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Il 25 luglio del 306 a York le truppe acclamavano imperatore il figlio del defunto Augusto Costanzo Cloro, Costantino: avevano appena reso imperatore colui che porterà il cristianesimo a religione “di stato”. Nello stesso tempo in Italia Massenzio, figlio di Massimiano, ex augusto d’occidente (collega di Diocleziano), si era impadronito nel potere, vantando analoghe pretese in quanto figlio dell’Augusto: il sistema tetrarchico era sopravvissuto appena un anno all’abdicazione di Diocleziano.

Nel III secolo la religione pagana si era fortemente trasformata, sull’influsso dei culti di origine orientale, le sue caratteristiche pubbliche e ritualistiche avevano sempre più perso di significato di fronte a una più intensa e personale spiritualità. Si stava diffondendo un sincretismo tendente al monoteismo.

Una forte spinta al sincretismo fu data dall’imperatore Aureliano , con l’istituzione del culto ufficiale del Sol Invictus (“Sole Invincibile”), con elementi tratti dal mitraismo e di altri culti solari di origine orientale. Diocleziano inoltre aveva imposto una forte persecuzione verso i cristiani e riportato in auge il culto di divinità come Giove e semi-divinità come Ercole.

La battaglia di Ponte Milvio

Piero_della_Francesca_038-costantinoDopo una lunga marcia e alcune battaglie vittoriose, tra cui Torino e Verona, Costantino giunse alle porte di Roma, dove Massenzio aveva deciso di aspettarlo. Con ogni probabilità quest’ultimo aveva un numero di forze maggiori, anche se i numeri forniti da Zosimo appaiono esagerati (90.000 fanti e 8.000 cavalieri per Costantino; 170.000 fanti e 18.000 cavalieri per Massenzio, tra i quali ben 80.000 italici); sembrerebbe più attendibile la stima dei Panegyrici latini, che racconta di 40.000 uomini per Costantino e 100.000 per Massenzio. In ogni caso Costantino partiva numericamente svantaggiato.

Secondo Lattanzio Costantino ebbe una visione in cui Cristo lo esortava ad apporre un segno sugli scudi dei propri soldati, uno staurogramma, ossia una croce latina con la parte superiore cerchiata come una P.

Eusebio riporta due versioni. La prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, afferma esplicitamente che il dio cristiano abbia aiutato Costantino, ma non menziona nessuna visione. Nella Vita di Costantino Eusebio racconta che Costantino stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “eν tουτω nικα”, reso in latino come in hoc signo vinces, ossia “con questo segno vincerai”. Inizialmente insicuro del significato, Costantino ebbe nella notte un sogno nel quale Cristo gli spiegava di usare il segno della croce contro i suoi nemici.

Eusebio poi descrive il labarum, lo stendardo usato da Costantino (e poi divenuta l’insegna imperiale romana) nella guerra civile contro Licinio, recante il segno ‘chi-rho‘ (le prime due lettere di Cristo in greco).

Massenzio dispose i suoi soldati nei pressi di Saxa Rubra con il Tevere alle spalle e fece costruire un ponte di legno alle sue spalle. Probabilmente era convinto che con il fiume alle spalle avrebbero combattuto con più furore (secondo Nazario i soldati dell’ultima fila avevano i piedi nell’acqua; con ogni probabilità Massenzio dubitava delle fedeltà di molti e in questo modo li costrinse a combattere), e che la località poco pianeggiante avrebbe sfavorito la cavalleria del suo rivale ma non fu così.

Costantino attaccò furiosamente i fianchi di Massenzio, guidando personalmente la cavalleria (secondo Nazario indossava un’armatura, uno scudo e un elmo dorato) mettendoli in fuga, dopodiché attaccò lateralmente la fanteria. Quest’ultima andò in rotta e rimasero a tenere il campo i soli pretoriani, che furono trucidati (Costantino ne sciolse il corpo per vendicarsi e non furono più ricostruiti); pare che i loro corpi furono ritrovati esattamente sul posto in cui avevano combattuto. Massenzio, in fuga, finì annegato nel Tevere poiché il ponte non resse il peso di tanti uomini in fuga e crollò.

