Privacy Policy La Constitutio Antoniniana | STORIE ROMANE

Nel 212 d.C. l’imperatore Caracalla decise di concedere la cittadinanza romana a tutti (o quasi) gli abitanti liberi dell’impero romano. Un provvedimento storico, che però le fonti antiche lasciano passare in sordina. Nell’impero romano, e ancora prima durante la repubblica, la cittadinanza non era una questione di sangue, come accadeva in Grecia: ad Atene solo gli uomini adulti, figli di genitori ateniesi, potevano partecipare alla democrazia.

La storia di Roma si lega invece ineluttabilmente all’inclusione degli stranieri. Il primo atto di Romolo fu infatti quello di creare un asylum per accogliere i forestieri nella città appena fondata. Anche gli italici, a lungo sottomessi a Roma, beneficiarono della cittadinanza romana dopo la guerra sociale (91-88 a.C.). Successivamente sotto Augusto la Gallia Cisalpina (l’Italia a nord del Po’), che aveva ottenuto la cittadinanza romana con Cesare, entrò a far parte dell’Italia. Nella penisola non solo erano affluite enormi ricchezze in seguito all’espansione nel Mediterraneo tra il III e I secolo a.C., ma a partire dal principato tutta l’Italia godeva dello ius italicum, ossia dell’esenzione dalle imposte dirette, abolite per i romani dopo la vittoria nella terza guerra macedonica (171-68 a.C.), che aveva consentito all’erario di accumulare enormi fortune.

Per secoli i cittadini romani erano stati soggetti quasi esclusivamente alle sole tasse indirette, come la ventesima sull’eredità. La continua dilatazione della res publica aveva permesso di mantenere intatti questi privilegi fiscali, fino al principato di Marco Aurelio (161-180 d.C.) quando, a causa della peste antonina, era avvenuta una drastica diminuzione della popolazione e quindi di contribuenti. Secondo stime moderne l’epidemia, chiamata dagli antichi peste (è ipotesi comune tra gli studiosi che si trattasse di vaiolo), avrebbe causato la morte di un quarto o addirittura un terzo della popolazione totale dell’impero, stimata precedentemente in circa 60 milioni di persone. Tuttavia, su questo gli storici non sono concordi: nell’Ottocento Otto Seek sostenne che le vittime furono innumerevoli, mentre un secolo dopo Gillian consigliava di diffidare delle fonti antiche e di ridimensionare il numero dei morti.

Quel che appare certo è che a partire dall’epoca di Marco Aurelio i romani cominciarono a insediare gruppi barbarici all’interno del limes per coltivare terre desolate (e in seguito anche per reclutarli come soldati). Quando Caracalla decise di concedere la cittadinanza romana tramite la Constitutio Antoniniana aveva ben in mente di aver bisogno di maggiori entrate fiscali (lo storico Duncan-Jones ha ipotizzato un aumento di spesa del 70% da parte dello stato tra il 150 e il 215 d.C.). Già a partire dal padre Settimio Severo era in atto una forte svalutazione monetaria (preceduta da decise spinte inflazionistiche al tempo di Marco Aurelio e Commodo), con il denario che conteneva ormai meno del 50% dell’argento. Fino ad allora la moneta valeva tanto argento quanto pesava, mentre a partire dall’età severiana si cominciò a dargli un valore nominale.

Severo d’altra parte per controbilanciare la perdita di potere economico dell’esercito, cui doveva l’acquisizione della porpora, ne aumentò la paga, che era rimasta invariata da Domiziano, alla fine del I secolo d.C. Pochi anni dopo Caracalla alzò di nuovo gli stipendi, seguendo il precetto paterno ricevuto in punto di morte insieme al fratello Geta (quest’ultimo soggetto a fratricidio poco tempo dopo): “andate d’accordo, arricchite i soldati e non preoccupatevi degli altri”. È proprio in questa chiave che Cassio Dione commenta polemicamente l’editto di Caracalla, considerato semplicemente un modo per rimpinguare le casse pubbliche. Ma è anche vero che l’imperatore, consapevole delle problematiche economiche, aveva deciso di coniare una nuova moneta, l’antoniniano, dal peso di un denario e mezzo ma dal valore nominale di due: in questo modo con l’argento che entrava nelle casse imperiali attraverso la tassazione si poteva battere più moneta di prima e spendere di più. Caracalla inoltre adorava la figura di Alessandro Magno e si era ispirato anche a lui: il macedone aveva infatti deciso, dopo la conquista della Persia, di unire macedoni e persiane in matrimonio, in modo da eliminare ogni distinzione tra vincitori e sconfitti.

