Privacy Policy L'assedio di Iotapata | STORIE ROMANE

L’operato dei romani in Giudea non era stato dei migliori, tanto da far dire a Tacito che “la capacità di sopportazione dei giudei non andò oltre il periodo in cui fu procuratore Gessio Floro”. Fu proprio sotto di lui che scoppiò la rivolta, nel 66 d.C., dopo altre avvisaglie (come quando Caligola cercò di installare i suoi ritratti nel tempio). L’obbligo dei tributi, i sacrifici all’imperatore, il presidio romano, l’investitura del sommo sacerdote, l’amministrazione della giustizia data in ultima istanza al governatore romano, le sopraffazioni, la violazione dei precetti furono elementi che portarono la popolazione, e specialmente la frangia dei zeloti, a fomentare prima e poi far scaturire la ribellione. Nel maggio del 66 Gessio Floro confiscò parte del tesoro del tempio come contributo alla tassazione romana, provocando la ribellione di tutta la Giudea, nonostante i tentativi di riconciliazione di alcuni giudei come quello dello stesso re Agrippa II.

«Riguardo alla loro organizzazione militare, i romani hanno questo grande impero come premio del loro valore, non come dono della fortuna. Non è infatti la guerra che li inizia alle armi e neppure solo nel momento dei bisogno che essi la conducono […], al contrario vivono quasi fossero nati con le armi in mano, poiché non interrompono mai l’addestramento, né stanno ad attendere di essere attaccati. Le loro manovre si svolgono con un impegno pari ad un vero combattimento, tanto che ogni giorno tutti i soldati si esercitano con il massimo dell’ardore, come se fossero in guerra costantemente. Per questi motivi essi affrontano le battaglie con la massima calma; nessun panico li fa uscire dai ranghi, nessuna paura li vince, nessuna fatica li affligge, portandoli così, sempre, ad una vittoria sicura contro i nemici […]. Non si sbaglierebbe chi chiamasse le loro manovre, battaglie senza spargimento di sangue e le loro battaglie esercitazioni sanguinarie.»

GIUSEPPE FLAVIO, LA GUERRA GIUDAICA, III, 5.1.71-75

Una fortezza inespugnabile

«Quando divampò questo immane conflitto i romani attraversavano un periodo di difficoltà, mentre il partito rivoluzionario dei giudei era allora al culmine delle forze e dei mezzi e approfittò di quel momento di confusione per insorgere, sì che per la gravità degli sconvolgimenti la situazione in Oriente destò negli uni speranza di acquisti, negli altri timore di perdite.» 

GIUSEPPE FLAVIO, LA GUERRA GIUDAICA, I, 4, 2

Poco dopo lo scoppio della rivolta giudaica, nel 67, Vespasiano assediò la quasi inespugnabile fortezza di Iotapata, dove si era rinchiuso Giuseppe, divenuto poi Flavio. I romani costruirono un terrapieno e tormentarono con ben 160 macchine d’assedio (per questo chiamate tormenta) i difensori:

«La violenza delle baliste e delle catapulte abbatteva molti uomini con lo stesso colpo, e i proiettili si-bilanti scagliati dall’ordigno sfondavano i parapetti e scheggiavano gli spigoli delle torri. Non v’è schiera di combattenti così salda che non possa essere travolta fino all’ultima riga dalla violenza e dalla grossezza di tali proiettili. Si potrebbe avere un’idea della potenza dell’ordigno da ciò che accadde quella notte; infatti ad uno degli uomini che stavano sul muro attorno a Giuseppe un colpo staccò la testa facendola cadere lontano tre stadi. Sul far del giorno una donna incinta, appena uscita di casa, venne colpita al ventre e il suo piccolo venne proiettato a distanza di mezzo stadio: tale era la forza della balista. Più pauroso degli ordigni era il rombo, più spaventoso dei proiettili il fragore. C’era poi il tonfo dei morti che cadevano dalle mura l’uno sull’altro, e dall’interno si levava straziante il grido delle donne, cui facevano eco all’esterno i gemiti dei morenti. Tutto il settore del muro dinanzi al quale si combatteva era inzuppato di sangue, e lo si poteva scavalcare dando la scalata ai cadaveri. L’eco dei monti rendeva più pauroso il clamore, e in quella notte nulla mancò per atterrire nè l’udito né la vista. Moltissimi caddero valorosamente fra quelli che si battevano per Iotapata, moltissimi furono anche i feriti, e infine verso l’ora del cambio della guardia al mattino il muro, battuto in continuazione, cedette alle macchine. Quelli ostruirono la breccia con i loro corpi e con le armi, e continuarono a far resistenza prima che i romani potessero sistemare i ponti per dare la scalata. Verso l’alba Vespasiano, dopo aver concesso all’esercito un breve riposo dalle fatiche della notte, lo radunò per sferrare l’assalto alla città.»  

