Privacy Policy La dinastia di Costantino | STORIE ROMANE

Flavio Costanzo, detto Cloro (il pallido), era natio dell’Illirico, dove era nato nel 250. Vantava una discendenza, probabilmente falsa, con l’imperatore Claudio II il Gotico, che aveva preceduto Aurelianotra il 268 e 270, tra l’altro uno dei pochi a essere morto di morte naturale nel III secolo. Tuttavia probabilmente Costanzo doveva avere origini modeste, come dimostra la sua carriera; protector di Aureliano in Siria, nel 271-72, fu forse tribuno sotto Probo, praeses delle Dalmazie, forse sotto Caro, nel 282-3 (?); infine divenne prefetto al pretorio di Massimiano, nel 288.

Dietro pressione di Diocleziano, che aveva deciso di istituire la Tetrarchia, Massimiano decise di adottarlo come Cesare d’Occidente. Tuttavia la zona che gli era stata assegnata era sotto il controllo di Carausio prima e di Alletto poi. Contro di loro, tra il 293 e 296, procedette con una spedizione militare in Britannia, riportandola sotto il dominio dei tetrarchi, grazie anche al suo prefetto al pretorio Giulio Asclepiodoto. Elevato al rango di Augusto dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano, scelse come suo Cesare Flavio Severo, e tornò in Britannia per affrontare i pitti che avevano sconfinato a nord. Richiamò a sé anche il figlio Costantino, che pare fosse tenuto come ostaggio da Galerio in oriente, ma nel luglio del 306 morì a Eburacum (York). Il 25 luglio i soldati decisero di acclamare Augusto Costantino.

Costantino

Il Cesare di Costanzo era Flavio Severo e sarebbe dovuto subentrargli, ma Costantino era determinato ad essere nominato almeno Cesare dopo l’acclamazione dell’esercito. Allo stesso modo, in Italia e Africa era stato acclamato imperatore Massenzio, figlio dell’ex imperatore Massimiano, che si era ritirato controvoglia nel 305 a vita privata costretto dal collega Diocleziano. I due avevano poi eliminato Severo, e dopo un convegno a Carnuntum nel 308 cui aveva partecipato anche Diocleziano, Galerio e Licinio erano stati nominati Augusti e Costantino e Massimino Daia Cesari.

Massimiano trovò rifugio presso Costantino ma poco dopo tentò di prendere di nuovo la porpora; Costantino lo raggiunse e lo costrinse a suicidarsi, a Marsiglia, nell’estate del 310. Poco dopo morì Galerio, nel 311. Costantino marciò sull’Italia, per eliminare Massenzio, rimasto escluso dagli accordi di Carnuntum, sconfiggendo le sue truppe a Torino e Verona; infine a Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 d.C., si scontrarono i due imperatori. Massenzio ebbe la peggio e morì annegato durante la ritirata.

Lattanzio narra che la sera precedente Costantino ebbe in sogno una visione in cui Cristo gli chiedeva di apporre il suo simbolo, forse il monogramma con cui era venerato, chi e rho in greco, sugli scudi dei suoi soldati. Eusebio riporta due versioni: nella prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, dice soltanto che Dio aiutò l’imperatore. Nella vita di Costantino, decisamente posteriore, invece riporta una storia molto più dettagliata, secondo cui Costantino, in marcia, vide una croce di luce in cielo e una scritta in greco: “Εν Τουτω Νικα” (“con questo vinci”, tradotta poi “in hoc signo vinces” in latino). Ma la versione, narra, gli fu riportata dall’imperatore in tarda età, dicendo che solo lui l’aveva vista (e l’esercito?).

Eusebio aggiunse che nella guerra civile con Licinio il labarum di Costantino, l’insegna imperiale, aveva il simbolo chi-rho. Quel che è certo è che Costantino, già da prima, si era avvicinato al culto della divinità solare, il sol invictus, che aveva molte somiglianze con Mitra e il Dio cristiano e che successivamente simpatizzò per i cristiani, evolvendo questa simpatia: ancora sotto di lui, sebbene vietasse i sacrifici umani, si svolgevano giochi gladiatori e c’erano templi dedicati al “Dio Costantino”. Inoltre le monete di Costantino fino al 318-19 riportano quasi sempre il Sole, quelle fino al 324 sono più “neutre”, ed è solo dopo la sconfitta di Licinio che i riferimenti pagani scompaiono.

