Privacy Policy L’assassinio di Caligola | STORIE ROMANE

Dopo un primo periodo idilliaco di governo in collaborazione con il senato, nell’ottobre del 37 Caligola venne colpito da una grave malattia. Quando si riprese non fu più lo stesso:

«Non passò molto tempo e l’uomo che era stato considerato benefattore e salvatore […] si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera»

«Affetto sin dall’infanzia dall’epilessia, nell’adolescenza, pur sopportando abbastanza la fatica, tuttavia talvolta, per collassi improvvisi, non ce la faceva neanche a camminare, stare in piedi, tirarsi su e reggersi dritto. Era consapevole egli stesso della sua debolezza mentale, tanto da pensare talvolta di ritirarsi e curarsi la mente. Si crede che la moglie Cesonia gli avesse propinato un filtro amoroso che lo aveva reso folle. Era afflitto soprattutto dall’insonnia e non dormiva mai più di tre ore a notte e neanche queste tranquille bensì agitate da incubi strani, come quando gli sembrò di vedere il fantasma del mare parlare con lui. Quindi, stufo di star disteso gran parte della notte senza dormire, soleva invocare e attendere l’alba, standosene seduto sul letto oppure percorrendo i lunghissimi porticati.»

Filone di Alessandria, De Legatione ad Gaium, 22; Svetonio, Caligola, 50

Non è chiaro quale fosse stata la causa, ma da allora il modo di governare cambiò completamente: cominciò a governare in modo assolutistico, senza tenere più in considerazione il senato, che anzi dispregiava; arrivò anche a considerare di dare il consolato al suo carissimo cavallo Incitatus:

«Per il suo cavallo Incitato faceva imporre e rispettare il silenzio, anche con l’intervento delle guardie, la sera prima della corsa, affinché non fosse disturbato. Gli donò, oltre una stalla di marmo e una greppia d’avorio, coperte di porpora e bardamenti di pietre preziose e anche una casa con tanto di servitù e mobilio, perché le persone che faceva invitare a nome del cavallo fossero ospitate assai degnamente. Si dice che volesse persino candidarlo al consolato.»

Svetonio, Caligola, 55

Fine di un despota

Caligola divenne insomma autoritario e dispotico, mettendosi contro praticamente tutti. Venne accusato di adulterio, di uccidere per divertimento, di dilapidare il tesoro pubblico (che reintegrava uccidendo senatori e intascandone le proprietà); infine giunse nel 40 a far porre per disprezzo una sua statua colossale nel tempio di Gerusalemme, causando quasi una rivolta. Si sentiva in tutto e per tutto un dio:

Dopo aver assunto vari epiteti (si faceva chiamare infatti Pio, Figlio dell’accampamento, Padre degli eserciti, Cesare Ottimo Massimo), quando sentì per caso alcuni re, giunti a Roma per rendergli ossequio, discettare durante la cena che si teneva alla sua mensa, della nobiltà di stirpe, esclamò: «Uno solo sia il sovrano, uno solo il re!». E mancò poco che si mettesse in testa immediatamente il diadema e mutasse la parvenza del principato nella forma effettiva del regno. Ma, poiché gli ricordarono che egli era andato ben oltre la grandezza dei principi e dei re, da quel momento iniziò ad attribuirsi la maestà divina. Diede incarico di portare dalla Grecia i simulacri degli dei, noti per la loro importanza religiosa o artistica, e tra questi la statua di Zeus Olimpio, e fece sostituire la testa di queste statue con la riproduzione della propria. Fece prolungare una parte del Palazzo fino al Foro e, trasformato il tempio di Castore e Polluce in vestibolo, si presentava spesso seduto tra i due Dioscuri a coloro che si recavano da lui, come terza divinità da adorare in mezzo agli altri due e alcuni lo salutavano anche come Giove Laziale. Instituí inoltre in onore del proprio nume un tempio, dei sacerdoti e vittime assai rare. Nel tempio era stata eretta una sua statua d’oro a grandezza naturale, che ogni giorno veniva avvolta da una veste identica a quella indossata da lui stesso. I cittadini più ricchi si contendevano le cariche di quel sacerdozio brigando e offrendo grandi somme di denaro per ottenerle. Le vittime erano fenicotteri, pavoni, urogalli, faraone, galli indiani, fagiani ed ogni giorno ne veniva immolata una specie diversa. Di notte poi invitava la luna piena e luminosa, con preghiere assidue, a far l’amore e a giacere con lui; di giorno invece conversava in segreto con Giove Capitolino, ora bisbigliando e porgendo a sua volta l’orecchio, ora a voce alta e lanciando improperi. Lo si udì infatti minacciare: «O tu togli di mezzo me, o io te!». Finché, supplicato, così andava dicendo, e anzi invitato a vivere con lui, fece unire il Palatino con il Campidoglio, facendo passare un ponte sopra il tempio del Divo Augusto. Subito dopo, per stargli ancora più vicino, fece gettare le fondamenta della nuova reggia proprio nell’area capitolina.