GIUSEPPE FLAVIO, LA GUERRA GIUDAICA, III, 7.22, 243-253 – 7, 24

Infine i romani apriranno una breccia nelle mura e le assalteranno da più parti con le scale, incontrando una strenua resistenza. Infatti i difensori continuavano a cercare di rispingere i romani con ogni mezzo: olio bollente, lancio di oggetti, pietre. I romani furono costretti a formare la testuggine, per poi combattere con più vigore avendo dei ricambi che invece i giudei non avevano. L’olio bollente ebbe tuttavia particolare effetto contro i romani, ma quest’ultimi non demorsero e continuarono a combattere senza sosta. Sarà Tito, seguendo le indicazioni di un disertore, a guidare una incursione notturna che permise alle legioni di penetrare in città. I romani, provati dai duri scontri, si daranno a un massacro, mentre Giuseppe, nascosto in una grotta, si salverà dal suicidio collettivo con l’inganno, dandosi poi a Vespasiano cui avrebbe predetto l’impero, ricevendo poi da lui la cittadinanza e il nome di Flavio. Grazie alla sua sopravvivenza conosciamo molti degli eventi bellici della guerra.

«Allora Giuseppe, per evitare che con i loro lamenti disanimassero i congiunti, fece rinchiudere le donne nelle case ordinando loro con minacce di fare silenzio; quindi raggiunse il posto che gli era toccato in sorte presso la breccia. Dei nemici che accostavano le scale in altri punti non si diede pensierose attese con ansia il tiro dei proiettili.  All’unisono i trombettieri di tutte le legioni lanciarono gli squilli cui rispose terrificante il grido di guerra dell’esercito, e quando a un determinato segnale vennero da ogni parte scagliati i proiettili, la luce ne restò oscurata. Memori dei suggerimenti di Giuseppe, i suoi uomini si turarono le orecchie per non sentire il grido e ripararono i loro corpi dai dardi;  poi, quando vennero accostati i ponti, si precipitarono attraverso di essi prima che vi potessero metter piede quelli che li avevano accostati e, aggrediti quelli che salivano, compirono ogni sorta di atti di valore e di eroismo, cercando nell’estrema sventura di non apparire da meno di chi si batteva senza essere ridotto alla disperazione. Sicché non si separavano dai romani se non prima di cadere morti o di averli uccisi. Però, mentre i giudei si esaurivano in quella mischia senza tregua perché non avevano chi desse il cambio in prima fila, i romani invece sostituivano quelli che erano stanchi con truppe fresche e ai respinti facevano immediatamente subentrare altri; incitandosi scambievolmente e stringendosi fianco a fianco e riparandosi sulle teste con gli scudi si disposero in una formazione compatta che raccoglieva tutti i fanti in un’unica schiera e che, costringendo i giudei a indietreggiate, ormai stava per salire sul muro. Allora Giuseppe, affidandosi in quei critici momenti all’ispirazione della necessità, che è particolarmente atta ad aguzzare l’ingegno sotto la spinta della disperazione, ordinò di rovesciare olio bollente sopra alla formazione ricoperta dagli scudi. Immediatamente i suoi uomini, che l’avevano già preparato, ne versarono in grande quantità e da ogni parte addosso ai romani, scaraventando giù infine anche i recipienti arroventati dal fuoco. Ciò mise lo scompiglio nella formazione dei romani, che piagati dalle ustioni si rotolavano giù dal muro fra atroci sofferenze; l’olio infatti s’infiltrava assai facilmente sotto le armature in tutto il corpo dalla testa ai piedi, e bruciava la carne non meno di una fiamma essendo per natura tale da riscaldarsi presto e da raffreddarsi lentamente come una sostanza grassa. Ricoperti dalle corazze e dagli elmi, quelli non avevano scampo dalle ustioni, ma saltando e contorcendosi per il dolore piombavano giù dai ponti; quanti poi si voltavano per fuggire, ne erano impediti dalla schiera dei commilitoni che premeva in avanti e offrivano un facile bersaglio ai nemici che li colpivano alle spalle. In