Privacy Policy La leggenda degli Orazi e i Curiazi | STORIE ROMANE
Tullo Ostilio

Secondo la tradizione romana i sette re di Roma avrebbero seguito uno schema ben preciso: Romolo sarebbe stato il padre fondatore, guerriero e combattivo, figlio di Marte, mentre Numa avrebbe incarnato la sacralità e la devozione verso gli dèi. Tutti i re successivi seguono alternativamente lo schema di assomigliare o all’uno o all’altro. Dunque non sappiamo se il racconto liviano sia vero, ma pare che alla morte di Numa Pompilio si decise di eleggere Tullo Ostilio, re guerriero, che incarnava lo spirito romuleo dell’Urbe.

«Alla morte di Numa si tornò all’interregno. Quindi il popolo elesse re Tullo Ostilio, nipote di quell’Ostilio che si era distinto nella battaglia contro i Sabini ai piedi della rocca; il senato approvò la nomina. Questi non solo fu diverso dal predecessore, ma fu ancor più bellicoso di Romolo: sia l’età ed il vigore, sia la gloria dell’avo erano stimolo al suo animo. Ritenendo adunque che la città infiacchisse nell’ozio, cercava da ogni parte occasione per riaccendere la guerra. Accadde per caso che dei contadini romani traessero bottino dal territorio albano, e a loro volta gli Albani da quello romano. Regnava allora ad Alba Gaio Cluilio. Da ambo le parti quasi contemporaneamente furono mandati ambasciatori a chiedere soddisfazione. Tullo aveva ordinato ai suoi di non fare alcuna altra cosa prima di aver presentate le richieste; era certo che gli Albani avrebbero opposto un rifiuto, e così la guerra poteva essere dichiarata con sacrosanto diritto. Gli ambasciatori albani agirono con maggior lentezza: accolti da Tullo con ospitalità premurosa e benevola partecipano amichevolmente al banchetto del re. Frattanto i Romani li avevano preceduti nel chiedere soddisfazione, ed al rifiuto degli Albani avevano dichiarato guerra nel termine di trenta giorni. La notizia viene riferita a Tullo: allora egli concede agli ambasciatori facoltà di esporre le richieste per cui erano venuti. Essi, ignari di tutto, dapprima perdono tempo in scuse, affermando che a malincuore dovevano dire cose che sarebbero spiaciute a Tullo, ma erano costretti ad eseguire gli ordini ricevuti: erano venuti a chiedere riparazione, e se questa non fosse stata concessa avevano l’ordine di dichiarare guerra.»

Tito Livio, Ab Urbe Condita I, 22

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Tre fratelli

A queste parole Tullo rispose: «Annunziate al vostro re che il re di Roma invoca gli dèi a testimoniare quale dei due popoli abbia per primo licenziato gli ambasciatori respingendo la richiesta di riparazione, affinché essi facciano ricadere su quel popolo tutto il danno di questa guerra». Gli Albani riferiscono in patria questa risposta. Da ambo le parti si allestiva con grande sforzo la guerra, assai simile ad una guerra civile, svolgendosi quasi fra padri e figli, fra popoli entrambi progenie dei Troiani, in quanto Lavinio discendeva da Troia, Alba da Lavinio, e i Romani erano oriundi della stirpe dei re albani. Tuttavia l’esito della guerra rese meno deplorevole la lotta, perché non si combattè in battaglia campale, e distrutte soltanto le case di una delle città i due popoli si fusero in uno solo. Gli Albani per primi con un grande esercito invadono il territorio romano; pongono il campo a non più di cinque miglia da Roma, e lo circondano con una fossa, la quale per molte generazioni dal nome del comandante fu chiamata Cluilia, finché insieme alla fossa col tempo scomparve anche il nome. In questo accampamento muore Cluilio, re di Alba; gli Albani nominano dittatore Mezio Fufezio. Allora Tullo, reso ancor più baldanzoso dalla morte del re, dicendo che la grande potenza degli dèi, dopo aver cominciato dal re in persona, stava per far pagare il fio di quella empia guerra a tutto il popolo albano, di notte oltrepassati di fianco gli accampamenti nemici, si diresse con l’esercito in assetto offensivo verso il territorio albano. Questo fatto costrinse ad uscire dal campo Mezio, il quale condusse l’esercito nelle immediate vicinanze del nemico; quindi mandò avanti un messo ad annunziare a Tullo che era necessario un colloquio, prima di venire a battaglia: era certo che se si fosse incontrato con lui, avrebbe udito delle proposte che convenivano a Roma non meno che ad Alba. Tullo non si oppose, tuttavia, nel caso che le proposte fossero insoddisfacenti, schierò l’esercito in campo. Anche gli Albani si schierarono di fronte.

