Privacy Policy La fine di Pompeo Magno | STORIE ROMANE

Con la scomparsa di Crasso, Pompeo forse non si rese conto del peso che aveva acquisito Cesare, sottovalutandolo. Dopo l’attraversamento del Rubicone probabilmente credeva che le sue ricchezze e clientele in tutto il Mediterraneo gli avrebbero permesso di avere talmente tanti soldi e soldati che Cesare non sarebbe mai potuto essere un problema per lui. Il 7 gennaio del 49 a.C. il senato inviava infatti un senatus consultum ultimum, un vero e proprio ultimatum, a Cesare. Quest’ultimo avrebbe dovuto deporre il comando dell’esercito gallico e rientrare a Roma come privato cittadino, dove lo attendeva con ogni probabilità un processo. Gli veniva anche negato di concorrere per il consolato in assenza. Nei giorni precedenti Marco Antonio, tribuno della plebe, aveva tentato in ogni modo di osteggiare la decisione del senato, finendo per dover scappare da Roma e rifugiarsi da Cesare in Emilia. Il senato infatti aveva preso la decisione di affidarsi completamente a Pompeo, considerato tutore della libertà repubblicana, mentre Cesare tergiversava nei pressi del Rubicone con la sola legio XIII, al confine del pomerium, il confine sacro e inviolabile in armi, esteso per l’ultima volta pochi anni prima da Silla. Dopo alcuni giorni di tentennamenti Cesare decise infine di attraversare il Rubicone e dichiarare guerra al senato, pronunciando la celebre frase: “Alea iacta est”.

«Egli [Cesare] dichiarò in greco a gran voce a coloro che erano presenti: ‘sia lanciato il dado’ e condusse l’esercito.»

(PLUTARCO, VITA DI POMPEO, 60 2.9)

La battaglia di Farsalo

Pompeo aveva dalla sua risorse immense e una grandissima quantità di regni clienti a lui fedeli in oriente, grazie ai rapporti costruiti durante la guerra contro i pirati. Partiva certamente in vantaggio:

«Pompeo aveva avuto a disposizione tutto un anno per arruolare truppe, perché era libero da guerra, tranquillo, senza nemici vicini; aveva raccolto una grande flotta dall’Asia, dalle isole Cicladi, da Corcira, da Atene, dal Ponto, dalla Bitinia, dalla Siria, dalla Cilicia, dalla Fenicia, dall’Egitto; ne aveva fatta costruire un’altra in tutti i luoghi; aveva imposto di pagare forti somme all’Asia, alla Siria, a tutti i re, grandi e piccoli, ai tetrarchi, ai popoli liberi dell’Acaia e altre forti somme s’era fatto sborsare dalle società di cavalieri di quelle province che dipendevano da lui. Aveva formato nove legioni di cittadini romani: cinque prese dall’Italia, che aveva già trasportate; una di veterani dalla Cilicia e ch’egli chiamava gemella, perché era stata tratta da due legioni; una da Creta e dalla Macedonia, anche essa di veterani, che erano stati congedati da precedenti comandanti e che si erano fermati in quelle province; due dall’Asia, che Lentulo aveva arruolate, quand’era stato console. Inoltre aveva distribuito nelle legioni un gran numero di Tessali, di Beoti, di Epiroti per colmare i vuoti; aveva mischiato ad essi i soldati presi ad Antonio. Oltre a queste forze aspettava due legioni dalla Siria con Scipione. Aveva poi circa tremila arcieri di Creta, di Sparta, del Ponto, della Siria e di altre regioni; due coorti di frombolieri di seicento uomini ciascuna e settemila cavalieri. Di questi, seicento Galli li aveva portati Deiotaro e cinquecento Ariobarzane dalla Cappadocia; un numero press’a poco uguale aveva mandato Coto dalla Tracia, insieme al figlio Sadala; duecento erano della Macedonia, comandati da Rascipoli, uomo di grande valore; cinquecento erano venuti da Alessandria, detti Gabiniani, Galli e Germani, che A. Gabinio aveva lasciati colà di presidio presso il re Tolomeo e che Pompeo, figlio, aveva trasportati con la flotta; ottocento li aveva messi insieme Pompeo stesso, traendoli dai suoi servi e dai suoi pastori; trecento erano stati dati da Castore Tarcoridario e da Domnilao, dalla Gallogrecia (di essi uno era venuto in persona con i suoi, l’altro aveva mandato il figlio); duecento, tra cui parecchi arcieri a cavallo, erano stati mandati dalla Siria da Antioco Commageno, a cui Pompeo diede grandi ricompense. A questi aveva aggiunto in parte come mercenari, in parte come arruolati di leva o volontari, Dardani, Bessi, e così anche Macedoni, Tessali ed uomini di altri popoli e di altre città; in questo modo aveva formato quel numero, a cui sopra abbiamo accennato. Si era provveduto di una grandissima quantità di frumento dalla Tessaglia, dall’Asia, dall’Egitto, da Creta, da Cirene e da altre regioni. Aveva stabilito di passare l’inverno a Durazzo, ad Apollonia e in tutte le città marittime, per impedire a Cesare di passare il mare e perciò aveva dislocata la flotta su tutti i punti della spiaggia. A capo delle navi egiziane v’era Pompeo figlio; di quelle asiatiche, D. Lelio e C. Triario; di quelle di Siria, C. Cassio; di quelle di Rodi, C. Marcello con C. Coponio; della flotta Liburnica ed Achea, Scribonio Libone e M. Ottavio. Tuttavia a dirigere tutte le operazioni marittime era preposto M. Bibulo, cui spettava il comando supremo.»

