Privacy Policy La guerra giugurtina | STORIE ROMANE

Dopo la vittoria nella terza guerra punica e la distruzione di Cartagine il regno numida, creato al tempo di Massinissa, alleato di Scipione ai tempi di Zama, si era espanso in tutta l’Africa nord-occidentale, e avrebbe minacciato anche la nuova provincia romana d’Africa. Dopo la morte di Massinissa il regno era stato ereditato dal figlio Micipsa, che mantenne buoni rapporti con Roma. Tuttavia quest’ultimo avrebbe creato i presupposti per il conflitto successivo quando decise che il suo regno sarebbe passato ai due figli Aderbale e Iempsale e anche al nipote Giugurta, che si era distinto combattendo insieme ai romani nell’assedio di Numanzia.

«Nella seconda guerra Punica – quella in cui il generale cartaginese Annibale aveva, più d’ogni altro da quando si era affermata la grandezza di Roma, logorato la potenza d’Italia – Massinissa, re di Numidia, accolto nell’amicizia romana da Publio Scipione (che poi, per i suoi meriti, ebbe l’appellativo di Africano), si era luminosamente distinto in molte azioni di guerra. Per questo, dopo la vittoria sui Cartaginesi e la cattura di Sifàce, che aveva in Africa un potente e vasto dominio, Roma fece dono a quel re di tutte le città e territori di cui era venuta in possesso. Così l’amicizia di Massinissa rimase per noi salda e leale. Ma con la sua morte finì anche il suo regno. Poi il potere passò a suo figlio Micipsa, che regnò da solo, dopo la fine dei suoi fratelli Mastanàbale e Gulussa, morti di malattia. Egli ebbe due figli, Adèrbale e Ièmpsale. Ma tenne anche, in casa sua, alla stessa stregua dei figli, il nipote Giugurta, figlio di suo fratello Mastanàbale, che Massinissa aveva invece lasciato in disparte perché figlio naturale. Giugurta, cresciuto che fu, robusto, bello, ma soprattutto intelligentissimo, non si lasciò corrompere dalle mollezze e dall’ozio, anzi, come usano i Nùmidi, si diede a cavalcare, a tirar di giavellotto, a far gare di corsa con i coetanei. E sebbene su tutti riuscisse vittorioso, pure era amato da tutti. Inoltre, passava la maggior parte del suo tempo nella caccia, colpiva per primo, o fra i primissimi, leoni ed altre bestie feroci. Agiva molto, ma parlava poco di sé. Micipsa, dapprima, era stato lietissimo di ciò, perché era convinto che il valore di Giugurta avrebbe fatto onore al suo regno. Ma quando si rese conto che il giovane cresceva e si affermava ogni giorno di più, mentre egli era vecchio e piccoli i suoi figli, preoccupato non poco dalla situazione, cominciò a riflettervi continuamente. Lo spaventava la stessa natura umana, avida di dominio e smaniosa di saziare questa brama; poi, l’occasione offerta a quel giovane dall’avanzata età sua e dalla tenera età dei suoi figli: circostanza capace di trascinare sulla cattiva strada – facendo balenare la speranza di vantaggi materiali – anche uomini di media levatura. Lo preoccupavano, per di più, le calde simpatie di cui Giugurta godeva tra i Nùmidi: s’egli avesse fatto uccidere a tradimento un simile uomo, c’era il rischio che ne venisse fuori una rivolta o addirittura una guerra civile. Preso tra queste difficoltà, Micipsa, quando vide che un uomo così caro alla popolazione non si poteva schiacciare né con la forza né con l’inganno, e poiché Giugurta era prode e gagliardo, e assetato di gloria militare, decise di esporlo ai pericoli e di tentare la fortuna in questo modo. Così, durante la guerra contro Numanzia, nell’inviare ai Romani rinforzi di cavalleria e di fanteria, fidando che Giugurta cadesse facile vittima della sua audacia guerriera o della violenza nemica, gli affidò il comando del contingente di Nùmidi che inviava in Ispagna. Ma le cose andarono ben diversamente da come egli pensava. Giugurta, con la sua intelligenza pronta ed acuta, appena ebbe capito l’indole di Publio Scipione – capo, in quel momento, dell’esercito romano – e la tattica del nemico, a furia di fatica e d’impegno, ed anche obbedendo senza discussione agli ordini ed esponendosi continuamente ai pericoli, aveva raggiunto rapidamente una tale celebrità, da divenire l’idolo dei nostri e il terrore dei Numantini. A onor del vero, egli riuniva in sé il valore del soldato e la saggezza del consigliere, mentre ciò in genere è estremamente difficile a realizzarsi, perché questa trasforma la prudenza in timore, quello l’audacia in temerità. Il generale affidava dunque a Giugurta l’esecuzione di ogni impresa difficile, lo considerava un amico, e lo aveva caro ogni giorno di più. Ed era naturale che così fosse, visto che non c’era suo consiglio o impresa che non andasse a buon fine. In più, aveva generosità d’animo e vivacità di spirito, che gli avevano accattivato l’affettuosa amicizia di molti Romani.»

