Privacy Policy La secessione della plebe del 494 a.C. | STORIE ROMANE

Tarquinio il Superbo, cacciato da Roma, cercò subito di riprendersi il trono scontrandosi coi romani alla Selva Arsia e assediando la città. L’eroica difesa del primo console Lucio Giunio Bruto, morto in battaglia, di Orazio Coclite, che da solo respinse i nemici sul ponte Sublicio mentre i romani lo abbattevano e di Gaio Muzio Scevola, il quale dimostrò la determinazione romana, resero possibile la nascita della repubblica e della famosa sigla SPQR. Tuttavia la città manifestò, subito dopo la vittoria del lago Regillo sui latini nel 496, il risentimento della plebe nei confronti dei patrizi: quest’ultimi detenevano totalmente il potere politico e i plebei erano costretti a fare la guerra per loro. 

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Secessione sull’Aventino

«La situazione si faceva poi ogni giorno sempre più grave, non solo per gli aperti disordini, ma anche, cosa molto più pericolosa, per i fenomeni di secessione e i conciliaboli segreti. Finalmente scadono dalla carica i consoli odiati dalla plebe, Servilio non accetto a nessuna delle due parti, Appio graditissimo ai patrizi. Assumono quindi il consolato Aulo Virginio e Tito Vetusio. Allora la plebe, incerta sul futuro atteggiamento dei nuovi consoli, cominciò a tenere delle riunioni notturne, parte sull’Esquilino e parte sull’Aventino, per non trovarsi sorpresa nel foro quando vi fossero da prendere decisioni improvvise, e per non agire sempre alla cieca affidandosi al caso. I consoli, ritenendo che queste riunioni segrete costituissero un pericolo, come realmente era, presentarono la questione al senato, ma non fu possibile discuterne regolarmente, da tanto tumulto e clamore generale fu accolta la proposta, essendosi i senatori indignati che i consoli volessero addossare al senato l’odiosità di un provvedimento rientrante nella competenza dell’autorità consolare. Certamente – dicevano –, se la repubblica avesse avuto dei veri magistrati, a Roma non vi sarebbero state altre adunanze se non quelle pubbliche: ora invece la repubblica veniva divisa e dispersa in mille curie ed assemblee, [poiché si tenevano riunioni anche sull’Esquilino e sull’Aventino]. Un solo vero uomo (e questo contava più che l’essere console), quale era stato Appio Claudio, in un attimo avrebbe disperso quelle congreghe. I consoli, attaccati da tali discorsi, domandarono che cosa dunque si voleva che facessero, dichiarandosi pronti ad agire non meno fermamente ed energicamente di come piacesse ai senatori; allora il senato ordinò di imporre la leva con la massima severità: nell’ozio la plebe si abbandonava alla licenza. Sciolta l’adunanza del senato i consoli salgono alla tribuna, e chiamano per nome i giovani, Nessuno rispose alla chiamata, e la folla riunita come in assemblea gridò che la plebe non poteva essere più oltre ingannata: i patrizi non avrebbero mai avuto un solo soldato, se non mantenevano le pubbliche promesse; bisognava restituire a ciascuno la libertà prima di dargli le armi, affinché combattessero per la patria e per i concittadini, non per i padroni. I consoli ben conoscevano gli ordini del senato, ma vedevano che dei senatori i quali avevano tenuto così fieri discorsi fra le pareti della curia nessuno ora era presente ad assumere la sua parte di impopolarità. La lotta con la plebe appariva più che mai dura; perciò prima di ricorrere ai mezzi estremi decisero di consultare nuovamente il senato. Allora corsero in massa presso i seggi dei consoli i patrizi più giovani, invitandoli a rinunciare al consolato e a deporre quell’autorità che non avevano il coraggio di far rispettare. Dopo aver tentato invano due opposte vie, i consoli infine dissero: «O padri coscritti, perché non possiate dire di non essere stati messi sull’avviso, sappiate che siamo in presenza di una grande rivolta. Chiediamo che coloro i quali maggiormente ci accusano di viltà ci assistano mentre teniamo la leva. Dal momento che così volete, agiremo secondo i desideri dei più accesi fra voi». Tornano alla tribuna, e fanno chiamare intenzionalmente un giovane di leva che vedono essere fra i presenti. Non avendo egli dato risposta, ed essendosi raccolto intorno a lui un gruppo di uomini decisi a proteggerlo da un’eventuale violenza, i consoli mandano un littore ad arrestarlo. Anche questo essendo stato respinto, allora i senatori che stanno al fianco dei consoli gridando al misfatto inaudito corrono giù dalla tribuna per venire in aiuto al littore. Ma essendosi l’impeto della folla rivolto dal littore, a cui era stato soltanto impedito l’arresto, contro i senatori, la rissa fu sedata dall’intervento dei consoli; in essa comunque non essendosi ricorso né alle pietre, né alle armi, fu maggiore il chiasso e il furore che il danno. Il senato, convocato fra la grande agitazione, tenne una seduta ancor più agitata; alla richiesta degli aggrediti che si aprisse un processo, i più accesi rispondevano più con grida e baccano che con ragionate opinioni. Finalmente, quando le ire si furono un po’ quietate, dopo i richiami indignati dei consoli, che dicevano esservi non maggior saggezza in curia che in piazza, si cominciarono a consultare con ordine i senatori. Tre