Svetonio, Caligola, 22

Ormai per il senato e anche per molti altri la misura era colma. Si temeva che nella sua pazzia nessuno fosse al sicuro. Fu così che senatori e pretoriani decisero di ucciderlo, ritenendolo troppo pericoloso per mantenerlo al comando. La congiura vide i pretoriani come esecutori materiali del delitto, ma ancora non si era deciso su chi gli sarebbe dovuto succedere, sia per incertezza, sia per paura che Gaio lo venisse a sapere anzitempo:

« Si decise di assalirlo [Caligola] in occasione dei giochi palatini a mezzogiorno, proprio quando avrebbe lasciato lo spettacolo, e la parte principale dell’azione fu reclamata da Cassio Cherea, il tribuno di una coorte pretoriana che Gaio, senza nessun riguardo per la sua età avanzata, aveva l’abitudine di insultare, come uomo molle ed effeminato: ora, quando gli chiedeva la parola d’ordine, Caligola rispondeva «Priapo» o «Venere», ora, quando, per un motivo qualsiasi, gli tendeva la mano da baciare, gli faceva un gesto o un movimento osceno. […] Il nono giorno prima delle calende di febbraio [il 24 gennaio del 41 d.C.], verso l’una, Caio [Caligola] era indeciso se andare a pranzo, avendo ancora lo stomaco in disordine per quanto aveva mangiato il giorno prima. Alla fine, persuaso dagli amici, uscì. In una galleria, che doveva attraversare, alcuni nobili giovinetti chiamati dall’Asia per rappresentare uno spettacolo in scena stavano provando. Caio si fermò a guardarli e ad incoraggiarli e, se il capo della compagnia non avesse detto che avevano freddo, avrebbe deciso di tornare indietro e far eseguire lo spettacolo. Da questo punto ci sono due versioni diverse: alcuni raccontano che, mentre stava parlando con questi ragazzi, Cherea da dietro lo colpì pesantemente alla nuca con la spada, di taglio, dopo aver detto «Colpisci!» e subito l’altro congiurato, il tribuno Cornelio Sabino, gli trafisse il torace. Secondo altri, invece, Sabino, fatta allontanare la folla da alcuni centurioni complici della congiura, aveva chiesto a Caio la parola d’ordine, secondo la consuetudine militare e, quando quello aveva risposto «Giove», Cherea da dietro aveva gridato: «Prendilo per certo» e, mentre si voltava, lo aveva colpito alla mascella. Mentre Caio a terra, con le membra contratte, gridava di essere ancora vivo, gli altri lo finirono con trenta ferite. Infatti la parola d’ordine per tutti era: «Colpisci ancora!». Alcuni gli trafissero anche i genitali. All’inizio del tumulto accorsero i portantini e anche le guardie del corpo germaniche che uccisero alcuni degli attentatori e anche alcuni senatori innocenti. Visse ventinove anni e fu imperatore per tre anni, dieci mesi e diciotto giorni. Il suo corpo fu portato di nascosto nei giardini di Lamia e, semicombusto su di un rogo allestito in gran fretta, fu coperto d’un leggero strato di terra. In seguito, le sorelle, tornate dall’esilio, lo riesumarono, lo cremarono e gli diedero sepoltura. Risulta che prima che ciò avvenisse, i custodi dei giardini erano perseguitati dai fantasmi e che, nella casa in cui era stato ucciso, non trascorse notte senza qualche motivo di terrore, finché la casa stessa non fu distrutta da un incendio. Insieme a Caio fu uccisa anche la moglie, Cesonia, trafitta da un centurione e la figlia, sfracellata contro un muro.»

