Privacy Policy La battaglia di Tigranocerta – la straordinaria vittoria di Lucullo | STORIE ROMANE

Dopo la sconfitta di Lucio Licinio Murena ad opera di Mitridate, quest’ultimo era tornato ad espandersi in oriente (nonostante le precedenti vittorie schiaccianti di Silla a Cheronea e Orcomeno); contemporaneamente il re cappadoce Ariobarzane I si lamentava coi romani della mancata restituzione di alcuni suoi territori da parte di Mitridate, secondo quanto stabilito dai trattati di pace conclusi con i romani. Tuttavia complice la morte di Silla nel 78 a.C. i romani non fecero rispettare il patto. Allora Mitridate contattò suo genero, Tigrane II d’Armenia, per invadere la Cappadocia. L’invasione riuscì e il re armeno catturò 300.000 persone, oltre a un ricco bottino, che usò per fondare la sua nuova capitale, Tigranocerta (la città di Tigrane). I romani si trovavano in quel momento in una situazione precaria, vista anche la recente sollevazione di Sertorio in Spagna, che tra l’altro decise di allearsi con Mitridate contro Roma: in cambio il re pontico avrebbe avuto riconosciuto il suo dominio sull’Asia, la Bitinia, la Paflagonia, la Galazia e la Cappadocia.

All’inizio del 74 a.C. Mitridate invase la Paflagonia con i suoi generali Tassile ed Ermocrate, per poi passare alla Bitinia dove il re filoromano Nicomede IV aveva lasciato in eredità il suo regno ai romani. Il governatore Marco Aurelio Cotta non provò neanche ad opporsi e fuggì a Calcedonia, che però non riuscì a prendere. Mitridate si diresse a Cizico, ma fu sconfitto dalle forze del console Lucio Licinio Lucullo nel 73 a.C. Mitridate fuggì e si imbarcò ma la sua flotta venne distrutta da una tempesta, nella quale perse 10.000 uomini e 60 navi. Si ritirò in Amiso dove mandò messaggeri per chiedere l’aiuto di Tigrane. Lucullo passò alla controffensiva dirigendosi verso la Galazia e assediando Amiso, che venne poi conquistata, mentre Mitridate venne sconfitto a Cabira.. Decise dunque di passare alla riorganizzazione delle province asiatiche, alcune in condizioni disastrose, con alcuni provinciali costretti a ridursi in schiavitù per pagare gli esigentissimi publicani romani.

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Guerra inevitabile

Nel frattempo Appio Claudio era stato inviato da Tigrane II ad Antiochia per chiedere la consegna del suocero fuggitivo Mitridate VI, senza però riuscirvi:

«Appio non era spaventato o stupito di tutto questo sfarzo e spettacolo, ma non appena ebbe udienza, disse chiaramente al re che egli era venuto a riprendere Mitridate, da utilizzare come ornamento per il trionfo di Lucullo, in alternativa era costretto a dichiarare guerra contro Tigrane. E anche se Tigrane fece ogni sforzo per ascoltare questo discorso con viso apparentemente sereno ed un sorriso forzato, non poté nascondere ai presenti la sua sconfitta alle audaci parole del giovane. […] Egli rispose ad Appio che non avrebbe consegnato Mitridate, e che se i Romani avessero iniziato la guerra, si sarebbe difeso. Egli era indispettito da Lucullo il quale nella sua lettera lo aveva nominato con il titolo di Re soltanto, e non di “Re dei Re”, e di conseguenza, nella sua replica, non avrebbe chiamato Lucullo, Imperator. Il re inviò, però, splendidi doni ad Appio, e quando non volle tenerli per sé, [il re] ne aggiunse altri. Appio allora accettò solo una ciotola, tra tutti quelli inviati dal re, non volendo che il suo rifiuto fosse interpretabile come una forma di inimicizia personale verso il re, ma rimandò il resto, e marciò con grande velocità per raggiungere il suo comandante.»

Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 21.6-7

Lucullo mosse verso Tigrane con tutto quello che aveva nel 69 a.C., ovvero due legioni e circa 3.000 cavalieri, per un totale di circa 10-12.000 fanti e 3.000 cavalieri, 15.000 uomini in tutto, stando alle stime di Plutarco. Nel frattempo però a Roma non erano contenti e si accusava Lucullo, tramite i tribuni della plebe, di cercare la guerra solo per arricchirsi. Gli alleati di Tigrane erano però terrorizzati dall’avanzata dei romani e lasciavano Lucullo avanzare, tanto che Tigrane seppe molto tardi dell’arrivo dei romani. Mandò contro di loro Mitrobarzane con 2-3.000 cavalieri e numerosi fanti, mentre preparava le difese di Tigranocerta, che possedeva, secondo i racconti, mura alte fino a 25 metri e tanto larghe da poter contenere stalle per cavalli. Nel frattempo Tigrane metteva insieme l’esercito e marciava contro Lucullo:

«E mentre parte dell’esercito di Lucullo stava allestendo l’accampamento, ed una parte lo stava ancora raggiungendo, gli esploratori romani dissero che i nemici stavano sopraggiungendo per attaccarli. Temendo che il nemico volesse attaccare i suoi uomini, quando non erano tutti uniti e in disordine, gettandoli in uno stato ancor più di confusione, egli stesso decise di dare disposizioni per l’accampamento, mentre Sestilio, uno dei suoi legati, fu mandato alla testa di 1.600 cavalieri ed altrettanti legionari, con l’ordine di avvicinarsi al nemico ad aspettarlo, almeno fino a quando non avesse saputo che il corpo principale dell’armata romana era accampata in modo sicuro. Ebbene, questo era ciò che Sestilio voleva fare, ma fu costretto a combattere contro Mitrobarzane, che audacemente lo attaccò. Seguì quindi una battaglia, nella quale lo stesso Mitrobarzane cadde combattendo, mentre il resto delle sue forze si diede alla fuga, venendo tutta massacrata, tranne pochi [che si salvarono].»

Plutarco, Vita di Lucullo, 25.3-4

L’esercito di Mitrobarzane, che alla fine aveva intercettato Lucullo, era stato annientato rapidamente dai romani. Lucullo inviò Sestilio ad assediare Tigranocerta, dove riuscì a saccheggiare il palazzo di Tigrane fuori dalle mura. Tigrane aveva intanto raccolto, secondo le fonti, più di 100.000 uomini per affrontare i romani e lo usò subito per intercettare Lucullo. Nonostante i consigli di Mitradate, che ben conosceva i romani, cercassero di far desistere il re armeno da un attacco diretto, quest’ultimo rimase sbigottito dal numero dei romani e decise di attaccarli immediatamente:

«Se sono qui come ambasciatori sono troppi. Se [sono qui] come nemici, tutto troppo pochi.»

Appiano, Guerre mitridatiche, 85; Plutarco, Vita di Lucullo, 27.4

Lucullo allora, avendo visto il nemico prepararsi a battaglia, disposte le sue 24 coorti e il suo migliaio di cavalieri, arcieri e frombolieri, arringò l’esercito e a quanti gli ricordavano che quello fosse un dies infaustus, anniversario della disfatta di Cepione ad Arausio, li rincuorò affermando che lo avrebbe reso faustus. Era infatti il 6 ottobre del 69 a.C.:

«Trasformerò questo giorno in uno di quei giorni beneauguranti e fortunati»

Plutarco, Vita di Lucullo, 27.7

Si mise pertanto personalmente al comando, disponendo le coorti in manipoli e diede l’ordine di attaccare il più in fretta possibile così da ridurre l’efficacia degli arcieri nemici, attraversando rapidamente il fiume Niceforo che li seperava dagli armeni. La manovra fu interpretata da Tigrane come una fuga. Il generale Tassile spiegò al re, avendo combattuto i romani, che non si ritiravano e anzi preparavano l’attacco visto il luccichio delle spade sguainate. Il re armeno allora si preparò alla battaglia e schierò in prima linea i catafratti. 

