Privacy Policy La crisi economica dell'impero romano | STORIE ROMANE

Tra la fine del II e l’inizio del III secolo l’impero visse una profonda crisi, anche economica, che sarebbe esplosa alla metà del III secolo. Per continuare a spendere Caracalla, che aveva aumentato la paga dell’esercito, concesse a tutti la cittadinanza romana, costringendo i nuovi cittadini a pagare anche le tasse dei romani, e introdusse una nuova moneta, l’antoniniano.

La Constitutio Antoniniana

Per secoli i cittadini romani erano stati soggetti quasi esclusivamente alle sole tasse indirette, come la ventesima sull’eredità. La continua dilatazione della res publica aveva permesso di mantenere intatti questi privilegi fiscali, fino al principato di Marco Aurelio (161-180 d.C.) quando, a causa della peste antonina, era avvenuta una drastica diminuzione della popolazione e quindi di contribuenti. Secondo stime moderne l’epidemia, chiamata dagli antichi peste (è ipotesi comune tra gli studiosi che si trattasse di vaiolo), avrebbe causato la morte di un quarto o addirittura un terzo della popolazione totale dell’impero, stimata precedentemente in circa 60 milioni di persone.

Quel che appare certo è che a partire dall’epoca di Marco Aurelio i romani cominciarono a insediare gruppi barbarici all’interno del limes per coltivare terre desolate (e in seguito anche per reclutarli come soldati). Quando Caracalla decise di concedere la cittadinanza romana tramite la Constitutio Antoniniana aveva ben in mente di aver bisogno di maggiori entrate fiscali (lo storico Duncan-Jones ha ipotizzato un aumento di spesa del 70% da parte dello stato tra il 150 e il 215 d.C.). Già a partire dal padre Settimio Severo era in atto una forte svalutazione monetaria (preceduta da decise spinte inflazionistiche al tempo di Marco Aurelio e Commodo), con il denario che conteneva ormai meno del 50% dell’argento. Fino ad allora la moneta valeva tanto argento quanto pesava, mentre a partire dall’età severiana si cominciò a dargli un valore nominale.

Severo d’altra parte per controbilanciare la perdita di potere economico dell’esercito, cui doveva l’acquisizione della porpora, ne aumentò la paga, che era rimasta invariata da Domiziano, alla fine del I secolo d.C. Pochi anni dopo Caracalla alzò di nuovo gli stipendi, seguendo il precetto paterno ricevuto in punto di morte insieme al fratello Geta (quest’ultimo soggetto a fratricidio poco tempo dopo): “andate d’accordo, arricchite i soldati e non preoccupatevi degli altri”. È proprio in questa chiave che Cassio Dione commenta polemicamente l’editto di Caracalla, considerato semplicemente un modo per rimpinguare le casse pubbliche. Ma è anche vero che l’imperatore, consapevole delle problematiche economiche, aveva deciso di coniare una nuova moneta, l’antoniniano, dal peso di un denario e mezzo ma dal valore nominale di due: in questo modo con l’argento che entrava nelle casse imperiali attraverso la tassazione si poteva battere più moneta di prima e spendere di più. Caracalla inoltre adorava la figura di Alessandro Magno e si era ispirato anche a lui: il macedone aveva infatti deciso, dopo la conquista della Persia, di unire macedoni e persiane in matrimonio, in modo da eliminare ogni distinzione tra vincitori e sconfitti.