Tolleranza religiosa

Divenuto Augusto d’Occidente, Costantino emanò l’editto di Milano nel 313 con il collega Licinio (che aveva sconfitto Massimino Daia), dando piena libertà religiosa (contrariamente alle persecuzioni di Diocleziano e Galerio).

« Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. »

Lattanzio, De mortibus persecutorum, XLVIII

Nel 314 fece guerra a Licinio e gli strappò l’Illirico, e nel 323 scoppiò l’ultima guerra. Licinio, sconfitto ripetutamente, venne ucciso nel 324 e Costantino rimase unico imperatore: era finito l’esperimento della tetrarchia. Costantino fece uccidere poi il figlio Crispo, primogenito, forse per una presunta relazione con Fausta, la matrigna. Fausta volle eliminare Crispo per assicurarsi che i propri figli prendessero il potere? In ogni caso in quello stesso 326 Costantino visitò Roma per festeggiare i suoi vicennalia, dove gli era stato eretto un arco di trionfo. L’imperatore era rimasto ammaliato dalla città di Bisanzio, assediata durante la guerra con Licinio, tanto che la ricostruì e ampliò completamente, rendendola la Nuova Roma: un nuovo senato, un nuovo pomerium, 7 nuovi colli. La città fu inaugurata l’11 maggio del 330 e prese il nome di Costantinopoli.

Amministrazione

Costantino riformò profondamente l’amministrazione e la burocrazia, sulla strada di Diocleziano, e anche l’esercito, con la definitiva distinzione in limitanei (truppe di frontiera) e comitatensi (di movimento, stanziate all’interno). Sciolse inoltre la guardia pretoriana dopo la vittoria contro Massenzio, a cui era rimasta fedele. Inoltre, introdusse l’aurum tironicum, una tassa in oro che sostituiva la fornitura di reclute da parte dei proprietari terrieri, con cui si assoldavano preferibilmente barbari. Non è un caso che moltissimi comandanti romani del IV secolo abbiano nomi e origine barbariche:

« Queste misure di sicurezza vennero meno con Costantino, che tolse la maggior parte dei soldati dalle frontiere e li insediò nelle città che non avevano bisogno di protezione; privò dei soccorsi quelli che erano minacciati dai barbari e arrecò alle città tranquille i danni provocati dai soldati: perciò ormai moltissime risultano deserte. Inoltre lasciò rammollire i soldati, che frequentavano i teatri e si abbandonavano a dissolutezze: in una parola fu lui a gettare il seme, a causare la rovina dello Stato che continua sino ai giorni nostri. »

Zosimo, Storia nuova, II, 34, 2

Venne istituito un apparato burocratico immenso e vennero creati dei magisteri che erano dei veri e propri ministeri: il comes rerum privatarum, il magister officiorum, il quaestor sacri palatii, il comes sacrarum largitionum, il praepositus sacri cubiculi. A livello monetario Costantino terminò la politica di continua svalutazione, con percentuali sempre minori d’argento nella moneta (tentata di contenere da Aureliano mezzo secolo prima), e basò l’economia sul solido d’oro, provocando una brusca deflazione che danneggiò terribilmente le classi meno agiate (andando controcorrente all’edictum de prectiis di Diocleziano). Combatté lungo il fronte renano, danubiano e persiano, riportando numerosi successi.  Alla sua morte, nel 337, stava preparando una spedizione contro i persiani che non mise mai in atto; ci provò una ventina d’anni dopo Giuliano ma la sua morte in battaglia e la scelta come imperatore di Gioviano portarono ad una rapida pace con i persiani, nonostante le vittorie riportate, perdendo anche le conquiste fatte lungo il confine da Diocleziano.