Sallustio, La guerra giugurtina, 5-7

Quando Micipsa morì nel 118 a.C. Giugurta uccise rapidamente Iempsale quando, durante una discussione tra i tre re, venne avanzata la proposta da parte di Giugurta di abrogare tutte le norme approvate nell’ultimo quinquennio poiché il re non era più in sè per via dell’età. Sallustio, principale fonte sull’argomento, narra che Giugurta venne particolarmente colpito dalle parole del cugino Iempsale, che sottolineava come infatti solo tre anni prima il padre avesse deciso di adottare Giugurta e che quindi la decisione fosse illegittima. Giugurta decise di tendere un’agguato a Iempsale nella sua casa, uccidendolo. Aderbale decise di fuggire a Roma per reclamare giustizia:

«Adèrbale, dal canto suo, non manca di inviare a Roma una sua delegazione, ad informare il Senato dell’uccisione del fratello e della situazione in cui si trovava egli stesso; tuttavia, contando sul numero dei soldati di cui disponeva, si preparava alla lotta armata. Ma quando si venne a battaglia, fu sconfitto, e si rifugiò dapprima nella provincia d’Africa, e poi a Roma. Intanto Giugurta, attuato il suo piano, padrone ormai di tutta la Numidia, rifletteva tranquillamente sulla sua azione. Lo preoccupava Roma; e l’unica speranza di fronte allo sdegno di essa l’aveva nell’avidità della classe dirigente romana e nel proprio denaro. Perciò, nel giro di pochi giorni, inviò a Roma degli incaricati, con molto oro ed argento. Le istruzioni sono, anzitutto, di colmare di doni i vecchi amici, e poi di cercarne di nuovi: insomma, di agire prontamente a predisporre ogni possibile appoggio, distribuendo denaro. Ebbene, quando gli incaricati furono a Roma, e secondo le istruzioni ebbero inviato grandi doni a quanti erano legati al re da vincoli di ospitalità, e ad altri personaggi allora assai influenti in Senato, ci fu un tale capovolgimento, che Giugurta, da odiatissimo che era, entrò nelle grazie e nel favore dell’aristocrazia romana. Alcuni, sedotti dalle speranze, altri dal denaro, si diedero da fare circuendo singoli senatori, perché non si prendessero provvedimenti troppo severi nei confronti di Giugurta.»

