] nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse […] sparsi intorno […] sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni […]»

Velleio Patercolo, Storia romana II, 119-20
Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo, II, 36-37
Tacito, Annali, I, 61

Tiberio aveva infatti deciso di seguire gli insegnamenti di Augusto e quindi di non espandere la frontiera, ma di mantenere il limes. Perciò, dopo un suo primo intervento tra il 10 e 11 d.C., volto a prevenire invasioni come quelle dei cimbri e dei teutoni un secolo prima, una volta diventato imperatore nel 14, fu il nipote Germanico (figlio di suo fratello Druso maggiore) a terminare l’opera. Si trovava infatti in Gallia a raccogliere i dati del censimento voluto da Augusto quando seppe della morte di quest’ultimo. Mossosi a sedare la rivolta delle legioni germaniche dopo la notizia della morte del principe, colse l’occasione per intraprendere una campagna contro i germani.

«Tiberio Cesare viene inviato in Germania, e qui rafforza le Gallie, prepara e riorganizza gli eserciti, fortifica i presidi e avendo coscienza dei propri mezzi, non timoroso di un nemico che minacciava l’Italia con un’invasione simile a quella dei Cimbri e dei Teutoni, attraversava il Reno con l’esercito e passava al contrattacco, mentre al padre Augusto ed alla patria sarebbe bastato di tenersi sulla difensiva. Tiberio avanza così in territorio germano, si apre nuove strade, devasta campi, brucia case, manda in fuga quanti lo affrontano e con grandissima gloria torna ai quartieri d’inverno senza perdere nessuno di quanti aveva condotto al di là del Reno […] abbatté le forze nemiche in Germania, con spedizioni navali e terrestri, e placate più con la fermezza che con i castighi la pericolosissima situazione nella Gallia e la ribellione sorta tra la popolazione degli Allobrogi»

Velleio Patercolo, Storia di Roma, II, 120-1

La campagna di Germanico procedeva bene e decise di passare all’attacco, attraversando il Reno nella zona occupata dei batavi, andando incontro alle forze che avevano messo insieme i barbari dell’ex cavaliere romano.

Prima della battaglia Arminio chiese di parlare col fratello Flavo, che combatteva ancora per i romani. L’incontro, approvato da Germanico, si fece in riva al fiume, che li separava:

«Tra i Romani e i Cherusci scorreva il fiume Visurgi. Arminio con gli altri capi si fermò su la riva e domandò se Cesare era giunto. Gli fu risposto che era già lì; allora pregò che gli fosse consentito un colloquio con il fratello. Questi, di nome Flavio, militava nel nostro esercito ed era noto per la sua lealtà. Pochi anni prima, mentre combatteva agli ordini di Tiberio, per una ferita aveva perduto un occhio. Ricevuta l’autorizzazione, si fa avanti e Arminio lo saluta; poi fa allontanare la scorta e chiede che vadano via anche gli arcieri, schierati lungo la riva. Non appena se ne furono andati, Arminio domanda al fratello come mai ha uno sfregio sul volto. Questi allora gli riferisce il luogo e la battaglia dove è avvenuto e Arminio gli chiede quale compenso abbia ricevuto; Flavio gli comunica l’aumento di stipendio, il bracciale, la corona e le altre decorazioni militari ottenute; e Arminio schernisce la grama mercede avuta per essere schiavo. A questo punto si mettono ad altercare uno contro l’altro: uno esalta la grandezza di Roma, la potenza dell’imperatore, le gravi pene inflitte ai vinti, la clemenza accordata agli arresi; e gli assicura che sua moglie e suo figlio non sono trattati da nemici. L’altro ricorda la santità della patria, la libertà avita, gli dèi tutelari della Germania e la madre, che si unisce alle sue preghiere; e lo ammonisce a non disertare, a non tradire i suoi. Poco a poco scesero alle ingiurie e poco mancò che si azzuffassero e neppure il fiume che scorreva tra loro avrebbe costituito un ostacolo, se non fosse accorso Stertinio a calmare Flavio, il quale, infuriato, chiedeva armi e un cavallo. Sull’altra riva si scorgeva Arminio che in atteggiamento minaccioso ci sfidava a battaglia; nel suo parlare frammischiava parecchi vocaboli in latino, poiché aveva militato negli accampamenti romani come comandante dei suoi connazionali.»