Costantino non rimase a lungo a Roma. Il senato comunque gli dedicò un arco di trionfo, attualmente di fronte al Colosseo. Vietò i sacrifici e proibì la crocifissione. Uccise i parenti di Massenzio e sciolse la guardia pretoria senza più riformala. Al suo posto vennero istituite le scholae palatinae, fatte di molti elementi germanici. Al contempo riformò l’esercito, affidandolo a un magister militum (per la fanteria) e un magister equitum (per la cavalleria) e facendo una netta distinzione tra truppe di frontiera (limitanei) e di “movimento” (comitatensi). Infine immise molti barbari nell’esercito (in primis il re alemanno Croco, che lo aveva appoggiato) e anche nei suoi comandi.

Queste misure, sebbene nell’immediato lo aiutassero a ristabilire l’ordine, nel lungo periodo furono deleterie: il numero di barbari nell’esercito divenne sempre maggiore (e anche nei suoi comandi) e dopo Adrianopoli fu la stragrande maggioranza; i limitanei venivano spesso lasciati sulla frontiera, in balia di loro stessi, perdendo sempre più affezione e lealtà verso il governo centrale, mentre le truppe comitatensi restavano spesso inoperose. Un simile esercito, per quanto ancora il migliore che esistesse al tempo, non fu in grado di reggere, nel V secolo, alla migrazione e invasione di popolazioni barbariche in occidente, portando al collasso dell’impero nel 476.



Il primo imperatore cristiano

« Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. »

Lattanzio, De mortibus persecutorum, XLVIII

Le monete coniate da Costantino forniscono indirettamente notizie sull’atteggiamento pubblico di Costantino verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di Cesare, alcune emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al Genio del Popolo Romano»

Statua di Costantino a York

Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di Ponte Milvio le zecche orientali  continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore»; nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali continuarono a coniare monete dedicate «al Sole invitto compagno» e, in alcuni casi anche «a Marte salvatore» e «a Marte Protettore della Patria».

Verso il 319 la maggior parte delle zecche sia in oriente sia in occidente passarono a emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la legenda «Liete vittorie al principe perpetuo». E’ conosciuto un medaglione d’argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l’elmo piumato dell’imperatore, coniato a Pavia nel 315.

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Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo appunto di Licinio, e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia le immagini del sole invitto sia la corona radiata.

Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato tra l’imperatore e la divinità.

Costantino cercava forse di riavvicinare i culti presenti nell’impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare furono fatte coincidere. Il giorno natale del Sole e del dio Mitra, il 25 dicembre, divenne anche quello della nascita di Gesù. Continuarono a essere eretti templi pagani.

La donazione di Costantino

Nonostante la simpatia di Costantino per i cristiani mantenne la carica di pontefice massimo; carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto. Lo stesso fecero i suoi successori fino al 375. Si sviluppò una leggenda, nota tramite l’Actus Silvestri, la vita di san Silvestro, secondo cui Costantino, dopo la battaglia di Ponte Milvio, avrebbe donato a papa Silvestro I Roma e per estensione tutto l’impero d’occidente.

Nel medioevo, attorno alla metà dell’ VIII secolo, nacque la cosiddetta Donazione di Costantino, il “Constitutum Constantini“,  che, basandosi sulla vita (falsa) di papa Silvestro, giustificava il potere temporale del papato.

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La donazione di Costantino

Il documento era nato per salvare il papato dall’avanzata del re longobardo Astolfo che nella metà dell’VIII secolo aveva quasi riunito l’Italia peninsulare in un unico regno.

Chiesto l’aiuto dei franchi, che vinsero con Carlo Magno i longobardi, nessuno fu in grado di dimostrare la falsità del documento, sia per carenze giuridiche che storiche che paleografiche.

Ovviamente il documento era un falso (sarebbe bastato mostrare come nelle monete dell’impero d’occidente fino al 476 sia raffigurato l’imperatore e quindi il papa non aveva alcun potere).