Civis Romanus Sum

Essere romani era un privilegio enorme, come testimonia San Paolo, il quale, fatto arrestare dagli ebrei di Gerusalemme che non gradivano la sua predicazione e preso in custodia dai romani, riuscì ad evitare la tortura, che precedeva l’interrogatorio (Atti degli Apostoli, XXII, 25-29): «”Vi è lecito flagellare un cittadino romano e per di più non ancora giudicato?” Udito ciò, il centurione si avvicinò al tribuno per avvertirlo, dicendo: “Che cosa stai per fare? Quest’uomo è romano!” Allora, avvicinatosi, il tribuno gli disse: “Dimmi, tu sei romano?” Ed egli rispose: “sì!”. “Io – riprese il tribuno – ho acquistato questa cittadinanza a caro prezzo”. E Paolo: “Io invece vi sono nato”. E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il tribuno si intimorì, avendo saputo che era romano, perché l’aveva fatto legare.»
Un cittadino romano, come Paolo, non poteva essere torturato prima di un regolare processo. È interessante notare la risposta del tribuno, comandante della guarnigione romana di Gerusalemme, che ammette di essersi comprato la cittadinanza. Queste garanzie legali, ancora percepibili nel I secolo d.C., declinarono a partire dalla metà del secolo seguente, quando la giurisprudenza romana iniziò a distinguere non più tra cittadini e stranieri ma tra honestiores e humiliores, ovvero tra abbienti e meno abbienti. Quando Caracalla decise di estendere la cittadinanza a tutti nel 212 d.C., non c’erano solo motivazioni fiscali o politiche, ma anche il riconoscimento di un’uguaglianza ormai sempre più visibile. D’altro canto, la perdita di numerosi contribuenti in seguito alla peste antonina e la svalutazione in corso della moneta resero inevitabile l’aumento delle tasse, nascosto dietro un provvedimento all’apparenza puramente benefico.

Il tracollo economico e la ripresa

Per sostenere le spese Caracalla cominciò a battere una nuova moneta, l’antoniniano, dal peso mai superiore a 1,6 denari. Fino ad allora la moneta di riferimento era stato il denario d’argento, cambiato generalmente uno a uno con la dracma. Alcuni storici hanno ipotizzato che il suo valore fosse di 1,25 denari e quindi tentasse di fermare l’inflazione, altri che ne valesse 2 e quindi fosse utilizzato per spendere ancora di più. Con la crisi del III secolo l’antoniniano rimase l’unica moneta d’argento, a partire dalla metà del secolo circa, e calò la sua percentuale d’argento a circa il 30%, finché sotto Gallieno si arrivò a coniarla in rame e bagnarla nell’argento.

Diocleziano

Aureliano infine attuò una nuova riforma monetaria: l’antoniniano, ormai unica moneta d’argento corrente, era solamente bagnato nell’argento. Riportò la sua percentuale d’argento al 5%, tanto che le sue monete recitano XX I: 20 parti di rame per una d’argento, ossia il 5%. Diocleziano proverà di nuovo a battere moneta come quella di Nerone, ma c’era talmente tanto argento per il periodo che invece di circolare veniva tenuta da parte, facendo aumentare ancora di più i prezzi, spingendolo infine a emanare un editto dei prezzi, nel 301. Pochi anni prima l’imperatore aveva infatti emesso una nuova moneta, l’argenteo, dal valore di 100 denari e dal peso del denario neroniano (1/96esimo di libbra), il cui scopo era quello di ridurre l’inflazione ma che finì per avere l’effetto opposto.

L’argenteo dioclezianeo valeva 100 denari, il nummus argentato 25, il bronzo radiato 4, il bronzo 1-2 (2 l’antoniniano, 1 il denario). L’aureo, che era arrivato a 833 denari, fu sostituito dal solido dal valore di 1000 denari (sarà poi Costantino a virare l’economia su un nuovo tipo di solido). In questo quadro di nuova crisi economica (ormai perdurante da quasi un secolo) Diocleziano decise di promulgare una lunga lista di prezzi, nel tentativo di obbligare i cittadini romani a rispettarli e pertanto a frenare le spinte inflazionistiche. L’obiettivo non era quello di congelare i prezzi, ma di darne un tetto massimo, per evitarne speculazioni.

Tuttavia neanche l’editto ebbe l’effetto desiderato, finendo per non essere rispettato, e ciò finì per debilitare ulteriormente l’economia, portando Costantino e i suoi successori a concentrarsi su una moneta di riferimento d’oro e non più d’argento, il solidus, da cui la nostra parola “soldo” e “soldato”, che sopravvisse alla caduta dell’impero romano d’occidente e resterà la moneta dell’impero bizantino e di riferimento nel bacino del Mediterraneo per secoli.

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