furono i pareri. Publio Virginio proponeva che non si prendessero provvedimenti generali, e si considerasse solo il caso di coloro che indotti dalle promesse del console Publio Servilio avevano militato nella guerra contro i Volsci, gli Aurunci e i Sabini. Tito Larcio diceva che non era quello il momento di ricompensare soltanto il merito; tutta la plebe era sommersa dai debiti, e non si poteva porre rimedio se non si provvedeva per tutti: ché anzi, se fosse stata usata disparità di trattamento, la discordia anziché placarsi si sarebbe ancor più accesa. Appio Claudio, già crudele di natura, ed ora eccitato ancora dall’odio della plebe da un lato, dalle lodi dei patrizi dall’altro, disse che tanto disordine era causato non dalla miseria, ma dalla licenza, e che la plebe aveva più insolenza che forza. Tutto il male era sorto dal diritto di appello: i consoli infatti potevano solo minacciare, non comandare, dal momento che era lecito ai colpevoli appellarsi presso i loro complici. «Orsù dunque», disse «nominiamo un dittatore, contro il quale non c’è possibilità di appello, e subito si calmerà questo furore che ora avvampa per ogni dove. Allora provi qualcuno a respingere il littore, quando saprà che quell’uomo di cui egli offende la maestà ha lui solo il diritto di condannarlo e metterlo a morte». A molti la proposta di Appio sembrava terribile e crudele, come era in realtà, ma d’altra parte quelle di Virginio e di Larcio parevano creare un precedente dannoso, e soprattutto quella di Larcio ritenevano che fosse tale da distruggere interamente il credito. La soluzione di Virginio sembrava rappresentare un compromesso equo e soddisfacente per entrambe le parti; ma lo spirito di parte e la considerazione degli interessi privati, che sempre furono e saranno di danno nelle pubbliche deliberazioni, fecero prevalere Appio, e già si stava per nominare proprio lui dittatore, la qual cosa avrebbe alienato irremissibilmente gli animi della plebe in un momento assai delicato, poiché i Volsci, gli Equi e i Sabini proprio allora stavano prendendo contemporaneamente le armi. Ma i consoli e i senatori anziani si adoperarono perché quel potere, di sua natura violento, fosse affidato ad un uomo moderato: e fu nominato dittatore Manio Valerio figlio di Voleso. La plebe, per quanto vedesse che il dittatore era stato nominato contro di lei, tuttavia non temeva nulla di severo né di arrogante da parte di quella famiglia, poiché la legge sul diritto di appello le era stata concessa proprio dal fratello del dittatore. Rassicurò poi ancor di più gli animi un editto del dittatore che all’incirca ripeteva quello del console Servilio; ma pensando che questa volta vi fosse ragione di prestarvi fede, tenendo conto sia della persona che della carica rivestita, deposta l’opposizione risposero al bando di leva. Si raggiunsero gli effettivi di dieci legioni, un esercito numeroso come non era mai stato per l’addietro: ne furono assegnate tre ad ogni console, e quattro al dittatore. Ormai la guerra non poteva più essere differita: gli Equi avevano invaso il territorio latino. Gli ambasciatori latini chiedevano al senato che o mandassero aiuti o permettessero a loro stessi di prendere le armi per difendere i confini. Parve cosa più sicura venire in difesa dei Latini inermi, piuttosto che permettere di riprendere in mano le armi, e fu mandato in loro soccorso il console Vetusio. Subito cessarono le scorrerie: gli Equi si ritirarono dalla pianura, e confidando più nella natura dei luoghi che nelle armi, si tennero al sicuro dietro il riparo delle alte catene montuose. L’altro console mosse contro i Volsci, e per non consumare inutilmente il tempo come Vetusio, dedicandosi al saccheggio delle campagne spinse il nemico ad avvicinare il campo e ad accettar battaglia campale. Entrambi gli eserciti si schierarono a battaglia davanti alle loro trincee, nella pianura che si stendeva fra i due accampamenti. I Volsci erano alquanto superiori di numero, perciò iniziarono il combattimento gettandosi all’attacco baldanzosi. Il console romano non fece avanzare lo schieramento, ma ordinò ai suoi che senza levare il grido rimanessero immobili con le lance piantate a terra: quando il nemico fosse giunto a contatto, allora scattando con la massima energia avrebbero iniziato la lotta con le spade. Quando i Volsci, già stanchi per la corsa e per il vociare, si gettarono addosso ai Romani che sembravano paralizzati dal terrore, e sentirono su di sé l’improvviso urto nemico e videro davanti agli occhi il lampeggiare delle spade, non altrimenti che se fossero caduti in un agguato atterriti volsero le spalle; ma non ebbero neppure la forza sufficiente per fuggire, poiché erano venuti alla lotta correndo. I Romani invece, che all’inizio della battaglia erano rimasti fermi, essendo freschi di forze raggiunsero con facilità i nemici stanchi, presero d’assalto il campo, e privato il nemico degli accampamenti lo inseguirono fino a Velletri, irrompendo nella città in un’unica schiera, i vincitori mescolati ai vinti; e qui la strage estesa indistintamente ai cittadini di ogni sesso e di ogni età fu maggiore che nella battaglia vera e propria. Furono risparmiati soltanto pochi, che deposte le armi si arresero.»