Tacito, Annales II, 9-10

La battaglia

Cariovaldo, capo dei batavi, alleati dei romani, una volta attraversato il fiume, si lanciò all’inseguimento dei cherusci, senza sospettare un’imboscata: infatti erano fuggiti dalla pianura per evitare lo scontro in campo aperto. L’attacco a sorpresa riuscì e i batavi si diedero alla fuga, senza successo, poiché ormai erano circondati. Tentarono di sfondare l’accerchiamento, ma Cariovaldo fu colpito e i batavi si salvarono solo grazie all’intervento della cavalleria di Stertino, che misero in salvo i sopravvissuti.

Nel frattempo Germanico, varcato il Visurgi, venne a sapere da un disertore che Arminio avrebbe attaccato l’accampamento di notte; perciò schierò l’esercito a battaglia nel campo e quando questi attaccarono vennero respinti. Il giorno seguente, Arminio, incalzato da Germanico, accettò di combattere in campo aperto, nella piana di Idistaviso, collocata tra il fiume Visurgi e le colline; i germani avevano una fitta foresta alle loro spalle. Era il 16 d.C.

Germanico dispose l’esercito seguendo l’ordine di marcia, con in prima linea gli ausiliari galli e germani, poi gli arcieri, quattro legioni, due coorti di pretoriani con ai fianchi la cavalleria, poi altre quattro legioni e infine la fanteria leggera e gli arcieri a cavallo e le altre coorti ausiliarie. In questo modo, adottando uno schieramento simmetrico, i romani avrebbero potuto respingere un attacco da ogni direzione.

I cherusci furono i primi ad attaccare, lanciandosi dai colli. Germanico ordinò alla cavalleria di attaccarli sul fianco e a Stertino di lanciare l’attacco alle spalle, mentre lui sarebbe giunto per chiuderli in una morsa. I germani, non reggendo l’urto delle legioni, si diedero immediatamente alla fuga, mentre Arminio urlava per tentare di fermarli. Combatté come un leone ma alla fine fu costretto a fuggire, dopo essersi imbrattato il viso di sangue per non essere riconosciuto. La battaglia fu un trionfo per i romani, ma Tiberio, forse geloso del successo di Germanico, lo richiamò a Roma, mentre Arminio venne ucciso poco tempo dopo, nel 19:

«Il giorno seguente, le schiere germaniche si disposero al di là del Visurgo. Cesare ritenne che fosse suo dovere di comandante non esporre a rischio le legioni, senza aver predisposto ponti e presìdi; di conseguenza, fa attraversare il fiume a guado dalla cavalleria, al comando di Stertinio e del primipilare Emilio. Approdarono in punti distanti per separare i nemici; dove il fiume scorre più rapido toccò terra Cariovalda, capo dei Batavi. I Cherusci, simulando la fuga, lo attirarono in una pianura circondata da boschi, poi balzarono fuori a gruppi da ogni parte, respinsero quelli che opponevano resistenza, incalzarono quelli che cedevano e intanto alcuni assalivano i Batavi, che s’erano disposti a cerchio, altri li mettevano in rotta da lontano. Cariovalda sostenne a lungo l’impeto dei nemici, indi esortò i suoi a rompere compatti le fitte schiere che piombavano su di loro e si gettò dove più folti erano i nemici, ma sotto una pioggia di dardi e con il cavallo ferito scivolò giù e molti nobili Batavi caddero attorno a lui. Altri li salvò dal pericolo il loro valore o i cavalieri sopraggiunti con Stertinio ed Emilio. Quando ebbe attraversato il fiume, Cesare fu informato da un disertore del luogo scelto da Arminio per la battaglia e venne a sapere che altri popoli si erano adunati in una foresta sacra a Ercole per tentare un attacco notturno ai nostri accampamenti. Si dette credito a queste informazioni. Si scorgevano i fuochi e alcuni osservatori che si erano infiltrati più vicino, riferirono che si percepiva il nitrito dei cavalli e il murmure d’una moltitudine immensa e disordinata. Cesare rifletteva tra sé che il momento della prova suprema era vicino ed era opportuno saggiare l’animo dei soldati; e si chiedeva in che modo avrebbe potuto farlo con sicurezza. Sapeva che tribuni e centurioni solevano dare notizie gradite più che veritiere, che i liberti hanno indole servile, che gli amici erano inclini all’adulazione. Se avesse convocato un’adunanza, quando pochi incominciano ad approvare, gli altri li seguono con clamore. Sarebbe stato possibile conoscere l’animo delle truppe solo quando, trovandosi a mensa, isolati e incustoditi, i soldati avrebbero espresso le loro speranze e i timori. Come scese la notte, Germanico uscì dalla tenda attraverso un passaggio segreto e ignoto alle sentinelle e, con un solo compagno, le spalle coperte di pelli ferine, si inoltrò nell’accampamento, si avvicinò alle tende e si rallegrò nell’udire come parlavano di lui: chi elogiava la nobiltà del generale, un altro la dignità, i più la pazienza, l’amabilità, l’animo imperturbabile sia nei momenti difficili sia in quelli lieti; e si dichiaravano pronti a dar prova della loro riconoscenza sul campo e disposti a sopprimere traditori e sobillatori. In quel momento uno dei nemici, che parlava latino, spinse il cavallo fino al fossato e a gran voce annunciò a nome di Arminio: a chi fosse disposto a disertare si promettevano donne, campi e cento sesterzi al giorno. Quella proposta ingiuriosa accese d’ira le legioni: non appena fosse spuntato il giorno avrebbero dato battaglia; i soldati romani avrebbero occupato i campi dei Germani, avrebbero portato via le loro donne: accettavano la promessa come un augurio e si proponevano di catturare le donne e il denaro dei nemici come prede. Verso mezzanotte fu tentato un assalto agli accampamenti; ma senza lancio di dardi, perché i nemici si resero conto che le coorti erano disposte senza intervallo lungo le difese e non c’era alcun punto incustodito. Quella notte Germanico ebbe un bel sogno. Vide se stesso nell’atto di compiere un sacrificio e di ricevere dalle mani dell’ava Augusta una toga pretesta più bella di quella che indossava, che era rimasta macchiata del sangue della vittima. Incoraggiato dal presagio e dopo aver ricevuto auspici propizi, convocò un’adunata e comunicò i piani accortamente predisposti, atti allo scontro imminente. Per i combattenti romani, disse, non erano favorevoli soltanto i campi aperti; anzi, al momento opportuno, anche le selve e le paludi, poiché i barbari avevano scudi immensi e aste lunghissime che non era facile manovrare tra i tronchi degli alberi e i cespugli quanto le frecce, le spade, le corazze aderenti al corpo dei Romani. Colpissero con frequenza e con le punte taglienti mirassero al viso. I Germani non avevano corazze né elmi e neppure scudi rinforzati con cuoio e ferro, ma intrecciati di vimini e tavole leggere dipinte a colori; soltanto la prima fila era munita di lance, gli altri non avevano che brevi frecce bruciate in punta. I loro corpi erano sì terribili e forti a sostenere uno scontro di breve durata, ma non sopportavano le ferite. Non provavano vergogna di commettere un atto vile o di darsi alla fuga senza curarsi