Privacy Policy La battaglia di Waitling Street | STORIE ROMANE

La campagna di invasione di Claudio del 43 d.C. portò rapidamente all’occupazione di parte della Britannia meridionale. Tuttavia mantenere il controllo dell’isola e ampliarlo alle molte zone ancora fuori controllo era molto difficile e richiedeva alleanze con tribù locali, come quella degli iceni, stanzianti nell’Anglia orientale, che mantennero l’indipendenza in cambio di tributi.

«Se i Britanni si fossero contati avrebbero scoperto quanto esiguo era il numero dei soldati sbarcati! Così le Germanie avevano scosso il loro giogo; e a difenderle non c’era l’Oceano, ma un fiume.»

Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 15

Tra le principali tribù ostili ai romani c’erano i catuvellauni, che vennero sconfitti; il loro leader Carataco, fuggito, fu catturato nel 51 d.C. Però i romani faticavano a mantenere il controllo dell’isola, con i romani impegnati a disarmare i locali, appropriarsi delle terre e reclutare gli abitanti come ausiliari.

«La crudeltà più atroce inflitta dai Britanni ai Romani fu questa. Spogliarono le nobildonne della città e le legarono, poi tagliarono loro i seni e li cucirono alle loro bocche, in modo che sembrasse che li stessero mangiando. Poi impalarono le donne attraverso tutto il corpo.»

Cassio Dione, Storia romana, LXII, 7

La rivolta

Quando Nerone scelse Svetonio Paolino come governatore della Britannia la situazione precipitò: il senatore romano era famoso per la sua inflessibilità e abilità al comando e cercò subito di sottomettere le tribù ribelli. Quando nel 60 morì Prasutago, re degli iceni, i romani sfogarono la loro rabbia:

«Prasutago, re degli Iceni, illustre per una ricchezza d’antica data, aveva nominato suo erede Cesare e le proprie figlie, convinto che con questo atto d’omaggio il suo regno e la sua casa sarebbero stati al sicuro da ogni offesa. Invece avvenne il contrario: il regno fu depredato dai centurioni, la sua casa dagli schiavi, quasi fosse preda di guerra. Per prima cosa, sua moglie Budicca fu colpita con le verghe, le figlie stuprate; i notabili Iceni furono spogliati dei beni aviti, come se i Romani avessero ricevuto in dono l’intera regione e i parenti del re furono trattati come servi. Per queste offese e il timore di altre ancora più gravi, quando il paese fu ridotto a provincia, gli Iceni danno di piglio alle armi e incitano alla rivolta i Trinovanti e quanti altri, non ancora umiliati dall’esser tenuti come schiavi, con segrete congiure avevano progettato di riconquistare la libertà, mossi da odio inesorabile contro i veterani. Costoro infatti, trasferiti recentemente come coloni a Camulodunum, li scacciavano dalle loro case, li spogliavano dei campi, chiamandoli prigionieri e schiavi, mentre i soldati favorivano la prepotenza dei veterani, per analogia del costume e sperando di potersi permettere un giorno la stessa arroganza. Inoltre, era stato dedicato un tempio al divo Claudio, che da loro era visto come la rocca d’un dominio perpetuo, e i sacerdoti prescelti spendevano tutte le risorse locali sotto l’aspetto del culto. Né del resto sembrava difficile distruggere una colonia che non era difesa da alcuna fortificazione, poiché i nostri comandanti non avevano provveduto a farlo, intenti a procurarsi ciò che era piacevole prima che l’utile.»