cesare, de bello civili, 3,1 – 5,4

Il 9 agosto del 48 a.C. avvenne lo scontro decisivo a Farsalo. Pompeo aveva circa il doppio dei soldati di Cesare, 45.000 contro 22.000, e una larga forza di cavalleria (6 o 7.000, il quadruplo circa di quelli di Cesare). Il piano fin da subito fu quello di usare la cavalleria, comandata da Tito Labieno, già comandante di Cesare in Gallia, per accerchiare il fianco destro di Cesare, mentre sul lato opposto un fiume non rendeva possibile alcuna manovra. L’idea era di usare la cavalleria e il maggior numero di uomini per accerchiare senza scampo Cesare. Ma quest’ultimo, che aveva affidato il suo fianco destro a Publio Cornelio Silla con la X legione, le legioni VIII e VIIII (dagli effettivi dimezzati) a sinistra, protetto dal fiume Enipeo comandato da Marco Antonio, aveva fiutato qualcosa, e decise di staccare una coorte da ogni legione della terza linea, per formare una riserva di sei coorti dietro la sua cavalleria. Infine Gneo Domizio Calvino teneva il centro con la XI e XII legione, per un totale di circa 22.000 legionari e 1.000 cavalieri cesariani (molti reparti di Cesare erano anche sotto organico).

I legionari avrebbero dovuto usare i pila non per lanciarli, ma per mirare al volto dei cavalieri di Pompeo, perlopiù nobili, e che si sarebbero spaventati, temendo di restare deturpati. Il piano funzionò alla perfezione e la cavalleria di Pompeo andò subito in rotta, mentre i legionari che li avevano respinti accerchiavano Pompeo, il quale da accerchiatore si trovava accerchiato. Al contempo Marco Antonio, vedendo che il piano funzionava, premeva senza sosta dal lato opposto. A quel punto i pompeiani si diedero alla fuga; la battaglia era vinta e Pompeo decise di abbandonare il campo senza neanche rientrare nell’accampamento. Cesare riporta di oltre 15.000 morti tra i pompeiani più innumerevoli arresi e passati dalla sua parte, e solo duecento caduti tra le sue file, tra cui il centurione Gaio Crastino.

La fine

Dopo aver vinto a Farsalo, nel 48 a.C., i cesariani entrarono nell’accampamento di Pompeo, dove trovarono ogni genere di lusso; narra Cesare stesso che forse confidavano troppo nella vittoria:

“Nell’accampamento di Pompeo si poterono vedere pergole ben costruite, una gran profusione di argenteria, le tende pavimentate di zolle fresche, la tenda di Lucio Lentulo e molte altre coperte di edera e molti altri segni che denunciavano un eccesso di lusso e di fiducia nella vittoria, tanto che fu facile capire come non avessero alcun dubbio sull’esito di quella giornata, essi che ricercavano comodità non necessarie. Eppure questi rinfacciavano il lusso al poverissimo e pazientissimo esercito di Cesare, cui era sempre mancato il necessario. Pompeo, mentre i nostri già facevano irruzione al di là del vallo, trovato un cavallo, strappatesi le insegne di generale, si precipitò fuori dall’accampamento per la porta decumana e, a briglia sciolta, puntò direttamente su Larisa. Ma non vi si fermò e, con la stessa velocità, trovati alcuni dei suoi che fuggivano, senza fermarsi nemmeno di notte, accompagnato da trenta cavalieri raggiunse il mare e si imbarcò su una nave frumentaria, lamentandosi continuamente, a quanto si diceva, di essersi tanto ingannato nelle sue aspettative e che proprio quegli uomini, dai quali aveva sperato la vittoria, sembrava quasi lo avessero tradito dando inizio alla disfatta.”

CESARE, DE BELLO CIVILI, III, 96

Sconfitto, Pompeo trovò rifugio in Egitto, dove però Tolomeo XIII, contando sull’appoggio del vincitore, lo fece uccidere dietro consiglio del suo consigliere Potino, alla fine di settembre del 48 a.C. Racconta Cassio Dione che Cesare rimase disgustato:

«Cesare dunque, avendo visto la testa di Pompeo, si mise a piangere e si lamentò, chiamandolo cittadino e genero, ed enumerando tutto quanto un tempo si erano dati in cambio l’uno con l’altro. Disse che non c’era modo di esser debitore a quelli che lo avevano ucciso di una qualche gratitudine, anzi li accusava, e ordinò ad alcuni (del seguito) di adornarla, di disporla convenientemente e di seppellirla»

Cesare racconta anche le difficoltà trovate ad Alessandria:

«Ad Alessandria seppe della morte di Pompeo ed ivi, appena sbarcato dalla nave, udì un tumulto fatto dai soldati che il re aveva lasciato di guarnigione nella città e vide farsi contro di lui un assalto ostile, perché egli andava preceduto dai fasci. In questo fatto tutta la moltitudine vedeva una diminuzione della maestà regia. Per quanto fosse stata sedata questa insurrezione, nei giorni seguenti accadevano delle sommosse di folla e molti soldati venivano uccisi in ogni parte per le vie della città.»

cesare, de bello civili, iii, 106, 4-5

Plutarco aggiunge che il romano:

«… si girò via con ripugnanza, come da un assassino; e quando ricevette l’anello con il sigillo di Pompeo su cui era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, scoppiò in lacrime.»

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