del loro capo, ed erano paurosi quando le cose si mettevano male, ma nel successo immemori di ogni diritto divino e umano. Se erano stanchi e bramavano farla finita con i lunghi viaggi per terra e per mare, con questa battaglia avrebbero raggiunto lo scopo. Ormai, l’Elba era più vicina del Reno e al di là di quel fiume non ci sarebbero state più guerre, se riuscivano a portarlo vittorioso su quelle terre, a calpestare le orme del padre e dello zio. L’allocuzione del comandante suscitò l’entusiasmo dei soldati. Fu dato il segnale della battaglia. Né Arminio intanto né gli altri capi dei Germani si astenevano dall’affermare che i nemici erano gli stessi Romani dell’esercito di Varo, rapidi a fuggire, e che, per non fare la guerra, avevano scatenato una sedizione; alcuni avevano la schiena coperta di ferite, altri le ossa fratturate dalle onde e dalle tempeste. Ora venivano gettati ancora una volta a sfidare lo sfavore degli dèi e la furia dei nemici, senza alcuna speranza. Per quanto avessero percorso con la flotta le vie deserte dell’Oceano affinché nessuno contrastasse la loro avanzata o, respinti, li incalzasse, al momento dello scontro non sarebbe servito ai vinti l’ausilio dei venti e dei remi. Si ricordassero soltanto della loro avidità, della crudeltà, della superbia: che altro restava loro se non salvare la libertà o morire prima d’essere schiavi? Così frementi e impazienti di battersi li guida in una pianura detta Idistaviso, che si stende tra il Visurgi e i colli, sinuosa a seconda delle curve delle sponde o il frapporsi dei colli. Alle spalle sorgeva una foresta dai rami altissimi, ma il terreno tra i tronchi degli alberi era sgombro. La schiera dei barbari occupò la piana e il fronte della foresta, i Cherusci da soli presero posizione su le alture, per poter piombare su i Romani dall’alto mentre si battevano. Il nostro esercito avanzò nell’ordine seguente: all’avanguardia gli ausiliari Galli e Germani, subito dopo gli arcieri a piedi; poi quattro legioni e Cesare, accompagnato da due coorti pretorie e da cavalleria scelta. In ultimo, ancora quattro legioni, truppe leggere a cavallo e le rimanenti coorti ausiliarie. I soldati si tenevano pronti e attenti a conservare nello scontro la medesima formazione. Come vide le orde dei Cherusci precipitarsi giù con furore, Germanico ordinò ai migliori della cavalleria di attaccarli di fianco, a Stertinio e agli altri cavalieri di assalirli alle spalle; egli sarebbe sopraggiunto al momento opportuno. E intanto, felicissimo auspicio, egli scorse otto aquile dirigersi verso le foreste e penetrarvi: «Avanzate», gridò allora ai soldati, «seguite gli uccelli di Roma, tutelari delle legioni!». Nello stesso momento avanza la fanteria, mentre la cavalleria dell’avanguardia si getta su le ultime file e i fianchi dello schieramento nemico. Accadde allora un fatto sorprendente, che due formazioni nemiche si dettero alla fuga in direzioni opposte: quelli che si tenevano nella foresta si precipitarono nel campo aperto, quelli che lo occupavano, invece, si diedero a correre verso la selva. I Cherusci che si trovavano in mezzo tra gli uni e gli altri venivano cacciati giù dai colli. Tra tutti spiccava Arminio. Con i gesti, con la voce, mostrando la ferita sosteneva i combattenti, stava addosso agli arcieri e li avrebbe sgominati se le coorti dei Reti, dei Vindelici e dei Galli non si fossero gettate avanti. Ed egli, con grandissimo sforzo e spronando il cavallo, riuscì a fuggire, dopo essersi imbrattato il viso col suo stesso sangue affinché non lo riconoscessero. Secondo alcuni furono i Cauci, che militavano tra gli ausiliari romani, avendolo riconosciuto, a lasciarlo fuggire. Lo stesso avvenne per Inguiomero, che riuscì a mettersi in salvo grazie al suo valore o a un inganno. Gli altri caddero da tutte le parti e quelli che cercavano di attraversare il fiume furono uccisi dai dardi o travolti dalle acque, infine dalle orde dei fuggiaschi e dal franare delle rive. Alcuni poi, in fuga vergognosa, si arrampicarono sugli alberi nascondendosi tra i rami, ma gli arcieri avvicinatisi li trafiggevano per divertimento; altri infine precipitarono insieme agli alberi abbattuti. Fu una grande vittoria e incruenta per noi. I nemici uccisi dall’ora quinta fino a notte con i cadaveri e con le armi coprirono una superficie di dieci miglia. Tra le loro spoglie furono trovate le catene che s’erano portati per avvincere i Romani, come se non ci fosse dubbio su l’esito della battaglia. Sul campo dove s’era svolta i soldati inneggiarono a Tiberio imperatore e innalzarono un tumulo sul quale collocarono le armi a guisa di trofeo e vi scrissero i nomi delle genti sconfitte. Quella vista suscitò ira e dolore nei Germani più che i caduti, le ferite, il massacro. Coloro