Civis Romanus Sum

Essere romani era un privilegio enorme, come testimonia San Paolo, il quale, fatto arrestare dagli ebrei di Gerusalemme che non gradivano la sua predicazione e preso in custodia dai romani, riuscì ad evitare la tortura, che precedeva l’interrogatorio (Atti degli Apostoli, XXII, 25-29): «”Vi è lecito flagellare un cittadino romano e per di più non ancora giudicato?” Udito ciò, il centurione si avvicinò al tribuno per avvertirlo, dicendo: “Che cosa stai per fare? Quest’uomo è romano!” Allora, avvicinatosi, il tribuno gli disse: “Dimmi, tu sei romano?” Ed egli rispose: “sì!”. “Io – riprese il tribuno – ho acquistato questa cittadinanza a caro prezzo”. E Paolo: “Io invece vi sono nato”. E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il tribuno si intimorì, avendo saputo che era romano, perché l’aveva fatto legare.»
Un cittadino romano, come Paolo, non poteva essere torturato prima di un regolare processo. È interessante notare la risposta del tribuno, comandante della guarnigione romana di Gerusalemme, che ammette di essersi comprato la cittadinanza. Queste garanzie legali, ancora percepibili nel I secolo d.C., declinarono a partire dalla metà del secolo seguente, quando la giurisprudenza romana iniziò a distinguere non più tra cittadini e stranieri ma tra honestiores e humiliores, ovvero tra abbienti e meno abbienti. Quando Caracalla decise di estendere la cittadinanza a tutti nel 212 d.C., non c’erano solo motivazioni fiscali o politiche, ma anche il riconoscimento di un’uguaglianza ormai sempre più visibile. D’altro canto, la perdita di numerosi contribuenti in seguito alla peste antonina e la svalutazione in corso della moneta resero inevitabile l’aumento delle tasse, nascosto dietro un provvedimento all’apparenza puramente benefico.

Testimonianze e conseguenze

Gli storici devono quindi destreggiarsi tra testimonianze entusiastiche o fortemente critiche, potendo fare affidamento su un unico documento ufficiale che ne parli, il papiro Giessen n.40. Nell’impero romano i provinciali sottomessi, che non erano cittadini, erano chiamati peregrini; a questi si aggiungevano i dediticii (letteralmente “coloro che si sono dati”), gruppi tribali che vivevano in zone remote, nomadi, gladiatori liberati o prigionieri di guerra che si erano consegnati (da cui l’origine del nome). Nel testo del papiro di Giessen è presente una lacuna subito prima la parola dediticii: la cittadinanza era data a tutti compresi o esclusi i dediticii? Gli storici moderni, come Barbero, concordano nel dire che i dediticii siano stati probabilmente esclusi da questo provvedimento. Ma, in ogni caso, quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero si trovavano ad essere, improvvisamente, cittadini romani.

Quando si otteneva la cittadinanza direttamente dall’amministrazione, come nel caso dell’esercito, si prendeva il nome dell’imperatore. Fu così che interi reparti dell’esercito furono formati da un giorno all’altro da soldati che si chiamavano Marco Aurelio più il loro nome natio. Infatti, quando si diventava cittadini si prendeva il praenomen e il nomen di chi concedeva la cittadinanza (in questo caso Marco Aurelio Antonino Caracalla), mantenendo il cognomen originario.

Il papiro Giessen n.40

Fino a quel momento la metà dell’esercito romano era stato formato da ausiliari reclutati in larga parte tra i peregrini delle province (mentre le legioni erano formate da cittadini romani), che ricevevano la cittadinanza romana al congedo, su un diploma di bronzo (l’emerita missio). La cittadinanza era tanto ambita che un veterano della Pannonia, Dasente figlio di Dasmeno, di cui è stata trovata la lapide a lui dedicata dai figli, diede loro i nomi di Emeritus ed Emerita. Un cittadino di Alessandria, Marco Aurelio Melas, decise di scolpire un’iscrizione nello stesso 212 d.C. in lode dell’imperatore Caracalla, chiamandolo “salvatore del mondo intero”. Un altro neocittadino, Marco Aurelio Zosimo, definì la concessione della cittadinanza “il sacro dono”.

Non sappiamo come sia stata regolata l’immissione nel corpo civico dopo il 212, ma gli storici suppongono che i barbari, sempre più spesso insediati nell’impero, diventassero romani quando si cominciavano a sentire tali. Gli archeologi hanno trovato nei pressi di Budapest un’epigrafe di un soldato franco, che recita: “sono un franco, ma in armi sono un soldato romano”.
Nonostante la grave crisi che vivrà l’impero d’occidente nel V secolo, attraversato dai barbari, ancora allora il senatore Rutilio Namaziano riconoscerà a Roma, nel De reditu suo, di aver creato una sola patria: “Urbem fecisti, quod prius orbis erat”. “Roma, hai fatto di quello che prima era il mondo un’Urbe”.

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