Sallustio, La guerra giugurtina, 13

I romani decisero di inviare una commissione: venne stabilito che il re venisse diviso tra Aderbale e Giugurta, a cui andarono rispettivamente la parte orientale (più ricca) e occidentale. Nel 112 a.C. però Giugurta ruppe gli indugi e assediò Aderbale a Cirta. I romani inizialmente inviarono solo ambasciate diplomatiche per far terminare l’assedio, ma Giugurta riuscì a prendere tempo fino alla conquista della città. Nel massacro che seguì vennero uccisi anche tutti gli italici che risiedevano in città e che si erano schierati dalla parte dello sconfitto.

Messi davanti lo sterminio degli italici, Roma fu costretta a intervenire. Il tribuno della plebe Gaio Memmio accusò pubblicamente il senato di essersi fatto comprare dai doni di Giugurta. Il senato inviò Lucio Calpurnio Bestia ad affrontare il re numida ma i romani, non riuscendo a intercettare gli evanescenti cavalieri numidi, furono costretti a trattare. Memmio invitò Giugurta (a cui venne dato un salvacondotto) a Roma per mostrare i suoi accordi col senato. Tuttavia quando Giugurta arrivò a Roma un altro tribuno pose il veto e la questione rimase insabbiata. Poco dopo Giugurta fece assassinare il cugino Massiva, rifugiato a Roma, ma dopo questo atto i romani furono costretti a continuare la guerra, portata avanti dal console Spurio Postumio Albino. Ma anche lui non riuscì ad ottenere i risultati sperati. Suo fratello Aulo vennne anche sconfitto e fatto prigioniero, mentre il tribuno Gaio Manilio mise in piedi un tribunale speciale presieduto da Emilio Scauro e con giudici scelti tra gli equites, che processò e condannò molti senatori per corruzione.

La guerra tuttavia continuava con scarsi risultati e nel 109 a.C. venne inviato in Africa il console Quinto Cecilio Metello, che conquistò diverse città. Giugurta arruolò nuovi cavalieri mauri e getuli e ottenne l’aiuto del re di Mauretania Bocco. Per terminare la guerra decise di prendere l’iniziativa un homo novus, Gaio Mario, legato di Metello, che si presentò come console per l’anno successivo, il 107.

La riforma di Gaio Mario

Dopo l’elezione al consolato del 107 a.C., Gaio Mario, che aveva intenzione di porre fine alla guerra giugurtina, decise di arruolare anche i capite censi, ossia i proletari che non disponevano di proprietà, poiché il grosso dell’esercito precedentemente in Africa al comando di Metello era impegnato altrove, al comando dell’altro console Lucio Cassio Longino, per affrontare la minaccia dei germani che stavano migrando dal nord, in particolare i cimbri.

Contravvenendo all’organizzazione secolare dell’esercito romano, formato da contadini-soldato, Mario arruolò dunque chiunque, promettendo bottino e paga. Le armi e uno stipendio sarebbero stati forniti dalla repubblica (già Gaio Gracco, nel 123 a.C., aveva fatto approvare una lex militaris, in cui si sanciva che l’equipaggiamento doveva essere fornito dallo stato). L’episodio era già avvenuto prima, in situazioni d’emergenza, ma da allora divenne la norma.

La “riforma” era l’epilogo di una serie di avvenimenti che avevano visto i soldati romani distanti per molto tempo dalle loro terre nel corso del II secolo a.C., quando Roma si espanse in tutto il Mediterraneo. Già Tiberio Gracco e Gaio Gracco avevano provato a ridistribuire le terre ai contadini romani, togliendole ai latifondisti (che se appropriavano, favoriti dai lunghi periodi di lontananza), venendo fortemente ostacolati – e infine uccisi – dall’aristocrazia senatoria, che formava in larga parte i latifondisti che volevano colpire.

La soluzione di Mario risolveva in modo opposto il problema, sostanzialmente permettendo a chiunque di arruolarsi e di sostituire dei contadini-soldati che combattevano per difendere le loro proprietà e la res publica con dei soldati volontari professionisti, che combattevano per il soldo, il bottino e il loro comandante. E infatti proprio nel I secolo a.C. gli eserciti saranno reclutati da grandi figure senatorie e a loro legati, combattendo in numerose guerre civili, finché non uscirà vincitore Ottaviano.