Tacito, Annali, XIV, 31

Prasutago aveva scelto come eredi le due figlie, non avendo eredi maschi. Tuttavia la politica romana voleva che in tali casi i regni clienti venissero acquisiti alla res publica. Perciò Nerone decise di annettere il territorio degli iceni e i romani, dietro ordine del procuratore Catone Deciano, saccheggiarono il territorio degli iceni, che era passato alla moglie di Prasutago Budicca essendo le figlie minori. Probabilmente alla base c’era anche una diffusa corruzione tra i funzionari provinciali che in occasioni come queste, fin dai tempi della repubblica, vedevano un’ottima occasione per arricchirsi. I romani non si limitarono tuttavia a questo, ma fustigarono Budicca e la stuprarono in pubblico. La reazione fu una violenta rivolta, guidata dalla regina icena, che trovò l’aiuto dei vicini trinovanti. Radunò più di 10.000 uomini e marciò sulla capitale romana Camulodunum, distruggendola e massacrando la popolazione:

«Mentre avvenivano questi fatti, a Camulodunum la statua della Vittoria cadde all’indietro, come se incalzata dai nemici. Donne forsennate gridavano che era imminente una sciagura e che nel loro parlamento si era udito il mormorio di voci straniere, che nel teatro s’erano levate grida e nell’estuario del Tamigi era stata vista l’immagine della colonia distrutta; già l’Oceano era apparso del colore del sangue e al ritirarsi dei marosi erano rimaste le impronte di corpi umani, segni che incutevano speranze ai Britanni, terrore ai veterani. Ma Svetonio era assente; perciò essi chiesero aiuto al procuratore Deciano; il quale mandò non più di duecento uomini senza armi adeguate; e già era insufficiente la guarnigione locale. I soldati, fiduciosi nella protezione del tempio e impediti da quelli che, segretamente complici della rivolta, provocavano scompiglio nelle loro decisioni, non avevano predisposto né un terrapieno né un fosso e non avevano allontanato i vecchi e le donne, in modo che rimanessero soltanto i giovani; improvvidi, quasi fossero in piena pace, furono accerchiati da una moltitudine di barbari. Al primo assalto, furono devastate e date alle fiamme tutte le altre costruzioni; il tempio, nel quale s’erano rifugiati, dopo un assedio di due giorni fu espugnato. I Britanni vittoriosi mossero incontro a Petilio Ceriale, legato della nona legione, che accorreva per portare aiuto, sconfissero la legione e sterminarono tutto quel che c’era di fanteria. Ceriale con la cavalleria si rifugiò nell’accampamento e fu difeso dalle fortificazioni. Il procuratore Cato, spaventato per la sconfitta e per l’odio dei provinciali, che con la sua avidità aveva spinti alla guerra, si trasferì nella Gallia.»

Tacito, Annali, XIV, 32

In quel momento Paolino era distante, poiché si trovava sull’isola di Mona, in Galles, a combattere i druidi, e la Britannia meridionale era sguarnita: «La crudeltà più atroce inflitta dai Britanni ai Romani fu questa. Spogliarono le nobildonne della città e le legarono, poi tagliarono loro i seni e li cucirono alle loro bocche, in modo che sembrasse che li stessero mangiando. Poi impalarono le donne attraverso tutto il corpo.» (Cassio Dione, Storia romana, LXII, 7).

La ribellione si propagò ulteriormente sull’onda della vittoria e i romani furono costretti a intervenire precipitosamente, ma alcune coorti della legio IX Hispana comandata da Quinto Petilio Ceriale vennero massacrate: si salvarono solo 500 cavalieri e il loro comandante, mentre i 2.000 legionari vennero massacrati e Catone Deciano fuggiva in Gallia.

Svetonio Paolino aveva appena conquistato Mona quando seppe della ribellione. Tornò immediatamente indietro e raggiunse Londinium, dove si accorse di non avere abbastanza uomini ed evacuò la città. Si mosse poi a Verulamium (St. Albans), portando anche lì in salvo la popolazione. Al comando dei profughi si ricongiunse al suo esercito che aveva preceduto e mise insieme le sue forze: richiamò i veterani della legio XX Valeria Victrix, reclutò tutti gli ausiliari e legionari disponibili, cui si aggiunsero i 3.000 superstiti della IX Hispana e l’intera legio XIV Gemina Martia Victrix; la situazione era talmente disperata che la legio II Augusta rifiutò di ricongiungersi a Svetonio. Quest’ultimo, con poco più di 10.000 uomini affrontò un esercito barbarico almeno 5 volte superiore a Waitling Street; aveva scelto accuratamente il luogo della battaglia, impervio e stretto tra i boschi, con i boschi alle spalle, per costringere i britanni molto più numerosi a infrangersi contro il muro romano:

«Svetonio, passando con fermezza ammirevole in mezzo ai nemici, giunse a Londinium, città non distinta dal titolo di colonia, ma molto conosciuta per il gran numero di mercanti e di carovane. Qui stette, incerto se sceglierla come base delle operazioni; ma, tenuto conto del numero esiguo dei combattenti e del fatto che la temerità di Petilio era stata punita con gravi prove, stabilì di salvare la provincia con il danno d’una sola città. Né si piegò per le lacrime e il pianto di coloro che invocavano il suo aiuto, ma dette il segnale della partenza e accolse nelle sue file quanti volevano essergli compagni; tutti quelli che la debolezza del sesso o degli anni o l’attaccamento al luogo aveva trattenuti furono sterminati dal nemico. Lo stesso massacro avvenne nel municipio di Verniamo, poiché i barbari, trascurando le fortezze e le guarnigioni militari, depredavano il magazzino militare, ricco di prede e privo di difensori, felici del bottino e alieni dagli sforzi. È provato che nei luoghi da me citati perirono settantamila tra cittadini e alleati. I barbari infatti non si davano a catturare prigionieri per poi venderli, né a far mercato delle prede, ma si avventavano sugli uomini per impiccarli, bruciarli, crocifiggerli, come se, consapevoli di dover scontare un giorno ciò che avevano fatto, volessero vendicarsi fino a che erano in tempo. Svetonio disponeva ormai della quattordicesima legione, dei vessillari della ventesima e di ausiliari prelevati dagli accampamenti vicini, più o meno diecimila uomini armati, quando si accinse a tralasciare ogni indugio e attaccare battaglia. Scelse una località angusta, chiusa a tergo da una foresta, per esser sicuro di non aver nemici se non di fronte e che fosse una pianura aperta, senza timore di insidie. I legionari si dispongono compatti, con attorno uomini dalle armi leggere, ai fianchi la cavalleria in massa serrata. Le orde dei Britanni si muovevano in turbe esultanti, numerosi come mai s’era visto e tracotanti al punto che s’erano portati appresso le mogli affinché assistessero alla loro vittoria, collocate su carri, disposti al limitare estremo del campo. Budicca portava le figlie davanti a sé sul carro e qualunque nazione incontrasse, ripeteva che era costume dei Britanni esser comandati in guerra da donne, ma che questa volta essa, discendente di antenati illustri, non mirava a rivendicare il regno, gli averi, ma, come una donna del popolo, la libertà perduta, il corpo straziato dalle verghe, il pudore violato delle figlie. A questo punto s’era spinta la cupidigia dei Romani, da non lasciare incontaminati i corpi nemmeno dei vecchi e delle vergini. Ma ora erano presenti gli dèi della sacrosanta vendetta; la legione che aveva osato dar battaglia era caduta; i sopravvissuti se ne stavano nascosti negli accampamenti o cercavano attorno uno scampo nella fuga; non avrebbero resistito al fragore, alle grida di tante migliaia di uomini né all’urto del loro furore. Se i Britanni consideravano l’entità delle loro armate e i motivi della guerra, quel giorno bisognava vincere o morire. Una donna l’aveva deciso per sé: gli uomini vivessero pure, da servi. Ma Svetonio, in quel grave cimento, anche lui non taceva. Benché confidasse nel valore dei suoi, tuttavia rivolgeva loro esortazioni e preghiere, diceva loro di non fare attenzione alle grida, alle vane minacce dei barbari, e che tra loro si vedevano più donne che giovani validi. Imbelli, inermi com’erano, avrebbero ceduto sùbito, non appena si fossero resi conto delle armi e del valore degli uomini che tante volte li avevano sconfitti. Anche tra tante legioni, erano pochi quelli che vincevano le battaglie; alla loro gloria