Morte di un imperatore “santo”

Il 22 maggio 337 Costantino morì nei pressi di Nicomedia, non senza farsi prima battezzare. I tre figli furono i suoi eredi, Costanzo II, Costante e Costantino II. Quest’ultimo era il maggiore, ma lui e Costante e morirono, e infine rimase solo Costanzo, che all’inizio aveva avuto l’oriente. Il funerale fu solenne: scortato da truppe armate per le vie di Costantinopoli, l’imperatore venne seppellito, dietro sua richiesta, nella Chiesa dei Santi Apostoli, al centro di 12 tombe fittizie che rappresentavano gli apostoli. La posizione degli storici su Costantino e il cristianesimo è ancora controverso. Certamente l’imperatore aveva simpatia per i cristiani, ma è tutt’altro che certa la sua volontà di istituire una sorte di “nuovo ordine” cristiano in contrapposizione a quello pagano. Quel che è certo è che comunque la vita civile fu regolamentata in modo nuovo, suddividendo l’anno in settimane:

«Nel venerabile giorno del Sole [ndr. la domenica], si riposino i magistrati e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i negozi. Nelle campagne, però, la gente sia libera legalmente di continuare il proprio lavoro, perché spesso capita che non si possa rimandare la mietitura del grano o la cura delle vigne; sia così, per timore che negando il momento giusto per tali lavori, vada perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo.»

Codice di Giustiniano, III, 12, 2

In ogni caso Costantino permeava i rapporti con la Chiesa come un imperatore: era lui a scegliere cosa era giusto, ed era stato lui a presiedere il concilio di Nicea nel 325, non un vescovo. Alla fine si stabilì un credo che è ancora quello che crediamo oggi. Inoltre concesse privilegi alla Chiesa, come esenzioni fiscali.

La falsa donazione di Costantino

Su Costantino venne costruito un mito, nella vita di papa Silvestro, in cui si narrava una leggendaria redenzione dell’imperatore. Tale mito venne utilizzato nell’VIII secolo, in un periodo in cui sotto papa Stefano II e Paolo I riviveva il mito di Silvestro, durante l’avanzata impetuosa di Astolfo, re dei longobardi, che stava per riunire la penisola in un unico regno, per creare un documento falso: la donazione di Costantino. La donazione, redatta come un vero e proprio documento pubblico, conteneva delle disposizioni totalmente fittizie secondo cui Costantino avrebbe donato al papa e ai suoi successori tutto l’impero d’occidente. Sebbene falso, nè i longobardi nè i contemporanei erano in grado di dimostrarne la falsità. Nei secoli seguenti divenne l’atto giuridico che garantiva ogni pretesa di potere temporale del papato, finchè Lorenzo Valla, nel Quattrocento, scrisse un trattato, De falso credita et ementita Constantini donatione, La falsa donazione di Costantino, in cui demoliva completamente il testo, sia su basi storiche che filologiche. Il documento era stato infatti realizzato con ogni probabilità per opporsi disperatamente all’avanzata longobarda: l’imperatore bizantino si disinteressava dell’Italia e l’unico potere temporale forte in Italia era il papa. Successivamente, ottenuto l’aiuto dei franchi e incoronato Carlo Magno imperatore, il documento divenne uno strumento per garantire al papa libertà d’azione nelle faccende temporali.

Costantino II

Costantino II

Flavio Claudio Costantino era il figlio maggiore di Costantino, dopo la dipartita del primogenito Crispo, morto in circostanze mai chiarite, forse dietro l’influenza di Fausta, moglie di Costantino e sorella di Massenzio, nel 326. Fausta forse fece girare la voce che Crispo l’avesse sedotta (e poi forse abbandonata?); tuttavia poco dopo Costantino probabilmente la fece uccidere, affogandola in un bagno troppo caldo. Costantino II era uno dei tre figli di Costantino e Fausta, tutti diventati imperatori. Costantino, il più anziano, era nato nel 316 ad Arelate (Arles) e venne educato da Lattanzio. Nel 317 gli venne dato il titolo di Cesare, insieme al fratellastro Crispo e Liciniano, il figlio di Licinio.

