Privacy Policy La vera data dell'eruzione del Vesuvio | STORIE ROMANE

« Ecco il Vesuvio, poc’anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli dèi che fosse stato loro consentito d’esercitare qui tanto potere. »

MARZIALE, LIB. IV. EP. 44

L’area di Pompei era stata interessata da vari terremoti nei decenni precedenti l’eruzione del Vesuvio: nel 62 d.C. un violento terremoto aveva danneggiato gravemente la città, che era ancora non del tutto ricostruita quando avvenne l’eruzione del Vesuvio. Il mons Vesuvius era considerato dai romani un monte: in cima crescevano alberi e nulla lasciava intendere che al di sotto ci fosse la caldera di un vulcano; basti pensare che quasi due secoli prima Spartaco si era proprio accampato lì mentre fuggiva dai romani e aveva poi sorpreso e decimato nella notte le truppe di Claudio Glabro che lo assediavano.

La scomparsa di una città

« Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si apriva in diversi rami… »

Plinio il giovane, Epistularum libri, VI, 16

L’eruzione del Vesuvio è stata per secoli datata al 24 agosto del 79 d.C., sebbene molte prove (tra cui una scritta rinvenuta recentemente) lascino intendere che la data dell’eruzione fosse in autunno: alcuni hanno ipotizzato un errore di trascrizione nei manoscritti medievali di “nov.” – november – in september, e quindi postdatato l’eruzione al 24 ottobre, anche in base a rinvenimenti come quelli di frutti tipicamente autunnali come le noci e bracieri per riscaldarsi; recentemente sembra sia stata trovata anche una moneta di Tito successiva al 24 agosto e precedente al 24 ottobre).

Intorno all’una del pomeriggio, con un boato terribile, il Vesuvio eruttò. Le sostanze eruttate per prime dal Vesuvio furono fondamentalmente pomici, quindi rocce vulcaniche originate da un magma pieno di gas e raffreddato. Mescolate alle pomici si trovano parti di rocce di altra natura che furono trasportate dal magma. Tuttavia molti morirono soffocati e/o colpiti da grandi detriti/pomici. Infine, chi sopravviveva, spesso messosi in salvo negli edifici, ne rimaneva vittima quando questi crollavano sotto il peso dei detriti e delle pomici. Chi si era dato prontamente alla fuga verso Nocera si era salvato, chi aveva scelto il mare no: infatti il vento tirava in direzione di Stabia ed Ercolano.

Gli abitanti di quest’ultima, affollati sulla banchina e in attesa dell’arrivo della flotta romana ormeggiata a Miseno, non molto distante, venne investita da una nube ardente che li polverizzò. La testimonianza più rilevante della tragedia è quella di Plinio il Giovane, testimone quasi oculare, dato che si trovava in quei giorni a Miseno, a poca distanza da Pompei ed Ercolano. Lo zio, comandante della flotta romana, di stanza a Capo Miseno, si era diretto ad Ercolano per andare ad aiutare la famiglia dell’amico Cesio Basso: egli provò a raggiungere la località vesuviana via mare, ma fu costretto a cambiare rotta, per cui si diresse verso Stabia, facendosi ospitare da Pomponiano.

Tuttavia, anche Stabia fu investita dall’eruzione (il vento spingeva nella direzione dove si trovava Plinio) e, soffocato dai vapori tossici, Plinio il Vecchio morì. In una seconda lettera a Tacito descrisse ciò che accadde a Miseno. Egli racconta delle scosse di terremoto avvenute giorni prima, e la notte dell’eruzione le scosse «crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa […] si rovesciasse». Inoltre, pareva che «il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra», così che «la spiaggia s’era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco».

« Crederanno le generazioni a venire […] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono? »

STAZIO, SILVARUM LIBER III

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