Tito Livio, Ab Urbe Condita I, 22-23

Tullo era dunque estremamente bellicoso e colse immediatamente l’occasione per sfruttare i litigi tra i romani e gli abitanti di Alba Longa (secondo la leggenda Romolo discendeva dai re di questa città, che a loro volta discendevano da Enea). Le ambascerie tra i due popoli finirono in un nulla di fatto per il volere del re romano, che nonostante tutto aveva accolto con riguardo i legati di Alba. Furono gli abitanti di quest’ultima ad attaccare per prima, dopo la dichiarazione di guerra dei romani; arrivati a cinque miglia di Roma la circondarono con un’enorme fossa, ma poco dopo morì il re Cluilio (e infatti la fossa era chiamata Cluilia) e nominarono dittatore Mezio Fufezio. Tullo, baldanzoso e rinvigorito dalla morte del sovrano nemico, si diresse con l’esercito verso gli albani e mandò avanti dei messi a chiedere un colloquio.

Il Giuramento degli Orazi di David

«Quando dalle due parti gli eserciti furono allineati, i capi avanzarono nel mezzo con alcuni dignitari. Comincia allora l’Albano: «Mi pare di aver udito dal nostro re Cluilio che causa di questa guerra furono le offese patite e la mancata restituzione delle cose richieste in conformità dei patti, e son certo che anche tu, o Tullo, adduci gli stessi pretesti; ma se dobbiamo dire la verità anziché una bella menzogna, è la brama di dominio che spinge alle armi due popoli fratelli e vicini. Non mi domando chi abbia ragione o torto; questo toccava decidere a chi intraprese la guerra; gli Albani mi hanno nominato capo per condurla. Ma questo, o Tullo, vorrei ricordarti: tu sai meglio di me, perché sei più vicino, quanto grande sia la potenza degli Etruschi, che incombe su di noi e su di te in particolar modo. Grande è la loro forza per terra, grandissima per mare: tieni presente, quando darai il segnale della battaglia, che osserveranno attentamente questi due eserciti, nell’attesa di poter assalire stanchi e spossati sia il vincitore che il vinto. Pertanto, se gli dèi ci sono benigni, dal momento che non contenti di una sicura libertà affrontiamo una rischiosa alternativa di dominio o di servitù, cerchiamo una qualche via per cui si possa decidere senza grande rovina e spargimento di sangue dei due popoli quale dei due dovrà comandare all’altro». La proposta non dispiacque a Tullo, per quanto fosse più incline a dar battaglia, sia per l’indole naturale e sia per la speranza di vittoria. Postesi alla ricerca le due parti trovano una soluzione, di cui la sorte stessa offerse la possibilità.»

Tito Livio, Ab Urbe Condita I, 23

Fufezio fece ragionare Tullo, paventandogli la più grande minaccia etrusca, che avrebbe beneficiato dello scontro fratricida tra romani e albani per impadronirsi di entrambi. Fu allora che Romani e Albani si decisero a risolvere lo scontro facendo affrontare tre fratelli gemelli che combattevano per gli uni e altrettanti che combattevano per gli altri. Non v’è certezza quali fossero Orazi e quali Curiazi, ma i più preferiscono attribuire ai romani gli Orazi.