L’esercito così riformato vedeva una ferma di sedici anni (estesa poi a vent’anni e sotto Augusto a venticinque, di cui gli ultimi cinque come veterani); al congedo si riceveva anche un’appezzamento di terreno, che permetteva – paradossalmente – proprio di trasformare in proprietari terrieri coloro i quali inizialmente non lo erano. I veterani venivano inoltre spesso insediati in blocco in un territorio, diventando anche da congedati “clienti” politici dei generali che li avevano arruolati.

Gaio Mario

Inoltre i veliti non furono più arruolati, sostituiti da truppe alleate, mentre i cavalieri erano raggruppati in alae, con gli alleati che comunque formavano il grosso delle forze a cavallo. Anche i manipoli vennero meno, non essendo più necessaria la distinzione precedente, e furono sostituiti dalle coorti, che già erano state sperimentate dai romani nel secolo precedente, a partire da Scipione.

Una coorte raggruppava in sé tre manipoli e dunque sei centurie (che invece sopravvissero), anche se ancora in età cesariana vengono nominati a livello tattico i manipoli. Idealmente la coorte raggruppava circa 5-600 uomini, e una legione ne contava dieci.

«Mario, dal canto suo, colmati i vuoti delle coorti ausiliarie, mosse verso un paese fertile e ricco di bottino. Qui, tutto ciò che fu preso lasciò in dono ai soldati. Poi attacca cittadine e città scarsamente difese dalla natura e dagli uomini. Qua e là impegna parecchie battaglie, ma di scarso rilievo. Intanto le reclute partecipavano alle battaglie senza paura: vedevano che chi scappava veniva preso o ucciso, che i più valorosi se la cavavano meglio, che con le armi si difendevano la libertà, la patria, i genitori e tutto il resto, e si conquistava gloria e ricchezza. Così, in breve tempo, le reclute e i veterani si amalgamarono bene, e il valore fu uguale in tutti quanti. Dal canto loro, i due re, saputo dell’arrivo di Mario, si separarono per raggiungere, ciascuno per conto suo, terreni di difficile accesso. Così aveva deciso Giugurta, sperando di poter presto attaccare il nemico sparpagliato: i Romani, naturalmente, messo da parte ogni timore, sarebbero stati meno attenti, allentando la disciplina.»

Sallustio, La guerra giugurtina, 87

La fine della guerra

Arruolati i proletari e portato l’esercito in Africa Mario riuscì ad inanellare una serie di vittorie. Tuttavia Giugurta rimaneva evanescente e i romani erano stanchi della guerra. Fu allora che il re di Mauretania, Bocco, decise di intavolare trattative segrete con il questore di Mario, Silla: Bocco catturò Giugurta e lo consegnò ai romani. La guerra era finita; il re numida fu portato in trionfo l’anno successivo.