Nel 1440 il filologo italiano Lorenzo Valla dimostrò in modo inequivocabile – su basi storiche, filosofiche e giuridiche – la falsità del documento nella sua opera De falso credita et ementita Constantini donatione.

Conversione

Costantino ricevette il battesimo cristiano solo in punto di morte dal vescovo ariano Eusebio di NicomediaAlcuni storici, però, ritengono che questo racconto possa essere stato tramandato per motivi politico-religiosi e propagandistici.

Sebbene il battesimo in un punto di morte fosse un’usanza del tempo, quando non era ancora riconosciuto il sacramento della confessione, è legittimo muovere più di un dubbio sulla reale fede di Costantino e se la sua non fosse solo opportunità politica: il cristianesimo permetteva la creazione di una religione di stato, unica, incrollabile e incontrovertibile.

Violazione dei giochi gladiatori?

E’ diffusa tra molti l’idea che Costantino abbia vietato i combattimenti gladiatori per primo e che poi questi siano scomparsi nel V secolo. In realtà questo non corrisponde al vero, in quanto ancora sul finire del IV secolo abbiamo il racconto di Sant’Agostino che partecipa a uno spettacolo nel Colosseo e si appassiona, per quanto il suo animo cristiano non vorrebbe. Costantino proibì la damnatio ad ludum, non gli spettacoli: tale usanza, che prevedeva la condanna a morte combattendo nell’arena, lasciava la possibilità al condannato che si combatteva bene di sopravvivere alla sentenza e questo l’imperatore non lo voleva. Non un usanza misericordiosa quindi, anzi, ma avere la certezza di morte in caso di condanna capitale. L’errore nasce da una cattiva interpretazione di un rescritto imperiale del 325 d.C., riportato nel codice Teodosiano, che dice “spectacula…[non placet]” (gli spettacoli non piacciono all’imperatore Costantino) [Cod. Teod. 15, 12,1; Cod. Iust. 11, 44,1], facendo però riferimento alla condanna capitale, che tale di fatto non era in molti casi. L’errore era poi corroborato da una cattiva traduzione di Eusebio dal greco per questo avvenimento [Vit. Const. 4, 25,1], in cui si legge la parola Mονομάχος, che in greco può significare gladiatore ma anche persona condannata ad ludum, e analizzando il testo si scopre che questo è il senso dato dall’autore cristiano.

Che sia stato per convinzione personale o per calcolo politico, Costantino appoggiò comunque la religione cristiana specialmente dopo l’eliminazione di Licinio nel 324, costruendo basiliche a Roma, Gerusalemme e nella stessa Costantinopoli; conferì alle chiese il diritto di ricevere beni in eredità e quelle maggiori furono dotate di vaste proprietà.

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Il sogno di Costantino prima di ponte Milvio

Diede ai vescovi vari privilegi e poteri giudiziari, quali quello di essere giudicati da loro pari ponendo le basi al principio relativo al vescovo di Roma del prima sedes a nemine iudicatur; concesse gli episcopalis audientia.

Fu in epoca costantiniana inoltre, una volta identificata la Chiesa secondo la definizione paolina di Corpus Mysticum e ritenuta capace di ricevere donazioni ed eredità, che ebbe luogo il concetto, prima sconosciuto nella legislazione romana, di persona giuridica nella successiva legislazione.

Nel 325, convocò a Nicea il primo concilio ecumenico, che lui stesso inaugurò, per risolvere la questione dell’eresia ariana: Ario, un prete alessandrino sosteneva che il Figlio non era della stessa “sostanza” del padre (ossia Dio era divino ma Cristo era soltanto umano). Tuttavia il concilio ne condannò le tesi, proclamando l’omousia, ossia la medesima natura del Padre e del Figlio.

L’imperatore si fece seppellire nella chiesa dei Santi Apostoli, a Costantinopoli (che aveva fondato l’11 maggio del 330 sull’antica Bisanzio, su sette colli, e di cui aveva tracciato il pomerium: una nuova Roma, cristiana e non pagana, di cui era il nuovo Romolo) tra le reliquie di questi ultimi, in mezzo a dodici finte tombe che li rappresentavano, come fosse un novello Cristo.




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