«Per avventura allora in entrambi gli eserciti vi erano tre fratelli gemelli, non diversi di età né di forze. È noto che si chiamavano Orazi e Curiazi, e si può dire che nessun altro fatto dell’antichità sia più famoso; tuttavia in così celebre evento rimane incertezza sui nomi, di quale popolo siano stati gli Orazi e di quale i Curiazi. Si trovano testimonianze nei due sensi; tuttavia maggiore mi risulta il numero degli autori che dicono romani gli Orazi, e questi preferisco seguire. I re propongono ai tre gemelli di combattere in duello per la loro patria: il dominio sarebbe spettato alla parte donde uscissero i vincitori. Non vien fatta la minima difficoltà: concordano il tempo e il luogo. Prima dell’inizio del duello fu stretto un patto fra i Romani e gli Albani a queste condizioni, che il popolo i cui campioni riuscissero vincitori in quel combattimento avrebbe imperato sull’altro popolo, senza opposizione da parte di questo. Nei trattati variano le condizioni, ma tutti vengono conchiusi con la stessa formula. Sappiamo che allora fu conchiuso nel modo seguente, né abbiamo testimonianza di alcun trattato più antico. Il feziale così domandò al re Tullo: «Mi autorizzi, o re, a stringere il patto col padre patrato del popolo albano?» Avuto l’assenso del re soggiunse: «O re, ti chiedo la sacra erba». Il re disse: «Prendila pura». Il feziale portò dalla rocca l’erba pura. Poi così domandò al re: «O re, proclami regi messaggeri del popolo romano dei Quiriti me e i sacri oggetti e i miei compagni?» Il re rispose: «Con l’augurio che ciò sia senza danno mio e del popolo romano dei Quiriti, vi proclamo». Era feziale Marco Valerio; egli nominò padre patrato Spurio Fusio toccandogli il capo e i capelli con la sacra erba. Il padre patrato viene incaricato di «patrare t il giuramento, cioè di sancire il patto, e ciò eseguisce recitando una lunga formula rituale, che qui non è il caso di riportare. Lette poi ad alta voce le condizioni disse: «Ascolta, o Giove, ascolta, o padre patrato del popolo albano, ascolta anche tu, o popolo albano: a quelle condizioni che oggi pubblicamente dalla prima parola all’ultima sono state lette da quelle tavolette e da quella cera senza inganno, e che oggi qui esattamente sono state intese, il popolo romano non verrà meno per primo. Se per primo verrà meno con colpevole inganno per pubblica deliberazione, allora in quel giorno, o Giove, colpisci il popolo romano così come io qui oggi colpirò questo porco, e tanto più fortemente colpiscilo, quanto più forte è il tuo potere e la tua forza». Come ebbe detto ciò, colpì un porco con una selce. Parimenti gli Albani pronunziarono la loro formula e il loro giuramento per bocca del loro dittatore e dei loro sacerdoti.»

Tito Livio. Storie Vol. I 24

I tre fratelli Romani e Albani si preparano dunque a combattere. Si schierarono davanti i rispettivi eserciti, che osservavano il combattimento incitando gli uni o gli altri. Gli Albani ebbero fin da subito la meglio, uccidendo due dei tre romani, anche se rimasero tutti e tre feriti. L’ultimo Orazio era rimasto miracolosamente incolume e decise di sfruttare l’astuzia proprio vantaggio poichè contro i tre nemici non poteva nulla, ma poteva sconfiggerli facilmente prendendoli uno alla volta. Decise pertanto di fuggire, mentre i Curiazi lo inseguivano. Tuttavia i tre procedevano in ordine sparso per le ferite e alcuni erano più lenti di altri. Fu così che il romano si gettò contro il primo, isolato, uccidendolo, poi contro il secondo che seguiva e infine contro l’ultimo, il più lento, che venne massacrato senza neanche combattere. I romani ottennero la vittoria su Alba senza neanche combattere e con solo due perdite:

«Conchiuso il patto i tre gemelli prendono le armi, come era stato convenuto. Fra gli incitamenti dei compagni, che ricordano come in quel momento gli dèi patrii, la patria, i genitori, e tutti i cittadini che vi sono nelle case e nell’esercito abbiano lo sguardo rivolto alle loro armi e alle loro braccia, i giovani, già fieri per la loro stessa indole, ed infiammati dalle parole di sprone, avanzano nel mezzo fra le opposte schiere. Dalle due parti gli eserciti si erano schierati davanti agli accampamenti, liberi da pericoli immediati ma non dall’ansia, poiché era in gioco la sovranità dei due popoli, sospesa al valore e alla fortuna di così pochi uomini; pertanto attenti e ansiosi protendono l’animo allo spettacolo minimamente grato. Vien dato il segnale, e con le armi pronte all’attacco quasi fossero un esercito i tre giovani dalle due parti corrono a scontrarsi, portando dentro di sé il coraggio di grandi eserciti. Né gli uni né gli altri pensano al pericolo personale, ma alla signoria o alla schiavitù della nazione, alla futura sorte della patria, che sarebbe dipesa dalle loro mani. Appena al primo scontro risonarono le armi e balenanti luccicarono le spade, subito un grande affanno strinse il cuore degli spettatori, e finché le speranze erano in equilibrio mancavano la voce e il respiro. Quando si venne poi alla lotta a corpo a corpo, e già si offrivano agli sguardi non soltanto il movimento dei corpi e l’alterno agitarsi delle armi di offesa e di difesa, ma anche le ferite e il sangue, mentre i tre Albani erano feriti, due Romani l’uno dopo l’altro si abbatterono al suolo morenti. Alla loro caduta un clamore di gioia si levò dall’esercito albano, mentre le legioni romane, abbandonate da ogni speranza ma non ancora dall’ansia, trattenevano il respiro per la sorte di quell’uno che i tre Curiazi avevano circondato. Per caso egli era rimasto incolume, di modo che da solo non era pari di forze con gli avversari presi insieme, ma era superiore a ciascuno di essi preso singolarmente. Perciò per combatterli separatamente si dà alla fuga, pensando che l’avrebbero inseguito con diversa velocità, come a ciascuno l’avrebbero consentito le ferite ricevute. Già si era allontanato alquanto dal luogo del combattimento, quando volgendosi indietro scorge gli inseguitori a grandi intervalli; uno era a poca distanza da lui. Gli si rivolge contro con grande impeto, e mentre l’esercito albano grida ai Curiazi di portare aiuto al fratello, già l’Orazio, ucciso il nemico, vittorioso affronta il secondo duello. Allora i Romani incoraggiano il loro campione con alte grida, come sogliono fare i sostenitori ad un ritorno inatteso della speranza, e quello si affretta per spacciare il rivale; così prima che l’altro, che non era lontano, potesse raggiungerlo, uccide anche il secondo dei Curiazi. Ormai pareggiate le sorti, ne rimanevano in vita uno per parte, ma ben diversi per animo e per forze: l’uno spingevano baldanzoso al terzo duello il corpo non tocco dal ferro e la duplice vittoria; l’altro trascinando il corpo stanco per le ferite e per la corsa, già vinto dalla precedente strage dei fratelli, si offre ai colpi del nemico vincitore. Non fu vera lotta: il Romano imbaldanzito disse: «Due ne ho offerti ai Mani dei fratelli; il terzo lo offrirò alla causa di questa guerra, affinché i Romani comandino sugli Albani». Fattosi sopra l’avversario, che a stento reggeva le armi, gli piantò la spada nella gola, e ne spogliò il cadavere. I Romani acclamanti e festanti accolgono l’Orazio con gioia tanto maggiore quanto più la situazione era apparsa disperata. Quindi i soldati si dedicano alla sepoltura dei compagni caduti, in un opposto stato d’animo, poiché gli uni avevano accresciuto il loro dominio, gli altri erano caduti sotto l’altrui signoria. Nel luogo dove ciascuno cadde rimangono i sepolcri, due dei Romani, in un sol punto più vicino ad Alba, tre degli Albani in direzione di Roma, disposti ad intervalli, così come si era svolto il combattimento.»

Tito Livio. Storie Vol. I 25

Infine Camilla Orazia, sorella dell’unico superstite, che era promessa in sposa a uno dei Curiazi, rimproverò veementemente il fratello e ne scoppiò una feroce lite che vide la morte di Camilla, nel tentativo del fratello di metterla a tacere. Per tale motivo i romani escogitarono un rito di purificazione, con l’Orazio che dovette passare sotto il Tigillum Sororium, un giogo che andava a perdonare il reo. Tale rito divenne poi una festa codificata che si svolgeva il primo ottobre e manteneva il medesimo nome e che andava a festeggiare la fine delle ostilità e la purificazione dagli atti di guerra.

Il sepolcro degli Orazi e Curiazi ad Albano

Vinta Alba Longa, venne presa e distrutta da Tullo Ostilio nel 673 a.C. La città era importantissima non solo per la discendenza da Enea ed Ascanio, ma anche perché sede delle importanti Feriae Latinae, in cui le città appartenenti alla confederazione latina si riunivano a sacrificare un toro bianco; in sostituzione i romani realizzarono un tempio sul Mons Albanus dedicato a Iuppiter Latiaris, Giove, al tempo di Tarquinio il Superbo. Probabilmente Alba, mai rinvenuta, si trovava nei pressi dell’attuale Monte Cavo, sulla sponda orientale del lago di Albano.

Secondo la leggenda i sepolcri degli Orazi e dei Curiazi si trovano ad Albano, in dei tumuli circolari in peperino a forma di cono che poggia su una base circolare, intorno al quale è presente un grande recinto considerato luogo dello scontro, ma probabilmente era solo un luogo di incinerazione dei cadaveri. Anche la collocazione, all’incirca del V miglio della via Appia, ricorda lo scontro avvenuto a cinque miglia descritto da Livio, ma la struttura risale alla tarda epoca repubblica, attorno al II secolo d.C.

La vicinanza con un altro Tumulo poco distante, quello degli Orazi, ricalca la descrizione di Livio, ma è possibile che la monumentalizzazione sia avvenuta in epoca successiva per commemorare l’evento, forse in epoca Augustea, dato che la struttura ricorda in parte il suo mausoleo. In ogni caso il monumento, nonostante un intervento di restauro del 1812 a opera del Valadier che però causò più danni che altro e un altro più recente partito nel 2011, vesta nell’abbandono più totale.

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