che poco prima si accingevano ad abbandonare le loro sedi e ritirarsi al di là dell’Elba, ora vogliono combattere, danno di piglio alle armi e tutti, i notabili e il popolo, i vecchi e i giovani, improvvisamente si avventano su le schiere romane, vi gettano lo scompiglio. Alla fine scelgono una località chiusa tra il fiume e le foreste, una pianura umida e angusta; tutt’attorno, una palude profonda, tranne che dal lato dove gli Angrivari avevano innalzato un largo argine, per separarsi dai Cherusci. Qui si fermò la fanteria; la cavalleria invece si nascose nei boschi vicini per prendere alle spalle le legioni penetrate nella selva. Di questi accorgimenti nulla sfuggiva a Cesare: i piani, le posizioni, sia visibili sia occulti, conosceva ogni cosa e si preparava a volgere a loro danno le astuzie del nemico. Al legato Seio Tuberone affida la cavalleria e la pianura; e dispone la schiera dei fanti in modo che una parte penetrasse nella foresta dove l’accesso era in piano, un’altra parte cercasse di salire su l’argine. Tenne per sé l’aspetto più arduo dell’impresa, lasciò il resto ai luogotenenti. Quelli che avevano avuto in sorte il terreno in piano, avanzarono senza difficoltà; ma quelli che dovevano scalare il terrapieno, quasi si arrampicassero su un muro, subivano gravi colpi dall’alto. Il comandante si rese conto che la battaglia da vicino era impari e quindi distanziò un poco le legioni, e dette ordine ai frombolieri e ai lanciatori di pietre di scagliare i proiettili e gettare lo scompiglio nelle schiere nemiche. Dalle macchine di guerra furono lanciati giavellotti e i difensori dell’argine quanto più erano in vista da tante più ferite erano sbalzati giù. Occupato il terrapieno, Cesare per il primo con le coorti pretorie si lanciò verso le foreste; qui lo scontro fu corpo a corpo. Il nemico era chiuso alle spalle dalla palude, i Romani dal fiume e dai monti: sia gli uni sia gli altri dovevano combattere sul luogo, senza altra speranza che il valore, altro scampo che vincere. Non era inferiore l’animo dei Germani, ma si trovavano in condizione d’inferiorità per il genere del combattimento e delle armi: stretti in così gran numero in luoghi angusti, non riuscivano né a protendere né a ritirare le loro lunghissime aste, né a valersi della propria agilità e rapidità, ma erano costretti a combattere sul posto; i nostri, al contrario, con lo scudo aderente al petto e la mano stretta all’impugnatura della spada, trafiggevano le membra imponenti dei barbari e i loro volti scoperti e si aprivano il passo massacrando i nemici, mentre Arminio ormai dopo tante prove senza sosta non aveva più lo stesso ardore o forse lo indeboliva la recente ferita. Mentre a Inguiomero, che sembrava volasse lungo tutta la schiera, mancava la fortuna più che il valore. E Germanico per farsi riconoscere meglio s’era tolto l’elmo dal capo e pregava i suoi di insistere nel massacro: non c’era bisogno di prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe messo fine alla guerra. Solo al calar della sera ritirò dal combattimento una legione affinché allestisse l’accampamento; tutte le altre fino a notte si saziarono del sangue nemico. I cavalieri combatterono con esito incerto. Nell’allocuzione, Cesare espresse i suoi elogi ai vincitori; poi, eresse un trofeo d’armi con una iscrizione superba: «Debellati i popoli tra il Reno e l’Elba, l’esercito di Tiberio Cesare ha consacrato questo monumento a Giove, a Marte e ad Augusto». Di sé nulla aggiunse, per timore dell’invidia e perché riteneva bastasse la coscienza di ciò che aveva fatto. Sùbito dopo affidò a Stertinio la campagna contro gli Angrivari, a meno che non si affrettassero ad arrendersi; e quelli supplici nulla ricusarono e ottennero il perdono.»

«Apprendo dagli storici e dai senatori contemporanei agli eventi che in Senato fu letta una lettera di Adgandestrio, capo dei Catti, con la quale prometteva la morte di Arminio se gli fosse stato inviato un veleno adatto all’assassinio. Gli fu risposto che il popolo romano si vendicava dei suoi nemici non con la frode o con trame occulte, ma apertamente e con le armi […] del resto Arminio, aspirando al regno mentre i Romani si stavano ritirando a seguito della cacciata di Maroboduo, ebbe a suo sfavore l’amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non al popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma ad un impero nel suo massimo splendore. Ebbe fortuna alterna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, ignorato nelle storie dei Greci che ammirano solo le proprie imprese, da noi Romani non è celebrato ancora come si dovrebbe, noi che mentre esaltiamo l’antichità non badiamo ai fatti recenti.»

Tacito, Annali, II, 11-22; 88

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