tale frangente né ai romani mancò il coraggio né ai giudei l’avvedutezza: i primi, pur vedendo le orribili sofferenze degli ustionati, nondimeno si scagliavano contro quelli che versavano l’olio, ognuno imprecando contro chi aveva dinanzi perché ne ostacolava l’impeto; i giudei, da parte loro, con una nuova astuzia mandarono a vuoto i tentativi di scalata cospargendo il tavolato di fieno greco bollito, su cui i romani scivolavano e cadevano giù. Nessuno né di quelli che tornavano indietro né di quelli che avanzavano riusciva a restate in piedi, e alcuni, caduti sugli stessi ponti, rimasero calpestati dai commilitoni mentre un buon numero caddero sul terrapieno. Costoro vennero poi trafitti dai giudei che, liberi dalla mischia corpo a corpo dopo che i romani erano ruzzolati, li prendevano bene di mira.  I soldati avevano sofferto parecchio nell’attacco quando, verso sera, il duce li richiamò indietro.  Ne morirono non pochi e di più furono i feriti; dei difensori di Iotapata caddero sei uomini, ma vennero raccolti più di trecento feriti.  Lo scontro avvenne il venti del mese di Desio.  Vespasiano si prodigò nel consolare i soldati per le dure prove subite, e quando vide che erano inferociti e chiedevano non di essere spronati, ma di agire,  ordinò di alzare ancor più il terrapieno e, fatte costruire tre torri alte cinquanta piedi ciascuna, tutte ricoperte di ferro per renderle più stabili per il peso e inattaccabili dal fuoco, le piantò sul terrapieno e vi fece montare lanciatori di giavellotti e arcieri e le macchine lanciamissili più leggere e inoltre i più forti dei frombolieri. Costoro, senza essere visti per l’altezza e i ripari delle torri, tiravano contro quelli che stavano sul muro e che erano invece ben in vista. I giudei, non riuscendo facilmente a schivare i proiettili lanciati sulle loro teste, né a controbattere un nemico invisibile, vedendo che l’altezza delle torri era fuori del tiro dei dardi scagliati a mano e che il ferro di cui erano ricoperte le proteggeva dal fuoco, si ritirarono dal muro limitandosi ad accorrervi quando si trattava di respingere un tentativo di scalata. Così continuò la resistenza dei difensori di Iotapata, di cui molti cadevano ogni giorno senza potersi rifare sui nemici, ma riuscendo solo a tenerli a bada a prezzo della loro vita.  In quei giorni Vespasiano inviò Traiano, il comandante della legione decima, con mille cavalieri e duemila fanti contro una città vicina a Iotapata, di nome Iafa, che era insorta imbaldanzita dall’inatteso successo della resistenza degli Iotapateni. Traiano trovò che la città non era facilmente espugnabile, poiché oltre a sorgere in un luogo naturalmente forte aveva una doppia cinta di mura; ma quando vide che gli abitanti ne erano usciti pronti a battaglia per incontrarlo partì all’attacco, e dopo una breve resistenza li travolse e prese a inseguirli. Quelli entrarono nella prima cinta di mura, ma vi s’introdussero anche i romani che avevano alle calcagna. Perciò quando vollero entrare entro la seconda cinta i loro non aprirono le porte, temendo che irrompessero anche i nemici.   Certamente era Dio che voleva far dono ai romani della sventura dei giudei e che allora per mano dei concittadini consegnò per la strage nelle mani di nemici assetati di sangue il popolo della città, cui i compatrioti avevano chiuso le porte. Infatti, mentre tutt’insieme si accalcavano alle porte e continuavano a invocare quelli di sopra chiamandoli a nome, e li imploravano, venivano trucidati. La prima cinta muraria gliel’avevano sbarrata i nemici, la seconda i loro concittadini e,  rinchiusi in folla tra i due baluardi, molti si tolsero la vita a vicenda, molti si suicidarono e moltissimi caddero per mano dei romani, senza aver nemmeno la forza di difendersi; infatti, oltre al terrore che provavano per i nemici, li aveva demoralizzati il tradimento dei loro.  