Quando morì Crispo anche Licinio era stato sconfitto e dunque Costantino II si trovò ad essere unico Cesare in occidente, stabilendosi nel 332 a Treviri. Tuttavia alla morte del padre, nel 337, non ebbe un ruolo di primo piano, ma gli venne confermato sostanzialmente l’occidente, esclusa l’Italia e l’Africa. Infatti nel congresso di Viminacium del 338 si decise che Costantino avrebbe avuto una tutela sul fratello minore Costante, che aveva però la diocesi di Italia, Africa e Illirico, mentre Costanzo II prendeva tutto l’oriente. Altro terreno di scontro era la fede religiosa, con Costantino che professava la fede nicena, mentre Costanzo II era ariano. Infine, sentendosi forse messo in disparte, Costantino II decise di attaccare il fratello minore Costante, ma venne sconfitto e ucciso nella battaglia di Aquileia, nell’aprile del 340. Costante si trovava a essere, da figlio minore, padrone assoluto d’occidente.

Costante

Flavio Giulio Costante nacque nel 320, crescendo a Costantinopoli e venendo educato da Arborio; era il figlio minore di Costantino. Divenne Cesare il 25 dicembre del 333, ricevendo poi le diocesi di Italia, Africa e Illirico al congresso di Viminacium del 338, quando i tre fratelli Costanzo IICostante e Costantino II si spartirono l’impero del padre, morto l’anno precedente. Quando poi Costantino II attaccò Costante, quest’ultimo ebbe l’appoggio di Costanzo II in cambio di alcuni territori nei Balcani che gli aveva donato (anche in quest’ottica bisogna leggere la generosità nei confronti del fratello minore Costante). Costantino venne sconfitto e ucciso ad Aquileia nel 340: Costante ora aveva l’occidente, Costanzo II l’oriente.

Costante, come Costantino, era di fede nicena, mentre Costanzo II era ariano. Ciò non favorì la concordia neanche tra i due fratelli rimasti; ci fu un concilio a Serdica nel 342, in cui Costante si schierò con il vescovo niceno di Alessandria Atanasio. Non solo, Costante perseguitò i non ortodossi, compresi i donatisti, i pagani e gli ebrei. Preoccupato più alle questioni religiosi che altro, Costante perse il supporto dei soldati; nel 350 insorsero in Gallia, guidati da Magnenzio, un comandante di origine barbarica, che si poneva come restitutor publicae libertatis, ossia difensore degli humiliores usciti impoveriti dalla riforma monetaria di Costantino, che privilegiava l’oro sull’argento. Magnenzio sconfisse Costante, che venne ucciso da un certo Gaiso, il 18 gennaio del 350.

Costanzo II

Dall’incontro di Viminacium del 338 erano usciti vincitori Costante e Costanzo. Poco dopo, nel 340, Costantino decise di prendersi anche la parte del fratello minore, ma venne sconfitto e perse la vita. Nel 350 invece, dopo l’usurpazione di Magnezio in Gallia, anche Costante uscì di scena. Sconfitto poi anch’egli da Costanzo a Mursa, in Pannonia, e a Mons Seleucus, nei pressi di Lugdunum (Lione), l’ultimo figlio di Costantino rimase unico imperatore. La differenza tra i fratelli era inoltre anche religiosa; mentre in occidente prendeva piede il credo niceno formulato dal Concilio di Nicea del 325, con Costante che professava quel credo, Costanzo era ariano. Le divergenze non furono appianate neanche dal Concilio di Serdica del 343, fortemente voluto da Costante, e in cui non si presentò nessuno dei due fratelli. Anzi, alla notizia della vittoria di Costanzo contro i persiani, i vescovi orientali abbandonarono il Concilio.

Unico imperatore

Costanzo, unico figlio di Costantino rimasto, era nato a Sirmio, il 7 agosto del 317. I figli del primo imperatore cristiano erano riusciti a prendere il potere anche grazie a un bagno di sangue, avvenuto nell’estate del 337, dopo la morte del padre, quando fecero uccidere quasi tutti i loro zii e cugini, lasciandone in vita solo due, Gallo e Giuliano. Infatti fu proprio Gallo a essere associato come Cesare nel 351, dopo la sconfitta di Magnezio. Nonostante i successi contro i barbari, pare forse dietro le pressioni di alcuni comandanti e cortigiani, Costanzo diventò geloso dell’operato di Gallo, che fece arrestare e uccidere nel 354. Ma si ripresentava il problema dell’occidente, che aveva bisogno di un imperatore: Costanzo fu costretto a eleggere come Cesare l’ultimo cugino che gli era rimasto, Giuliano, nel 355. Poco dopo, nel 357, si recò a Roma per festeggiare i vicennalia, i vent’anni di regno, dove fece dono di un obelisco alla città, ora a San Giovanni.