T. LIVIO, ab urbe condita libri, ii, 27-30

La fondazione della repubblica però non aveva appianato i contrasti interni, esplosi dopo la travolgente vittoria del lago Regillo contro i latini nel 496 a.C. Non c’era concordia tra patrizi, che formavano la classe senatoria e ricca, che otteneva le cariche pubbliche e i comandi militari e i plebei, che erano richiamati alle armi senza però poterne condividere gloria e ricchezze.

«Nonostante questo triplice successo sui fronti di guerra, l’attenzione dei patrizi e dei plebei non si era allontanata dagli eventi interni: a tal punto con la loro influenza e le loro arti i capitalisti che praticavano l’usura avevano preparato il terreno per mandare a vuoto le speranze non solo della plebe, ma anche del dittatore stesso. Infatti Valerio, dopo il ritorno del console Vetusio, fra tutte le proposte da discutere in senato presentò per prima quella in favore del popolo vincitore, e pose all’ordine del giorno la questione dei debitori asserviti; ma la sua proposta essendo stata respinta disse: «Non sono gradito come promotore di concordia, ma presto desiderete, ve lo assicuro in nome di Giove, che la plebe romana abbia dei sostenitori come me. Per quel che concerne me personalmente, io non ingannerò più oltre i miei concittadini, né rimarrò dittatore invano. La discordia intestina e la guerra esterna sono stati i motivi che hanno resa necessaria alla repubblica questa magistratura; la pace all’esterno è stata raggiunta, ma in patria viene ostacolata; preferisco intervenire nella guerra civile come privato cittadino piuttosto che come dittatore». Uscito così dalla curia abdicò alla dittatura; alla plebe apparve chiaro che si era dimesso dalla carica perché sdegnato del trattamento usatole; perciò lo accompagnarono a casa con acclamazioni e parole di lode, come se avesse adempiuto alle sue promesse, poiché non era dipeso da lui se la parola non era stata mantenuta.»

T. LIVIO, ab urbe condita libri, ii, 31

Nel 494 a.C. Meneio Agrippa ottenne, dopo una prima secessione del popolo sull’Aventino (secondo Floro sarebbero state nel 494-493; 451-449; 445; 376-371), che la plebe si potesse riunire in una sua assemblea, il concilium plebis, e che potesse eleggere due tribuni della plebe (alla fine della repubblica saranno dieci).

