Privacy Policy La successione di Marco Aurelio | STORIE ROMANE

Adriano decise, dopo la morte improvvisa di Elio Cesare, adottato al principio del 138, che a succedergli sarebbe stato Tito Aurelio Fulvo Antonino (da qui il nome di Marco Aurelio Antonino), noto come Antonino Pio per la saggezza e l’epoca d’oro. Seguendo il principio dell’adozione in vigore fin da Nerva, Adriano scelse dunque uno dei più facoltosi e prestigiosi senatori della sua epoca: il nonno era stato prefectus urbis e console due volte, l’altro proconsole d’Asia e due volte consoleAntonino aveva ricoperto il consolato nel 120 e ed era stato proconsole d’Asia, inoltre faceva parte del prestigioso consilium principis (un senato ristretto). Ma Antonino avrebbe dovuto adottare Marco Aurelio e Lucio Vero, che sarebbero infatti diventati imperatori nel 161, alla morte di Antonino, sebbene Marco Aurelio ebbe fin da subito una posizione di primato fra i due. Sposò la figlia di Faustina, Faustina minore, rafforzando così il legame con Antonino, nel 145 d.C. I due erano cugini (la madre Faustina era la zia di Marco Aurelio) e lei divenne Augusta nel 147 d.C.

Le guerre marcomanniche

Il principato di Marco Aurelio e Lucio Vero era iniziato nel migliore dei modi: la guerra partica era stato un trionfo. Tuttavia i romani contrassero a Seleucia la terribile peste antonina, che venne riportata in tutto l’impero dai soldati di ritorno. Nel frattempo, lungo il Danubio premevano altre popolazioni: i quadi e i marcomanni.  I barbari avevano cominciato a premere lungo i confini del Reno e del Danubio, pressati dal altre popolazioni germaniche orientali e settentrionali. I catti avevano invaso la Germania nel 162 ma erano stati respinti; nel 166 i marcomanni attraversarono il Danubio. Una coalizione di popolazioni barbari composta da quadi, marcomanni, sarmati, iazigi e altri attaccarono la Pannonia alla ricerca di terre e sicurezze. La frontiera all’epoca era insicura per via delle numerose vexillationes inviate in oriente per la guerra partica e la peste antonina. Lucio morì nel 169 e Marco rimase unico imperatore. Nel frattempo, i romani, sconfitti, subirono l’assedio di Aquileia da parte dei barbari: era dall’epoca di Mario che popolazioni barbare non penetravano in Italia.

Marco e Lucio

Marco Aurelio fu costretto a misure straordinarie, compreso l’arruolare nuove legioni e reclutare schiavi e gladiatori. L’imperatore difese l’Italia e poi passò all’offensiva, con una violenta avanzata anche oltre il Danubio, costringendo l’imperatore filosofo a restare in guerra, lontano da Roma per anni. Nel frattempo, circolata la falsa notizia della grave malattia di Marco Aurelio, Avidio Cassio – divenuto governatore d’Egitto – era stato acclamato imperatore nel 175. Ma Marco stava bene e voleva risolvere la questione pacificamente. Tuttavia il senato dichiarò Avidio hostis publicus e quest’ultimo venne ucciso dai suoi stessi soldati.

Nel 177 Marco Aurelio, dopo il rifiuto alla porpora di Claudio Pompeiano, secondo marito della figlia Lucilla (che era vedova di Lucio Vero), aveva violato la tradizione quasi centenaria del principio dell’adozione, associando al trono il figlio Commodo. Infine Marco passò all’offensiva totale, attraversando il Danubio, con il progetto di annettere i territori oltre il fiume, con la costruzione di forti romani oltre il limes. Tuttavia nel 180 si ammalò gravemente, forse colto anch’egli dalla peste antonina.

Commodo

«Marco era così generoso verso i suoi famigliari che, se concesse a tutti i parenti le insegne di tutti quanti i titoli onorifici, al figlio, e per di più a uno come Commodo – scellerato e depravato –, si affrettò a conferire l’appellativo di Cesare, e successivamente la dignità sacerdotale, nonché quasi subito il titolo di imperatore, il diritto di partecipare al trionfo, e il consolato. E in quell’occasione l’imperatore, spogliatosi della porpora, corse a piedi nel Circo, in onore del figlio, al seguito del suo carro trionfale.»