«Tigrane chiamò a sé Tassile e gli disse ridendo: “Non vedi che l’invincibile armata romana sta scappando?”; ma Tassile gli rispose: “Oh Re, mi piacerebbe che qualcosa di meraviglioso potesse accadere alla tua buona sorte, ma quando questi uomini sono in marcia, essi non indossano abbigliamenti splendenti, e neppure usano scudi o elmi lucenti, poiché ora essi mettono a nudo le coperture di pelle delle loro armi”. E mentre Tassile stava ancora parlando, giunse alla loro vista un’aquila romana, mentre Lucullo che si dirigeva verso il fiume, con le coorti che si disponevano in manipoli, pronte alla traversata. Poi, all’ultimo, come fosse stato inebetito dallo stupore, Tigrane gridò due o tre volte “Sono i Romani ad attaccarci?”.»

«Dicendo ciò, [Lucullo] chiese ai suoi uomini di essere coraggiosi, attraversò il fiume, e si aprì la strada contro il nemico di persona. Indossava una corazza d’acciaio a scaglie scintillanti, e un mantello con nappe, e allo stesso tempo sguainò la spada dal fodero, ad indicare che i legionari dovevano immediatamente serrare i ranghi come quando si combatte contro chi lancia i dardi da lontano, e ridurre con la massima velocità, appena dato l’ordine, lo spazio in cui il tiro con l’arco sarebbe risultato efficace. E quando vide che la cavalleria “pesante”, su cui il re armano faceva grande affidamento, era di stanza ai piedi di una notevole collina che era coronata da un ampio spazio ad un livello superiore, e che il raggiungimento di questo era solo una questione di quattro stadi di distanza, né accidentato né ripido, ordinò ai suoi cavalieri gallici e di Tracia di attaccare il nemico sul fianco, e di parare i colpi delle loro lunghe lance con le loro spade corte.»

Plutarco, Vita di Lucullo, 27.5-6; 28. 1-2

Plutarco racconta che a terrorizzare i Romani erano soprattutto i cavalieri catafratti, κατάφρακτοι, che attendevano appostati in pianura. Lucullo conduceva frontalmente contro di loro due coorti di legionari, mentre alle spalle e ai fianchi dei catafratti piombava la cavalleria trace e galata: questi distruggevano le aste dei nemici, i legionari a piedi colpivano uomini e cavalli nei punti non protetti dall’armatura con i pila.

«Con due coorti, Lucullo si affrettò a conquistare la collina, mentre i suoi soldati lo seguivano con tutte le loro forze, perché avevano visto che il loro comandante era davanti a loro con l’armatura, sopportando come tutti la fatica di un normale fante, e salendo lungo la strada. Arrivati in cima, osservando dall’alto del luogo raggiunto, gridò a gran voce, “Oggi è il nostro giorno! Oggi è nostro, miei compagni!” Con queste parole, condusse i suoi uomini contro i cavalieri catafratti [armeni], ordinando loro di non lanciare i pila ancora, ma prendendo in consegna ciascun uomo, e colpendo il nemico alle gambe o alle cosce, che erano le uniche parti senza protezione di questi cavalieri catafratti. Tuttavia, non ci fu bisogno di questo accorgimento nel combattere, poiché il nemico non si aspettava l’arrivo dei Romani, ma al contrario, con alte grida e nella maggior parte con una fuga vergognosa, si lanciarono insieme ai loro cavalli al galoppo con tutto il loro peso, oltre le file della propria fanteria, prima ancora di aver cercato anche solamente di resistere combattendo, e così 10.000 armati nemici [armeni] furono sconfitti senza aver inflitto una sola ferita o un benché minimo spargimento di sangue.»

Plutarco, Vita di Lucullo, 28.3-4

Appiano invece afferma che i cavalieri romani attirarono i nemici, simulando una ritirata, mentre Lucullo con la fanteria aggirava gli avversari attaccandone le salmerie. In ogni caso il panico si diffuse tra gli armeni e i catafratti, in rotta, travolsero il loro stesso esercito. Fu un massacro: secondo Plutarco Tigrane perse più di 100.000 fanti e tutti i catafratti, mentre i Romani ebbero solo 100 feriti e 5 caduti. Il comandante della guarnigione di Tigranocerta, Mencheo, cercò di disarmare i mercenari greci, pensando sarebbero passati dalla parte romana, ma non fu abbastanza rapido: questi aprirono le porte ai romani, che entrarono in città. Venne saccheggiata e il tesoro reale distribuito ai soldati, mentre la popolazione greca catturata da Tigrane venne lasciata libera e le fu permesso di tornare alle loro città d’origine.

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