Alla fine caddero imprecando non ai romani, ma ai loro cari, e morirono tutti in numero di dodicimila. Traiano, ritenendo che nella città non vi fossero armati, e che, se anche ve ne fossero alcuni, per la paura non avrebbero ardito di muoversi, riserbò l’espugnazione al comandante e inviò messi a Vespasiano chiedendogli di mandare il figlio Tito a coronare la vittoria.  Quello, pensando che qualche cosa ancora restava da fare, mandò il figlio con un contingente di cinquecento cavalieri e mille fanti. Tito raggiunse rapidamente la città, schierò le forze collocando sull’ala sinistra Traiano mentre egli prendeva posto all’ala destra e mosse all’assalto. I soldati da ogni parte appressarono scale al muro e i Galilei, dopo aver fatto dall’alto una breve resistenza,  lo abbandonarono sì che gli uomini di Tito lo superarono e dilagarono rapidamente nella città impegnando una violenta battaglia contro quelli di dentro che non si erano peritati di affrontarli; li aggredivano nelle viuzze gli uomini validi, mentre le donne scagliavano giù dalle case tutto ciò capitava sottomano. La resistenza durò per sei ore e, dopo che caddero i combattenti, tutti gli altri furono trucidati all’aperto o nelle loro case, giovani e vecchi senza distinzione; nessun maschio fu risparmiato tranne i bambini, che vennero ridotti in schiavitù insieme con le madri.  Il numero complessivo degli uccisi nella città e durante il precedente combattimento fu di quindicimila, quello dei prigionieri di duemilacentotrenta. Questo disastro s’abbatté sui Galilei il venticinquesimo giorno del mese di Desio.  Anche i Samaritani ebbero la loro parte di calamità; essendosi infatti radunati sul monte che ha nome Garizim e che è sacro per loro, essi vi si fermarono, e la loro adunanza e le loro intenzioni rappresentavano una minaccia di guerra. Senza lasciarsi ammaestrare dai disastri subiti dai confinanti, ai vittoriosi successi dei romani essi con incredibile stoltezza si esaltavano per la propria debolezza e pensavano con eccitazione a insorgere. Vespasiano decise di prevenire la mossa e di bloccare i loro arditi disegni; infatti sebbene tutta la Samaria fosse stata occupata da presidi, il numero di quelli che s’erano raccolti e la loro organizzazione erano motivo di ansia. Inviò pertanto Ceriale, il comandante della legione quinta, con seicento cavalieri e tremila fanti.  A costui non sembrò prudente salire sul monte e attaccar battaglia, dato il gran numero di nemici che stavano lassù, e dopo aver circondato coi suoi uomini tutte le pendici, li tenne sotto controllo per l’intera giornata. Accadde poi che, mentre i Samaritani avevano scarsità d’acqua, quello fosse un periodo di terribile calura: era tempo d’estate e la moltitudine era sfornita di provviste.  Alcuni morirono di sete in quello stesso giorno, mentre un gran numero, preferendo la schiavitù a una simile morte, si consegnarono ai romani. Ceriale ne desunse che anche quelli rimasti insieme erano sfiniti dalla sofferenza e, salito sul monte e disposte le sue forze tutt’intorno ai nemici, dapprima li esortò a venire a patti e a salvarsi, promettendo che li avrebbe risparmiati, se avessero gettato le armi. Ma non riuscì a convincere e allora li attaccò e li uccise tutti, in numero di undicimila e seicento; ciò accadde il giorno ventisette del mese di Desio. Tale fu la catastrofe che si abbatte sui Samaritani. Mentre i difensori di Iotapata continuavano a combattere e prolungavano la resistenza al di là di ogni speranza, nel quarantasettesimo giorno il terrapieno dei romani superò l’altezza del muro; quello stesso giorno un disertore si fece condurre in presenza di Vespasiano e lo informò della esiguità e della debolezza dei combattenti all’interno della città, aggiungendo che, esausti per le veglie continuate e per gl’incessanti combattimenti, non erano più in grado di resistere ancora a un assalto, e che potevano esser presi con un’astuzia