Giuliano

Mentre Giuliano mieteva i primi successi in occidente, Costanzo andò prima sul Danubio, dove inflisse pesantissime sconfitte ai quadi e ai sarmati, tanto da essere acclamato Sarmaticus Maximus. Nel 358 i persiani, guidati da Sapore II, ripresero tuttavia le ostilità. Costanzo infine si decise a chiedere alcune truppe a Giuliano, per la guerra persiana. Ma alla notizia i soldati galli e barbari si ribellarono, asserendo che gli era stato promesso che non si sarebbero dovuti allontanare dalle loro case, e acclamarono Giuliano Augusto. Inizialmente Costanzo cominciò comunque la campagna persiana, ma poi decise di andare incontro al cugino. Tuttavia, non lontano da Tarso, a Mobsucrenae, trovò la morte per una febbre, il 3 novembre del 361. Pare che in punto di morte avesse deciso di adottare il cugino Giuliano.

Giuliano

Il 6 novembre del 331 d.C. nasceva Flavio Claudio Giuliano, soprannominato poi dai cristiani Apostata. Era l’unico parente superstite (insieme al fratellastro Costanzo Gallo) dei tre figli di Costantino, di cui era cugino, che nell’estate del 337 d.C., dopo la morte del padre, fecero piazza pulita dei loro consanguinei. Giuliano decise di abbracciare pienamente il paganesimo dopo aver fatto conoscenza dei filosofi neoplatonici Libanio e Massimo a Costantinopoli, dove tornò dopo una vera e propria reclusione di sei anni in Cappadocia, dove era stato inviato dai cugini e venne allevato secondo gli insegnamenti cristiani. Quando Gallo, fratellastro di Giuliano, che era stato nominato Cesare da Costanzo, venne fatto uccidere da quest’ultimo, Giuliano, sospettato di avere tramato anch’egli contro l’imperatore, fu inviato in esilio, nell’estate del 355, ad Atene. Ma per un amante della cultura classica la punizione risultò essere più che altro un dono, potendo studiare il neoplatonismo.

Tuttavia pochi mesi dopo, viste le difficoltà che incontrava in Gallia, Costanzo richiamò il cugino. Il 6 novembre del 355 d.C., al compimento del suo ventiquattresimo compleanno, Costanzo II lo fece Cesare a Mediolanum. Infatti gli altri fratelli di Costanzo erano morti: Costantino II facendo la guerra al fratello Costante e quest’ultimo era stato sconfitto da Magnezio nel 350. Infine anche l’usurpatore gallico era caduto per mano di Costanzo II e questi si era ritrovato a governare un impero enorme, decidendo infine di dividerlo col cugino, unico parente superstite (dopo aver fatto assassinare anche Gallo, che aveva nominato Cesare prima di lui) e di dargli in moglie la sorella Elena. Giuliano si dimostrò un buon amministratore e comandante, vincendo gli alemanni ad Argentoratum (Strasburgo) nel 357 d.C. Venne infine acclamato Augusto e imperatore dai soldati gallici nel 360, scontenti alla notizia di Costanzo II che aveva chiesto quei reparti per la sua campagna persiana. Giuliano tentennò, ma infine accettò: non si venne allo scontro solo perché Costanzo II morì prima, in Cilicia: l’imperatore pagano era rimasto unico imperatore (pare che Costanzo lo avesse adottato in punto di morte).

Imperatore

Dopo la morte di Costanzo, il 3 novembre del 361, Giuliano rimase unico imperatore, senza avere altri oppositori; raggiunse Costantinopoli senza problemi, grazie all’appoggio di Saluzio, che era stato suo quaestor sacri palatii in Gallia e che, allontanato da Costanzo, aveva permesso poi di farlo accogliere pacificamente in oriente. Giuliano promosse innanzitutto il culto pagano a discapito del cristianesimo, nonostante un primo editto di tolleranza del dicembre 361, impedendo poi ai maestri cristiani di insegnare (dicendo che gli insegnamenti, perlopiù pagani, erano in contraddizione con la fede), dall’estate del 362. Anche per questo motivo, e per aver rinnegato gli insegnamenti ricevuti in tenera età, venne chiamato dai cristiani Apostata.

