Privacy Policy La coorte | STORIE ROMANE

L’organizzazione dell’esercito romuleo prevedeva una legione divisa in centurie censitarie. Tale regola venne mantenuta dall’esercito repubblicano, reclutato per classi e diviso in manipoli di hastati, principes, triarii, velites ed equites. Un manipolo riuniva due centurie di circa 80 uomini (60 per i triarii) e formava l’unità tattica base. Tuttavia l’emergere di nuove minacce durante la seconda guerra punica, condusse Scipione ad adottare una nuova formazione, mutuata in parte dagli alleati italici che già la usava: la coorte.

Dal manipolo alla coorte

Durante la repubblica i romani avevano adottato nuove tattiche da etruschi, sanniti, greci e celti, formando così il loro modo di combattere: due (poi quattro) legioni, affiancate da altrettanti alleati italici, ognuna schierata su tre linee di hastati, principes e triarii. Davanti c’erano i veliti che ingaggiavano una scaramuccia col nemico, mentre i cavalieri erano ai fianchi. I legionari erano disposti a scacchiera, con i principes pronti a colmare i vuoti e sostituire gli hastati se necessario, con i triari alle loro spalle in ginocchio, pronti a combattere. Quest’ultimi entravano in battaglia solo se strettamente necessario:

«Quando l’esercito aveva assunto questo schieramento, gli hastati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli hastati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i principes li accoglievano negli intervalli tra loro. […] i triarii si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate in terra, con la punta rivolta verso l’alto, quasi fossero una palizzata… Qualora anche i principes avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai triarii. Da qui l’espressione in latino “Res ad Triarios rediit” (“essere ridotti ai Triarii”), quando si è in difficoltà.»

T. Livio, Ab Urbe Condita Libri VIII, 8, 9-12

Una legione era composta dunque da circa cinquemila uomini, suddivisi in 10 manipoli di hastati, principes e triarii ciascuno, comandati da centurioni:

«Da ciascuna di queste classi, ad eccezione per quella dei più giovani, i tribuni scelgono, in base al merito, dieci ufficiali subalterni (centuriones priores); poi ne scelgono altri dieci (centuriones posteriores). Tutti loro sono chiamati centurioni e quello che è stato scelto per primo, entra a far parte del consiglio militare […] non si può sapere come si comporti un comandante o cosa possa succedergli, e comunque, le necessità della guerra non ammettono scuse, essi hanno come obbiettivo che il manipolo non rimanga mai senza un comandante. »

Polibio, Storie, VI, 24, 1-2; 7

Però questo schieramento, per quanto bilanciato, era effettivo solo in campo aperto e contro nemici che combattevano lealmente: contro Annibale, la falange o gli elefanti era spesso messo in pericolo, complice la poca flessibilità dei comandanti romani. Fu proprio tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. che Scipione fece adottare due innovazioni fondamentali alle legioni: il gladio e la coorte.

Una nuova formazione

Combattendo in Spagna, in condizioni difficili e spesso tatticamente sconosciute ai romani, Scipione si rese conto di dover modificare qualcosa. Fece adottare ai suoi soldati una spada iberica che sembrava micidiale, il gladio (i cui primi modelli sono appunto chiamati “hispaniensis“), che se usato correttamente, di punta, provocava ferite micidiali. In secondo luogo per affrontare episodi di guerriglia e di bassa intensità decise di appropriarsi dell’unità tattica della coorte, usata fino ad allora dai soli socii italici.

La coorte, che contava circa 500 uomini, raggruppava in sé i tre manipoli di hastati, principes e triarii, permettendo dunque una maggiore flessibilità tattica: infatti non era usata solamente in azioni secondarie, ma anche sul campo di battaglia principale. Tuttavia perchè questo divenisse la norma bisognerà attendere la fine del II secolo a.C. e l’inizio del I secolo a.C. Ma i semi erano ormai piantati e i romani cominciavano a comprendere l’importanza della flessibilità tattica e di azioni fuori dagli schemi. Da allora infatti si comincerà ad uscire dagli schemi della classica azione di hastati-principes-triarii, per passare ad azioni più complesse, come per esempio usare i triarii per fermare la cavalleria o staccare principes e/o triarii per compiere un aggiramento su un fianco o rispondere ad un tentativo di aggiramento.