«Allora i senatori furono presi dal timore che, se fosse congedato l’esercito, di nuovo avessero luogo riunioni segrete e complotti. Perciò, quantunque la leva fosse stata ordinata dal dittatore, considerando tuttavia i soldati come legati ancora dal giuramento, poiché avevano giurato nelle mani dei consoli, col pretesto di una nuova guerra da parte degli Equi ordinarono di far uscire le legioni dalla città. Questo fatto affrettò la rivolta. Si dice che dapprima abbiano pensato di uccidere i consoli, in modo da essere sciolti dal giuramento, ma resi edotti poi che con un delitto non si poteva in alcun modo estinguere un obbligo religioso, per consiglio di un certo Sicinio contro gli ordini dei consoli si ritirarono sul monte Sacro, che si trova al di là del fiume Aniene, a tre miglia da Roma; questa versione è più diffusa dell’altra, sostenuta da Pisone, secondo cui la secessione sarebbe avvenuta sull’Aventino. Qui, posto il campo senza comandanti né vallo né fossa, non prendendo altra cosa se non il necessario per il vitto, rimasero tranquilli alcuni giorni, senza recar molestia e senza essere molestati. Grande era lo sgomento in città, e gli animi di tutti erano sospesi per il reciproco timore. La plebe abbandonata dai suoi uomini temeva violenze da parte dei patrizi: i patrizi temevano la plebe rimasta in città, e non sapevano se desiderare che restasse o se n’andasse. Fino a quando poi sarebbe rimasta tranquilla quella turba che aveva operato la secessione? Che cosa sarebbe avvenuto, se nel frattempo fosse sorta una guerra esterna? Nessuna speranza davvero rimaneva se non nella concordia dei cittadini: questa doveva essere ristabilita in città a qualsiasi condizione. Fu deciso dunque di mandare a trattare con la plebe Menenio Agrippa, uomo eloquente e caro al popolo, essendo di origine plebea. Questi introdotto nel campo si dice abbia fatto semplicemente questo racconto, col primitivo e rozzo modo di parlare di quell’epoca: «Nel tempo in cui nell’uomo le membra non erano tutte in piena armonia, come ora, ma ogni membro aveva una sua facoltà di parlare e pensare, le altre parti del corpo, indignate che le loro cure, le loro fatiche e i loro servizi fornissero ogni cosa al ventre, mentre il ventre, standosene tranquillo nel mezzo, non faceva altro che godere dei piaceri a lui offerti, fecero tra loro una congiura decidendo che le mani non portassero più il cibo alla bocca, la bocca non lo ricevesse, i denti non lo masticassero. Mentre con questa vendetta volevano piegare il ventre con la fame, esse stesse ad una ad una e il corpo intero furono ridotti ad un’estrema consunzione. Di qui risultò evidente che anche l’ufficio del ventre non era inutile, e che era bensì nutrito, ma anche nutriva, restituendo per tutte le parti del corpo quel sangue, in virtù del quale viviamo ed abbiamo vigore, diviso ugualmente per le vene ed opportunamente trasformato dalla digestione del cibo». Con questo esempio, paragonando la sedizione interna del corpo all’ira della plebe contro i patrizi, riuscì a piegare gli animi. Cominciarono allora le trattative per il ritorno della concordia, e nei patti fu accordato alla plebe di avere propri magistrati inviolabili, ai quali era riconosciuto il diritto di intercedere in favore della plebe contro le decisioni dei consoli, e fu stabilito che nessun patrizio potesse accedere a quella magistratura. Così furono nominati due tribuni della plebe, Gaio Licinio e Lucio Albino. Essi si scelsero tre colleghi, e risulta che fra questi vi era Sicinio, il promotore della rivolta: sui nomi degli altri due non c’è accordo fra gli storici. Alcuni sostengono che sul monte Sacro furono nominati solo due tribuni, e che ivi fu giurata la legge sacrata. Durante la secessione della plebe avevano assunto il consolato Spurio Cassio e Postumio Cominio. Sotto il loro consolato fu conchiuso un trattato con i popoli latini; uno dei consoli rimase a Roma per stipulare il trattato, l’altro mandato in guerra contro i Volsci sconfisse e mise in fuga i Volsci Anziati; ricacciatili nella città di Longula, senza dar loro tregua s’impadronì della città stessa. Subito dopo conquistò Polusca, altra città volsca, e poi con grande vigore si rivolse ad attaccare Coriolos. Vi era allora nel campo romano fra le file della nobiltà Gneo Marcio, giovane pronto di mano e d’ingegno, che fu poi soprannominato Coriolano. L’esercito romano che assediava Corioli, mentre era tutto rivolto contro i difensori rinchiusi nella città, senza alcun sospetto di una guerra proveniente dall’esterno, essendo stato assalito all’improvviso da un esercito volsco partito da Anzio, e contemporaneamente avendo operato una sortita gli assediati, in quel momento per caso Marcio si trovava in un posto di guardia avanzato. Egli con un manipolo di soldati scelti non solo rintuzzò l’impeto di coloro che tentavano la sortita, ma attraverso alla porta spalancata animosamente penetrò fra le prime case della città, vi seminò la strage, e afferrata a caso una torcia appiccò il fuoco agli edifici vicini alle mura. Le grida degli assediati, miste ai lamenti delle donne e dei fanciulli che si levarono per l’improvviso terrore, come suole avvenire, diedero animo ai Romani e sgomentarono i Volsci, quasi fosse ormai presa la città in soccorso della quale erano venuti. Così furono disfatti i Volsci Anziati, e fu presa la città di Corioli; Marcio con la sua gloria tanto oscurò la fama del console, che se il trattato coi Latini, scolpito sulla colonna di bronzo, non rimanesse a testimoniare che il patto fu conchiuso dal solo Spurio Cassio, perché il collega era assente, si sarebbe perduto il ricordo che Postumio Cominio aveva condotto la guerra contro i Volsci. Nello stesso anno morì Menenio Agrippa, uomo egualmente caro per tutta la sua vita sia ai patrizi che ai plebei, e dopo la secessione divenuto ancor più caro alla plebe. A lui, mediatore e negoziatore della concordia fra i cittadini, ambasciatore dei patrizi presso la plebe, artefice del ritorno della plebe romana nella città, mancarono i denari necessari per il funerale; la plebe provvide alle spese della sepoltura contribuendo con un sestante a persona.»