«Sebbene dalla prima fanciullezza fosse piuttosto incline al culto degli dèi e con il passare degli anni ne fosse sempre più acceso, tuttavia, temendo per molte ragioni, praticava alcuni di questi riti nella massima segretezza. Allorché però, venuti meno i motivi della paura, si rese conto che era giunto il tempo di fare liberamente ciò che voleva, manifestò apertamente i suoi segreti pensieri e con decreti chiari e ben definiti ordinò di riaprire i templi, di portare vittime agli altari ed insomma di ristabilire il culto agli dèi. Per rafforzare l’effetto di queste disposizioni fece venire alla reggia i vescovi cristiani, che erano in discordia fra loro, assieme al popolo pure in preda ad opposte fazioni, e li esortò con belle maniere a mettere da parte le discordie ed a praticare ciascuno la propria religione senz’alcun timore e senza che nessuno l’impedisse. Egli era fermo in questa linea di condotta in modo che, aumentando i dissensi per effetto dell’eccessiva libertà, non avesse da temere successivamente un popolo compatto, poiché ben sapeva per esperienza che nessuna fiera è così ostile agli uomini, come la maggior parte dei Cristiani sono esiziali a se stessi. Soleva spesso dire: «Ascoltate me, cui prestarono ascolto gli Alamanni ed i Franchi», ritenendo di imitare il detto dell’antico imperatore Marco Aurelio. Ma non si rese conto che i casi erano troppo diversi. Quello infatti, attraversando la Palestina diretto in Egitto, nauseato spesso dal fetore e dai tumulti dei Giudei, si dice esclamasse disgustato: «O Marcomanni, o Quadi, o Sarmati, ho trovato finalmente un popolo più inquieto di voi.»

Ammiano Marcellino, Storie, XXII, 5, 1-5

Tuttavia Giuliano non perseguitò mai direttamente i cristiani, cercando invece di favorire in ogni modo i pagani, realizzando una gerarchia sacerdotale analoga, e di combattere la povertà, togliendo dunque due delle basi su cui la fortuna del cristianesimo si basava. Scrisse anche moltissimo, tra cui il Misopogon (Odiatore della barbara), un’operetta satirica contro chi, ad Antiochia, lo prendeva in giro per la barba. Ancora più famoso fu Contro i Galilei, in cui l’imperatore muoveva un durissimo attacco ai cristiani, definendo la religione dei seguaci di Cristo basata essenzialmente sulla superstizione e credenze erronee e prive di fondamento. Ma comunque Giuliano era un filosofo, e fu più che altro un propugnatore del neoplatonismo.

La guerra persiana e la fine

Giuliano tuttavia era convinto che per dimostrare la supremazia della cultura classica e pagana bisognasse dimostrare che i dei erano dalla sua parte, sconfiggendo il secolare nemico persiano. Giuliano invase la Persia nell’estate del 363, ma dopo le iniziali vittorie fu costretto a ritirarsi, poiché Procopio, cui aveva affidato parte dell’esercito e che doveva arrivare dall’Armenia, era scomparso. Sotto le mura di Ctesifonte, nonostante un’altra vittoria riportata proprio nei pressi della città, Giuliano decise di bruciare le navi che accompagnavano i romani poiché non sarebbero potute tornare controcorrente, e di iniziare la ritirata. Ma non fu semplice tornare indietro; i persiani, maestri della guerriglia, apparivano all’improvviso per colpire i romani. Giuliano venne infine ferito durante una scaramuccia a Maranga, morendo di lì a poco. Racconta Ammiano Marcellino che sarebbe intervenuto senza indossare la corazza e questo gli sarebbe stato fatale. Morì il 26 giugno del 363. L’esercito avrebbe scelto come suo successore il cristiano Gioviano, che trattò una frettolosa pace, e l’anno dopo morì anche lui.



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