si sarebbe aggiunto il vanto d’aver raggiunto in pochi la fama d’un esercito intero. Badassero solo a restare compatti e, dopo aver lanciato i giavellotti, seguitassero a seminare strage e massacro con le spade e con gli scudi, senza curarsi di riportare prede; una volta raggiunta la vittoria, tutto sarebbe appartenuto a loro. Le parole del duce accesero in loro tanto ardore che i veterani, esperti di tante battaglie, erano pronti a lanciare i giavellotti, sì che Svetonio, ormai sicuro della vittoria, dette il segnale dell’attacco. All’inizio la legione si mantenne immota, protetta dall’angustia del luogo, ma una volta che ebbero esaurito i giavellotti, scagliati a colpo sicuro su i nemici che si avvicinavano, si precipitarono all’assalto disposti a cuneo. Fu pari lo slancio degli ausiliari, mentre la cavalleria, con le aste distese, infrangeva tutto ciò che si opponeva validamente ad essa. Gli altri volsero le spalle, ma la fuga non era facile, perché i carri disposti tutt’attorno impedivano l’uscita. I soldati non si astenevano neppure dal massacrare le donne e anche i corpi dei cavalli, trafitti dai dardi, aumentavano il cumulo dei morti. La gloria di quella giornata fu luminosa e paragonabile alle vittorie antiche: poiché c’è chi racconta che furono uccisi poco meno di ottantamila Britanni mentre i nostri caduti furono quattrocento e poco meno i feriti. Budicca si tolse la vita con il veleno. E Penio Postumo, Prefetto del campo della seconda legione, quando apprese il successo riportato dalla quattordicesima e dalla ventesima legione, per aver defraudato la propria legione di quella gloria e aver trasgredito, contro la disciplina militare, agli ordini del suo capo, si trafisse con la propria spada. Poi tutto l’esercito fu trattenuto sotto le tende in attesa di condurre a termine la guerra. Nerone lo aumentò inviando duemila legionari dalla Germania, otto coorti di ausiliari e mille cavalieri; con il loro arrivo rese possibile alla legione nona di colmare i suoi vuoti con legionari. Le coorti e le ali furono alloggiate nei nuovi quartieri d’inverno, e quelle tra le popolazioni che erano state infide o apertamente nemiche, furono messe a ferro e fuoco. Ma nulla affliggeva quella gente quanto la fame, poiché non s’erano curati di seminare e gli uomini di ogni età s’erano dedicati alla guerra, certi com’erano di potersi servire dei nostri viveri. Quelle genti ferocissime erano poco disposte alla pace, perché Giulio Classiciano, inviato come successore di Cato, era in disaccordo con Svetonio e, anteponendo inimicizie private al bene comune, aveva diffuso la voce che era opportuno aspettare un nuovo legato, affinché un altro, immune da odio verso il nemico e dall’orgoglio del vincitore, avrebbe trattato con clemenza gli arresi. Al tempo stesso, mandava a dire a Roma che non s’aspettassero la conclusione delle ostilità se non mandavano un successore a Svetonio, i cui insuccessi attribuiva a colpa di lui, i risultati favorevoli alla fortuna.»

Tacito, Annali, XIV, 33-38

La tattica di Svetonio Paolino fu dunque vincente e permise ai romani, grazie anche al suicidio di Budicca, di riguadagnare il controllo dell’isola. Il prefetto della legio II Augusta, Penio Postumo, che aveva disobbedito agli ordini di Paolino, si suicidò per il disonore. Dietro pressione del liberto Policlito, l’imperatore Nerone decise di dare il governo al console uscente Publio Petronio Turpiliano, ben più mite di Paolino, che effettivamente garantì la progressiva pacificazione dell’isola. La città di Camulodunum infine, sebbene ricostruita, perse importanza in favore di Londinium.

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