Historia Augusta, Marco Aurelio, 16, 1-2)

Marco Aurelio morì il 17 marzo del 180, gravemente malato. Si lasciò andare, seguendo la filosofia stoica che tanto amava: si spense dopo alcuni giorni di digiuno, al fronte. Il figlio Commodo, ben più avvezzo a mollezze del padre, decise di firmare una frettolosa pace e tornare a Roma a godersi i giochi gladiatori. Pompeiano cercò di farlo desistere, senza riuscirci:

«Ragazzo e pure Imperatore, è assolutamente ragionevole per voi tornare a rivedere la vostra terra natale. Noi stiamo troppo attanagliati dalla fame per vedere quello che abbiamo lasciato a casa. Ma più importanti e urgenti questioni si trovano qui e si frappongono a quel desiderio. Per il resto della tua vita potremo avere quel godimento delle cose a casa; e per questo motivo, dove si trova l’imperatore si trova anche Roma. Ma lasciare questa guerra incompiuta è sia una disgrazia sia pericoloso. Questo atteggiamento aumenterebbe l’audacia dei barbari; non crederanno che vogliamo tornare a casa nostra, ma piuttosto ci accuseranno di una vile ritirata. Dopo che avrete conquistato tutti questi barbari ed esteso i confini dell’impero fino ai mari del Nord, sarà glorioso poter tornare a casa per festeggiare il tuo trionfo, conducendo come prigionieri i re barbari e i loro governanti. I Romani che ti hanno preceduto sono diventati famosi e hanno guadagnato la gloria in questo modo. Non c’è alcun motivo di temere che qualcuno a casa possa prendere il controllo. I più illustri senatori sono qui con voi; le truppe imperiali sono qui per proteggerti; tutti i fondi provenienti dai depositi imperiali sono qui; e infine, la memoria di tuo padre ha vinto per te la fedeltà eterna e la gratitudine dei tuoi sudditi.»

Erodiano, Storia di Roma dopo Marco Aurelio, I, 6, 4-6

Commodo decise di abbandonare le conquiste del padre oltre il Danubio e di ritornare a Roma. Era stato nominato Cesare e aveva ricevuto la tribunicia potestas nel 177. Strinse la pace con i barbari, contro i consigli dei collaboratori paterni e fermò le persecuzioni contro i cristiani che c’erano state sotto il padre. Probabilmente diversi dei suoi collaboratori lo erano.

Commodo

Tuttavia il suo atteggiamento libertino e l’amore per i giochi e gli spettacoli, e la poca cura che riponeva nel governo, spinse la sorella Lucilla e il consolare Ummidio Quadrato, a organizzare una congiura, fallita, per eliminarlo:

«Le scelleratezze della vita di Commodo spinsero Quadrato e Lucilla a ordire una congiura per ucciderlo, non senza la complicità del prefetto del pretorio Tarrutenio Paterno. L’incarico di eseguire l’attentato venne affidato ad un parente, Claudio Pompeiano. Questi, entrato alla presenza di Commodo col pugnale sguainato e avendo l’occasione buona per agire, se ne venne fuori con queste parole: «Il senato ti manda questo pugnale», svelando così stupidamente il complotto e fallendo l’attuazione della congiura, nella quale erano implicate, oltre a lui, molte persone. Dopo di ciò furono messi a morte prima Pompeiano e Quadrato, poi Norbana e Norbano, nonché Paralio; la madre di questo e Lucilla vennero mandate in esilio.»

Historia Augusta, Commodo, 4, 1-4

La congiura, avvenuta nel 182, era fallita. Ma da allora Commodo, sconsolato, si ritirò dagli affari pubblici, che delegava ad altri, preferendo dedicarsi agli spettacoli gladiatori, che amava oltremodo. Messi da parte gli affari pubblici, Commodo cominciò a passare sempre più tempo nel Colosseo, fino a voler scendere lui stesso nell’arena, azione considerata infamissima, in quanto chi vi partecipava era solitamente uno schiavo. Non solo, partecipava ai combattimenti travestito da Ercole, con una clava e una pelle di leone.

Commodo era ormai impazzito e, racconta Cassio Dione, in un’occasione decapitò uno struzzo e procedette verso i senatori seduti con la sua testa in una mano e il gladio nell’altra, limitandosi a scuotere la testa e sghignazzare. Fu proprio la prontezza di Cassio Dione a salvare tutti; infatti prese una foglia dell’alloro che aveva in testa e prese a masticarla, facendo cenno agli altri di imitarlo, in modo da nascondere il riso (Cassio Dione, Storia Romana, 72, 21, 2).

Alla fine, dopo diverse congiure sventate, Commodo fu strangolato da Narciso, il gladiatore con cui si allenava, dopo un primo tentativo di avvelenarlo. La congiura era stata organizzata da Marcia, concubina dell’imperatore, e Emilio Leto, prefetto al pretorio. Pare che un ragazzino con cui giocava l’imperatore, ribattezzato da lui Filocommodo, trovò un foglietto di carta, e non sapendo leggere lo usava per giocare. Lo diede poi a Marcia, che lesse su quel foglio la lista di persone che l’imperatore voleva far uccidere, e c’era anche lei. La congiura fu organizzata rapidamente, ma riuscì (ce n’erano state diverse negli anni precedenti). Era il 31 dicembre 192 d.C. Il primo gennaio del 193 sarebbe diventato imperatore il prefetto dell’Urbe Pertinace, già comandante durante le guerre marcomanniche.

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