Per giungere alla piena adozione della coorte si dovette attendere la riforma dell’esercito di Gaio Mario, i cui presupposti erano già stati lanciati dai Gracchi. Il nuovo esercito, formato da capite censi, ovvero nullatenenti, non disponeva di equipaggiamento (ormai già fornito dallo stato da qualche decennio e quindi già in parte uniformato) ed era inquadrato direttamente in coorti, essendo venuti meno i presupposti della leva in base al censo (mentre permaneva questa divisione dei comizi, dove le prime 98 centurie più ricche avevano il potere di decidere nei comizi centuriati, avendo la maggioranza assoluta essendo 193 in totale; non solo, le 18 centurie di cavalieri e 80 della prima classe votavano per prime).

La riforma di Mario

Dopo l’elezione al consolato del 107 a.C., Gaio Mario, che aveva intenzione di porre fine alla Guerra Giugurtina, decise di arruolare anche i capite censi, ossia i proletari che non disponevano di proprietà, poiché il grosso dell’esercito precedentemente in Africa al comando di Metello era impegnato altrove, al comando dell’altro console Lucio Cassio Longino, per affrontare la minaccia dei germani che stavano migrando dal nord, in particolare i cimbri. Contravvenendo all’organizzazione secolare dell’esercito romano, formato da contadini-soldato, Mario arruolò dunque chiunque, promettendo bottino e paga. Le armi e uno stipendio sarebbero stati forniti dalla repubblica (già Gaio Gracco, nel 123 a.C., aveva fatto approvare una lex militaris, in cui si sanciva che l’equipaggiamento doveva essere fornito dallo stato). L’episodio era già avvenuto prima, in situazioni d’emergenza, ma da allora divenne la norma.

«Mario si accorse che gli animi della plebe erano pieni di entusiasmo. Senza perdere tempo caricò le navi di armi, stipendio per i soldati e tutto ciò che era utile, ordinando a Manlio di imbarcarsi. Egli intanto, arruolava soldati, non come era nell’uso di quel periodo, per classi sociali, ma anzi accettando tutti i volontari, per la massima parte nullatenenti (capite censi).»

Gaio Sallustio Crispo, Bellum Iugurthinum, LXXXVI

La “riforma” era l’epilogo di una serie di avvenimenti che avevano visto i soldati romani distanti per molto tempo dalle loro terre nel corso del II secolo a.C., quando Roma si espanse in tutto il Mediterraneo. Già Tiberio Gracco e Gaio Gracco avevano provato a ridistribuire le terre ai contadini romani, togliendole ai latifondisti (che se appropriavano, favoriti dai lunghi periodi di lontananza), venendo fortemente ostacolati – e infine uccisi – dall’aristocrazia senatoria, che formava in larga parte i latifondisti che volevano colpire. La soluzione di Mario risolveva in modo opposto il problema, sostanzialmente permettendo a chiunque di arruolarsi e di sostituire dei contadini-soldati che combattevano per difendere le loro proprietà e la res publica con dei soldati volontari professionisti, che combattevano per il soldo, il bottino e il loro comandante. E infatti proprio nel I secolo a.C. gli eserciti saranno reclutati da grandi figure senatorie e a loro legati, combattendo in numerose guerre civili, finché non uscirà vincitore Ottaviano.

L’esercito così riformato vedeva una ferma di sedici anni (estesa poi a vent’anni e sotto Augusto a venticinque, di cui gli ultimi cinque come veterani); al congedo si riceveva anche un’appezzamento di terreno, che permetteva – paradossalmente – proprio di trasformare in proprietari terrieri coloro i quali inizialmente non lo erano. I veterani venivano inoltre spesso insediati in blocco in un territorio, diventando anche da congedati “clienti” politici dei generali che li avevano arruolati. Un tassello successivo fu la decisione di Mario, nel 101 a.C., dopo aver sconfitto cimbri e teutoni, di concedere la cittadinanza romana a tutti gli italici che avevano militato nelle sue legioni. Di lì a poco sarebbe scoppiata anche la guerra sociale, con gli italici che ottennero infine grazie alla Lex Iulia de civitate e la Lex Plautia Papiria la cittadinanza romana (a sud del Po, a nord ottennero con la Lex Pompeia la cittadinanza latina e solo sotto Augusto quella romana).