SVETONIO, CALIGOLA, 56-59

Fu così che i pretoriani, d’accordo col senato, decisero di eliminare un imperatore ormai allo sbando, secondo quanto ci riporta Svetonio. D’altra parte il racconto di Tacito a riguardo, probabilmente ancorato più saldamente ai fatti, è andato perduto, in quanto raccolto tra il libri VII e X a noi non pervenuti degli Annales, per cui dobbiamo fare riferimento principalmente alla versione di Svetonio, che descrive Caligola come un pazzo assetato di potere. Se c’era certezza da parte di tutti sul voler eliminare Caio, non ce n’era alcuna su cosa sarebbe dovuto accadere dopo; infatti non c’era un successore designato e d’altronde nella famiglia giulio-claudia molti elementi erano stati assassinati o erano morti nel corso del tempo. Tra loro restava lo zio di Caio e fratello di Germanico, rimasto in disparte fin dalla tenera età in quanto zoppo e balbuziente, quasi ripudiato dalla madre e perfino tra gli ultimi nel testamento di Augusto, ma grande esperto di cultura, Claudio:

«Ritiratosi insieme agli altri, quando i congiurati che attentavano alla vita di Caio, con la scusa che l’imperatore voleva stare solo, avevano fatto allontanare la folla, era entrato in una stanzetta chiamata Ermèo. Poco dopo, terrorizzato dai rumori di quell’omicidio, strisciò fino al terrazzo adiacente e si nascose tra le pieghe della tenda della porta. Mentre se ne stava così nascosto, un soldato, che passava di lì per caso, notò i piedi, lo tirò fuori per scoprire chi fosse e, riconosciutolo, mentre quello gli si gettava ai piedi tremante di paura, lo salutò imperatore; quindi lo trascinò presso gli altri suoi commilitoni ancora tutti confusi e tremanti. Questi lo posero su di una lettiga e, poiché i suoi servitori erano scappati, portandolo a turno a spalla, lo accompagnarono sgomento e tremante fino al Castro, mentre la folla che lo incontrava provava pietà per lui, pensando che venisse ingiustamente condotto al supplizio. Lo fecero entrare nel vallo e lì trascorse la notte tra le sentinelle con speranze inferiori alla fiducia. Infatti i consoli avevano occupato il foro e il Campidoglio insieme al Senato e alle coorti urbane, con l’intenzione di restaurare la libertà repubblicana. Claudio, convocato in Senato dai tribuni della plebe per esprimere il suo parere, rispose che «era impedito da cause di forza maggiore». Il giorno seguente, però, poiché il Senato era troppo lento nel perseguire i suoi intenti, vuoi per stanchezza, vuoi per dissensi interni, e la folla d’intorno chiedeva insistentemente che le venisse dato un governatore unico e faceva proprio il suo nome, [Claudio] consentì che l’esercito, riunito in assemblea, gli prestasse giuramento. Promise a ciascuno quindicimila sesterzi e fu il primo tra i Cesari a comprare la fedeltà dell’esercito.»

SVETONIO, CLAUDIO, 10

Un pretoriano, riconosciuto Claudio nascosto dietro una tenda nel palazzo imperiale (Caligola era stato assassinato in un tunnel che portava dal Circo Massimo al Palatino), lo acclamò immediatamente imperatore: chi altri, se non un membro della famiglia imperiale, poteva garantire loro la paga? Infatti pare che il senato, riunito in assemblea, stesse già meditando se ristabilire la repubblica, e aveva il controllo delle coorti urbane. Le quali però erano di molto inferiori alle nove coorti di pretoriani stabilite dei castra praetoria, creati da Tiberio, zio di Claudio.

Fu proprio lì che venne portato, in lettiga, dai pretoriani stessi (i suoi servitori erano fuggiti per la paura). Ma, mentre Claudio passò una notte terribile, temendo di venire assassinato, il giorno seguente i pretoriani, schierati nel castra, lo acclamarono imperatore, mentre anche il popolo romano faceva pressione affinché ci fosse un nuovo Cesare. Il senato non poté fare nulla per opporsi, sia perché aveva perso troppo tempo, sia perché il popolo e i pretoriani erano dalla parte di Claudio, che decise di dare subito un donativo di 15.000 sesterzi ai pretoriani, cui doveva il potere:

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