«Là, insieme con Bocco, e in grande intimità con lui, c’era un Nùmida, un certo Aspare, che Giugurta gli aveva mandato, appena saputo della convocazione di Silla, come suo ambasciatore e per spiare i progetti di Bocco. C’era pure un Dabar, figlio di un Massugrada, del ceppo di Massinissa (ma inferiore di nascita per parte di donna, dato che suo padre era figlio di una concubina), assai caro al re per le sue buone doti d’ingegno. Bocco, avendone più volte in passato sperimentato le buone disposizioni verso i Romani, lo inviò sùbito a Silla, a riferirgli che egli era pronto a fare ciò che Roma volesse: scegliesse egli stesso il giorno, il luogo e l’ora del colloquio, e non avesse paura dell’inviato di Giugurta: volutamente egli aveva mantenuto intatte le relazioni con lui, per poter trattare più liberamente con Silla gli interessi comuni: altro modo non aveva trovato per proteggersi dalle trame di Giugurta. Per conto mio, sono convinto che Bocco, non per i motivi che andava dicendo, ma per la sua malafede degna di un Cartaginese, tenesse presso di sé, contemporaneamente, col miraggio della pace, l’inviato romano e quello nùmida: continuava a soppesare in cuor suo se dovesse consegnare Giugurta ai Romani, o Silla a Giugurta; il suo segreto desiderio lo spingeva contro di noi; ma la sua paura giocava a nostro favore. Silla, dunque, rispose che alla presenza di Aspare avrebbe detto poche parole; del resto avrebbe parlato in segreto, senza alcun testimone o col minor numero possibile. Intanto spiegò che cosa gli si doveva rispondere. Quando l’incontro ebbe luogo alle condizioni da lui volute, dichiarò d’essere inviato dal console per chiedere al re se voleva la pace o la guerra. Allora il re, secondo le istruzioni ricevute, lo invitò a ritornare dopo dieci giorni: per il momento non aveva deciso nulla; la risposta l’avrebbe data nel giorno indicato. Poi ciascuno tornò nei suoi quartieri. Ma, a notte inoltrata, Bocco fece venire segretamente Silla. Entrambi si servirono solo di interpreti fidatissimi, con l’aggiunta della mediazione di Dabar, vero galantuomo e gradito ad entrambi. Il re prese subito la parola. «Non avrei mai creduto che io, il più potente re di queste terre e di quante io ne conosca, mi sarei sentito obbligato verso un privato cittadino. In fede mia, Silla, prima di conoscerti, a molti ho dato il mio aiuto dietro loro preghiera, ad altri di mia iniziativa, ma di nessuno ebbi mai bisogno io stesso. Che ciò non sia più così, mentre chiunque altro si rammaricherebbe, io invece son lieto. Un giorno, in avvenire, possa io dire che l’aver avuto bisogno sia stato per me il prezzo da pagare per la tua amicizia, di cui niente è più caro al mio cuore. E puoi averne la prova: armi, uomini, denaro, insomma, qualunque cosa tu voglia, prendi e sèrvitene pure. E, finché vivrai, non credere ch’io ti abbia mai reso grazie abbastanza: ti sarò sempre interamente debitore. Pur ch’io lo sappia, non ci sarà tuo volere che non sia esaudito. Per un re, io credo, è meno umiliante essere superato in guerra che in munificenza. Quanto agli interessi di Roma, che qui sei stato inviato a curare, èccoti in breve la mia risposta: io non ho fatto guerra al popolo Romano, né mai avrei voluto farla; ma ho difeso con le armi il mio territorio contro uomini armati. Ma rinuncio anche a questo, se a voi così piace. Fate, come volete, la guerra a Giugurta. Dal canto mio non varcherò il fiume Mulucca, che segnava il confine tra me e Micipsa. E non permetterò che lo varchi Giugurta. Se altro tu vorrai chiedermi, degno di me e di voi, non te ne andrai inesaudito.» Silla, per quel che riguardava la sua persona, rispose brevemente e modestamente, ma sulla pace e sui comuni interessi si intrattenne a lungo. Infine, disse chiaro e tondo al re che, quanto alle sue promesse, Roma, dal momento che in guerra si era rivelata più forte, non le avrebbe considerate come un gran favore: egli doveva compiere un gesto che apparisse di maggior vantaggio per loro che per lui stesso: e questo gesto era bell’e