La tattica della coorte

La coorte dunque raggruppava i tre manipoli di hastati, principes e triarii, mentre i velites scomparivano. L’equipaggiamento era ormai lo stesso, e non esistevano più le lance dei triarii: tutti usavano lorica hamata, scutum ovale oblungo, pilum, gladio, elmo, cingulum e pugio. Occasionalmente si usavano piume o crini di cavallo per l’elmo e schinieri per le gambe. Permaneva tuttavia la divisione in manipoli, almeno inizialmente, da un punto di vista nominale (questo ancora all’epoca di Diocleziano per indicare i nomi dei centurioni, come hastatus prior/posterior, princeps prior/posterior e pilus prior/posterior, con il più alto in grado che era il comandante dei triari, detto primipilo nella prima coorte):

«Cesare, riunite le insegne della XII legione, i soldati accalcati erano d’impaccio a se stessi nel combattere, tutti i centurioni della quarta coorte erano stati uccisi ed il signifer era morto anch’egli, dopo aver perduto l’insegna, quasi tutti gli altri centurioni delle altre coorti erano o feriti o morti […] mentre i nemici, pur risalendo da posizione da una posizione inferiore, non si fermavano e da entrambi i lati incalzavano i Romani […] Cesare vide che la situazione era critica […] tolto lo scudo ad un soldato delle ultime file […] avanzò in prima fila e chiamati per nome i centurioni, esortati gli altri soldati, ordinò di avanzare con le insegne allargando i manipoli, affinché potessero usare le spade. Con l’arrivo di Cesare ritornata la speranza nei soldati e ripresi d’animo […] desiderarono, davanti al proprio generale, di fare il proprio dovere con professionalità, e l’attacco nemico fu in parte respinto. Cesare avendo poi visto che anche la legione VII era incalzata dal nemico, suggerì ai tribuni militari che a poco a poco le legioni si unissero e marciassero contro il nemico voltate le insegne. Fatto questo, dopo che i soldati si soccorrevano vicendevolmente senza più aver paura di essere presi alle spalle dal nemico, cominciarono a resistere con maggior coraggio e a combattere più valorosamente. Frattanto le due legioni che erano state nelle retroguardie e di scorta alle salmerie [le legioni XIII e XIV] giunta notizia della battaglia, presero a correre a gran velocità […] Tito Labieno dopo aver occupato il campo nemico, e visto quanto accadeva nel nostro campo da un’altura, mandò in soccorso ai nostri la legione X.»

CESARE, DE BELLO GALLICO, II, 25-26

Le coorti erano disposte anch’esse in una formazione su tre linee, chiamata triplex acies. Tuttavia Cesare e poi anche suoi successori decisero spesso di adottare una formazione più snella, il duplex acies, su due linee. In entrambi i casi la prima coorte stava davanti all’estrema destra; nel primo lo schieramento era 4-3-3, nel secondo 5-5 coorti. La coorte assunse un ruolo così importante da essere il metro per indicare i reparti in Cesare, che spesso numera più le coorti in suo possesso o in uso che non le legioni:

« Riconosciuto Cesare per il colore del suo mantello, che portava come un’insegna durante i combattimenti […] i Romani, lasciati i pilum, combattono con la spada. Velocemente appare alle spalle dei Galli la cavalleria romana, mentre altre coorti si avvicinano. I Galli volgono in fuga. La cavalleria romana rincorre i fuggiaschi e ne fa grande strage. Viene ucciso Sedullo, comandante dei Lemovici; l’arverno Vercassivellauno viene catturato durante la fuga; vengono portate a Cesare settantaquattro insegne militari. Di così grande moltitudine pochi riuscirono a raggiungere il campo e salvarsi […] Dalla città, avendo visto la strage e la fuga dei compagni e disperando della salvezza, ritirano l’esercito in Alesia. Giunta questa notizia, i Galli del campo esterno si danno alla fuga […] Se i legionari non fossero stati sfiniti […] tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte. Verso mezzanotte la cavalleria, mandata all’inseguimento, raggiunse la retroguardia nemica. Un grande numero di Galli fu preso ed ucciso, gli altri si disperdono in fuga verso i loro villaggi. »