se si pensava a farvi ricorso; spiegò infatti che all’ora dell’ultimo turno di guardia, quando credevano di aver un po’ di tregua dai loro affanni, e il sopore del mattino pervade più irresistibile chi è affranto, le sentinelle si addormentavano, e perciò suggeriva di scatenare l’attacco a quell’ora. Vespasiano aveva qualche sospetto sul disertore, conoscendo la mutua fedeltà dei giudei e il loro disprezzo per le pene, giacché in precedenza uno di Iotapata fatto prigioniero, sebbene sottoposto a ogni sorta di supplizio, aveva resistito, e per quanto i nemici lo torturassero col fuoco nulla aveva rivelato sulla situazione della città, e aveva subito la crocifissione affrontando la morte col sorriso. Però l’attendibilità di ciò che riferiva spingeva a dar credito al disertore, e Vespasiano, stimando che forse diceva la verità e che comunque, in caso di un tranello, non poteva accadere nulla di grave, lo fece tenere in custodia e apparecchiò l’esercito all’espugnazione della città.  All’ora indicata si avvicinarono in silenzio al muro. Per primo vi salì Tito insieme con Domizio Sabino, uno dei tribuni, alla testa di pochi uomini della legione quindicesima e trucidate le sentinelle entrarono nella città.  Dietro a loro il tribuno Sesto Calvario e Placido introdussero i loro uomini. Già la rocca era stata occupata e i nemici si aggiravano fra le loro case, già s’era fatto giorno, eppure i vinti non si erano ancora accorti di esser stati presi. I più erano in preda alla stanchezza e al sonno, e una fitta nebbia, che per caso aveva allora avvolto la città, offuscava la vista di quelli che erano svegli; alla fine, quando tutto l’esercito fu penetrato nella città, si risvegliarono, ma solo per accorgersi che era arrivata la fine, e dal loro massacro capirono che ormai la città era presa. I romani, al ricordo di ciò che avevano sofferto durante l’assedio, non ebbero nessuna pietà per alcuno, ma incalzando il popolo giù dalla rocca per gli scoscesi pendii ne facevano strage.  A questo punto la difficoltà del terreno tolse ogni possibilità di resistenza a chi era ancora in grado di combattere: infatti stipati nei vicoli e scivolando lungo la china furono sommersi dalle ondate di guerrieri che straripavano dall’alto. Ciò spinse al suicidio anche molti degli uomini scelti che erano al fianco di Giuseppe; vedendo infatti di non poter uccidere nessun romano, non vollero cadere per mano dei romani e raccoltisi alla periferia della città si diedero la morte da sé. Gli uomini di guardia che, al primo sentore della presa della città, si erano affrettati a mettersi in salvo salendo su una delle torri settentrionali, per qualche tempo resistettero, ma poi, circondati dalla massa dei nemici, alla fine dovettero arrendersi e porsero con rassegnazione il collo ai loro assalitori.  I romani avrebbero potuto vantarsi di aver concluso l’assedio senza subire perdite, se non ne fosse morto uno durante l’espugnazione: il centurione Antonio, che cadde vittima di un tranello. Uno di quelli che s’erano rifugiati nelle spelonche, che erano in gran numero, supplicò Antonio di porgergli la destra, come pegno di salvezza e aiuto per risalire;  il centurione incautamente stese la mano e quello all’improvviso lo colpì dal basso con un colpo di lancia all’inguine facendolo morire istantaneamente. Quel giorno i romani massacrarono tutti coloro che si fecero vedere; nei successivi esplorarono i nascondigli e uccisero chiunque si celava nei sotterranei e nelle caverne senza alcun riguardo all’età, tranne le donne e i bambini. Di prigionieri se ne raccolsero milleduecento; i morti fra quelli dell’attacco finale e quelli degli scontri precedenti assommarono a quarantamila. Vespasiano ordinò che la città fosse distrutta e appiccò il fuoco a tutti i suoi fortini.» 

GIUSEPPE FLAVIO, LA GUERRA GIUDAICA, III, 7.22, 263-338

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