T. LIVIO, ab urbe condita libri, ii, 32-33

Le decisioni dell’assemblea del popolo erano chiamati plebisciti e non avevano potere vincolante né per i comizi né per il senato, ma i tribuni, sacri e inviolabili, possedevano anche il diritto di veto e potevano dunque ostacolare azioni del senato considerate ostili alla plebe. Successivamente per compensare l’impossibilità di eleggere magistrati tra i plebei e in particolare consoli, vennero creati i tribuni militum consulari potestate, che tra il 444 a.C. e il 367 a.C., in numero da due a sei, sostituivano i consoli qualora i comizi volessero almeno un plebeo al comando.

A Roma la schiavitù per debiti perdurò a lungo e ciò influenzò pesantemente la storia sociale della città. Le XII Tavole furono compilate dai decemviri legibus scribundis consulari imperio nel 451-450 a.C. (cioè nello stesso anno in cui Pericle chiuse l’accesso alla cittadinanza ateniese), su pressione dei tribuni della plebe, in seguito all’aspra lotta tra patrizi e plebei sviluppatasi negli anni precedenti. Quello che è più interessante riguardo la cittadinanza è che i figli venduti e poi riacquistati dal padre potevano tornare liberi, infatti si legge nella Tavola IV:

“Si pater filium ter venum duit, filius a patre liber esto”

“Se un padre vende un figlio per tre volte consecutive, il figlio è libero dal padre”

Subito dopo la redazione delle XII tavole, nel 449 a.C., la plebe si rafforzò ulteriormente grazie alle Leges Valeriae Horatiae, che concedevano il diritto di veto ai tribuni della plebe. Nel 445 a.C. il tribuno della plebe Canuleio riuscì a far approvare un plebiscito che divenne la lex Canuleia, la quale aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Nel 367 a.C. vennero infine approvate le Leges Liciniae Sextiae, proposte dai tribuni della plebe Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano. Oltre a limitare (nella teoria) il possesso delle terre in modo che tutti ne avessero abbastanza per vivere, si concedeva alla plebe l’accesso al consolato. Tale affermazione risulta ancora più importante se si considera che potevano appartenere alla plebe anche stranieri che avevano ottenuto la cittadinanza.

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