Cesare, De bello Gallico, VII, 88

Dunque la legione aveva 10 coorti di 480 uomini circa più 120 cavalieri, per un totale di 5.000 uomini (a partire dall’età flavia la prima coorte diventerà di 800 uomini invece che di 480, poiché aveva 5 centurie doppie, invece di 6 standard). Ogni coorte era divisa in 6 centurie, composte a loro volta da 10 contubernia di 8 uomini, che formavano l’unità base dell’esercito e che erano nella stessa tenda. Inoltre ogni legione aveva un simbolo che la rappresentava, di origine animale, come un cinghiale o un lupo, mentre tutte avevano come insegna fin da Gaio Mario l’aquila, portata da un aquilifer. Questo era un simbolo sacro e perderlo in battaglia significava una disgrazia: non è un caso che Augusto si premurò di recuperare le insegne di Crasso prese dai parti a Carre e che Germanico trovò due delle tre aquile perse a Teutoburgo.

Al comando di una legione c’era un legatus legionis di estrazione senatoria e che doveva aver già ricoperto alcune cariche politiche; di solito dopo questo comando si otteneva una provincia propretoria e un consolato. Al di sotto del legato (che dipendeva dal governatore della provincia, il legatus Augusti pro praetore) c’erano 6 tribuni, di cui uno era un tribuno laticlavius di famiglia senatoria che svolgeva la sua prima esperienza militare e 5, angusticlavi (ossia dal clavio, il bordo color porpora della tunica, più sottile, per riconoscerli). Alcuni studiosi hanno supposto che i 5 tribuni potessero comandare ognuno 2 coorti e che il tribuno laticlavio fungesse da vice del legato. Solo l’Egitto, che era amministrato come proprietà privata del principe, aveva come comandante di legione un cavaliere praefectus legionis agens vice legati. Successivamente Settimio Severo recluterà tre legioni partiche affidandole tutti a prefetti analoghi a questo. C’era infine, a controllare l’accampamento e la legione, un prefetto apposito, il praefectus castrorum, che si collocava un gradino sotto il tribuno laticlavio e uno sopra il primipilo.

Le legioni, accorpate in grandi accampamenti e con funzione più di deterrenza che altro, furono progressivamente spostate al confine (il limes) e frazionate in campi singoli. A partire dall’epoca di Marco Aurelio si comincerà a fare uso di vexillationes (distaccamenti) inviati all’occorrenza per rafforzare un fronte. Nel corso dei secoli queste vexillationes resteranno talvolta permanentemente nei nuovi luoghi e formeranno nuove unità in epoca tardoantica. Alle legioni si affiancavano poi gli auxilia, precedentemente raccolti alla bisogna tra i regni clienti e ora regolarizzati in una forza professionale (es. Cohors I BrittonumAla I Brittonum etc.), che invece erano raccolti in più piccoli castra che contenevano una sola coorte o ala ausiliaria, spesso collocati in prossimità del confine fortificato come per esempio in Germania, o talvolta anche oltre: per difendere la nuova provincia degli Agri Decumates, annessi da Domiziano, collocati tra il Reno e il Danubio, verranno creati una fittissima rete di piccoli forti ausiliari. Gli auxilia prenderanno comunque nomi latini e verranno comandati da ufficiali romani di estrazione equestre, la cui carriera venne normalizzata dall’imperatore Claudio.

L’inno di Mameli

Nell’inno di Mameli sono presenti diversi riferimenti alla storia dell’Antica Roma, ritenuta collante della storia d’Italia; tra questi vi è la coorte, ripetuta più volte nella formula “stringiamci a coorte“, inteso come “restiamo uniti”.

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