pronto, poiché egli aveva Giugurta a sua discrezione. Se lo avesse consegnato ai Romani, questi gli sarebbero stati obbligatissimi: l’amicizia, l’alleanza, la parte della Numidia a cui ora aspirava, tutto gli sarebbe venuto naturalmente. Il re dapprima si rifiutò ostinatamente: c’erano di mezzo vincoli di affinità e di parentela, senza contare il trattato. Per di più, temeva che la sua mancanza di parola gli alienasse l’animo della popolazione, che amava Giugurta e odiava i Romani. Infine, sollecitato insistentemente, si piegò e promise di fare tutto ciò che Silla voleva. Naturalmente fissarono tutto ciò che ritennero opportuno per fingere la conclusione di una pace, di cui Giugurta, stremato dalla guerra, era ansiosissimo. Ordito così l’inganno, si separarono. L’indomani, Bocco chiamò Aspare, l’ambasciatore di Giugurta, e gli disse di aver appreso da Silla, tramite Dabar, che si poteva, a determinate condizioni, porre fine alla guerra: s’informasse dunque delle intenzioni del suo re. L’altro, tutto contento, raggiunse il campo di Giugurta. Ricevute da lui tutte le istruzioni, a marce forzate ritorna da Bocco dopo otto giorni, per riferirgli che Giugurta era disposto a fare tutto ciò che gli si imponesse, ma si fidava poco di Mario: già più volte la pace concordata con i generali Romani era fallita. Bocco, dunque, se voleva fare gli interessi di entrambi e avere la pace sul serio, doveva cercare di ottenere che tutti gli interessati venissero ad un convegno, con la scusa di trattare la pace, e in quell’occasione consegnargli Silla: una volta ch’egli avesse in proprio potere un tale personaggio, allora sì che il Senato o il Popolo avrebbero autorizzato la conclusione di un trattato, perché un uomo di nobile famiglia, catturato non per sua viltà ma per servire la Patria, non sarebbe stato lasciato in mano al nemico. Il Màuro soppesò a lungo fra sé la proposta, e finalmente promise. Se esitasse davvero o volesse solo darlo ad intendere, non saprei proprio dire. Il fatto è che le decisioni dei re, come sono violente, così son mutevoli, e spesso anche contraddittorie. Poi, fissato il tempo e il luogo per il convegno della pace, Bocco ora chiamava Silla, ora l’ambasciatore del re: li trattava con ogni cortesia, e faceva ad entrambi le stesse promesse. Così quelli erano lieti e fiduciosi. La notte antecedente al fissato convegno, il Màuro prima convoca gli amici, poi, mutato parere, li congeda: sembra che a lungo sia rimasto a dibattersi, col volto, e gli occhi, e l’animo stesso, in continuo mutamento. E tutto ciò, naturalmente, nonostante il suo silenzio, rivelava i segreti del suo cuore. Finalmente, fa chiamare Silla, e, dando ascolto al suo consiglio, organizza un’imboscata contro il Nùmida. Quando fu giorno, e gli riferirono che Giugurta era ormai vicino, egli, con pochi amici e col nostro questore, gli si fece incontro, quasi a rendergli onore, verso un’altura bene in vista per gli uomini ch’erano in agguato. Anche il Nùmida vi giunse con parecchi suoi intimi, disarmato, secondo gli accordi. D’un tratto, al segnale convenuto, fu assalito da tutte le parti contemporaneamente. Tutti gli altri furono massacrati. Giugurta fu consegnato in catene a Silla, e da questo condotto a Mario. Nello stesso torno di tempo, i nostri generali Quinto Cepione e Marco Manlio venivano battuti dai Galli e l’Italia tutta ne aveva tremato. Da allora, e sino ai nostri giorni, i Romani rimasero convinti di questo: che tutto il mondo era aperto al loro valore, ma con i Galli si lottava per la salvezza e non per la gloria. Ma quando giunse la notizia che la guerra in Numidia era conclusa e che Giugurta veniva condotto a Roma in catene, Mario, sebbene assente dalla capitale, fu rieletto console e gli fu assegnata la provincia di Gallia. Il primo di gennaio, in veste di console, celebrò in gran pompa il trionfo. In quel momento tutte le speranze e tutte le risorse della città furono riposte in lui.»

Sallustio, La guerra giugurtina, 108-114

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