Privacy Policy L’assedio di Numanzia – la fine dei Celtiberi | STORIE ROMANE

Dopo la fine della seconda guerra punica Roma si era ulteriormente espansa in Spagna, trovando però l’opposizione delle popolazioni celtibere locali. Nel 197 a.C. la penisola iberica venne divisa tra Hispania Citerior e Ulterior (rispettivamente a nord/est e sud). Pochi anni dopo l’arrivo di Catone il Censore permise l’espansione verso l’Ebro e i Pirenei centrali e orientali (195-194), così che la Spagna Citerior finisse per confinare pericolosamente con i Celtiberi, un popolo locale fortemente influenzato dalla cultura celtica.

I romani inizialmente penetrarono in questi territori in modo pacifico, cercando di sfruttare i giacimenti minerari spagnoli, ma poi chiedendo sempre di più sia in termini di manodopera che di tassazione, generando il malcontento dei locali. La prima ribellione armata contro Roma risale al 188-187 a.C., ad opera della città di Calagurris, la quale viene domata grazie alle doti diplomatiche di Lucio Manlio Acidinio, ma perde la propria autonomia entrando a far parte della Hispania Citerior.

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Una lunga guerra

I Celtiberi, resisi conto della sempre maggiore ingerenza romana, presero le armi contro l’Urbe nel 181 a.C.; i primi furono i Lusoni, respinti dal console Fulvio Flacco e poi da Tiberio Sempronio Gracco (padre del famoso tribuno), che per i suoi meriti ottenne il consolato. Tiberio inflisse pesanti perdite ai rivoltosi, che furono costretti a firmare un trattato di pace oneroso con Roma.

Tuttavia la rivolta avvampò di nuovo qualche tempo dopo, nel 154 a.C., quando la città di Segeda cominciò ad armarsi ed erigere enormi mura. I romani, ritenendo che fossero stati violati i termini della pace di Gracco del 179 a.C. chiesero l’interruzione dei lavori, che però proseguirono, finché Quinto Fulvio Nobiliore sconfisse nei pressi della stessa Segeda un esercito celtibero. Molti dei sopravvissuti si rifugiarono nella città di Numanzia, capitale del popolo celtibero degli Arevaci.

Nel 152 a.C. il console Claudio Marcello, che aveva preso il comando dopo Fulvio Nobiliore e aveva inflitto diverse sconfitte al nemico, aveva chiesto di trattare una pace con i Celtiberi, ma il senato si era rifiutato e aveva anzi inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per continuare la guerra. Tuttavia il protrarsi della guerra faceva sì che fosse difficile arruolare nuovi legionari. Pare che in questa situazione Scipione Emiliano si propose come comandante per la guerra, nella quale ottenne una corona muralis (data a chi scalava per primo le mura nemiche). Floro racconta anche di un duello tra Emiliano e un re dei Celtiberi, vinto dal romano, che avrebbe ottenuto anche la spolia opima, un trofeo fatto delle armi sottratte al comandante avversario.

L’assedio

Marcello ottenne ulteriori vittorie, sconfiggendo gli Arevaci e ripristinando gli accordi di pace del 179 a.C. L’anno seguente, il 151 a.C., Lucio Licinio Lucullo e Publio Cornelio Scipione Emiliano, suoi successori, attaccarono preventivamente i Vaccei, conquistando Cauca e Incercatia e saccheggiando i territori circostanti. Nel 143 a.C. spinti dai successi di Viriato, che si era ribellato ai romani, i Celtiberi infransero nuovamente gli accordi del 179 a.C. e del 151 a.C., riprendendo le armi contro Roma, che inviò Quinto Cecilio Metello Macedonico a sedare la rivolta. Nel 141 venne sostituito da Quinto Pompeo e quest’ultimo nel 139 da Marco Popilio Lenate (l’altro console, Quinto Servilio Cepione, riuscì a eliminare Viriato, quando questo, braccato, venne tradito dai suoi), per arrivare infine a Gaio Ostilio Mancino nel 137 a.C.

Tornato a Roma dopo la distruzione di Cartagine, Scipione Emiliano aveva ottenuto il trionfo e ricevette l’epiteto di Africano. Nel 142 a.C. venne perfino nominato censore. Nel frattempo la guerra contro i Celtiberi continuava senza successo, motivo per cui nel 134 a.C. Scipione Emiliano, che aveva ottenuto in quell’anno il secondo consolato dopo quello del 147 a.C., venne incaricato di terminare la guerra, cosa che avvenne nell’anno successivo.

Infatti Scipione quando arrivò in Spagna ripristinò la disciplina tra le legioni, costringendole a marce forzate e la continua costruzione di accampamenti. Quando l’esercito si fu ripreso e fu pronto si accampò nei pressi di Numanzia. Invece di attaccare direttamente e subire le continue imboscate di cui i Celtiberi erano maestri, fece una deviazione attraverso i territori dei Vaccaei che rifornivano di cibo i numantini. Sfuggito alle imboscate marciò attraverso i territori dei Caucaei, insieme ai rinforzi di Giugurta, figlio del re numida.

Per prendere la città Scipione costruì un controvallo di nove chilometri, alto 3 metri e largo 2 metri e mezzo, con un terrapieno a protezione. C’erano anche due torri posizionate sul fiume Douro e delle travi poste sul fiume con spuntoni e lame affilate per scongiurare la fuga in acqua del nemico. Dopo circa un anno di assedio, nel 133 a.C. gli assediati furono costretti a cedere per fame e i Celtiberi si arresero, mentre la città veniva distrutta. La resistenza celtibera era stata piegata e la Spagna, seppur non del tutto pacificata, era decisamente più tranquilla.

«Scipione Africano pose l’assedio a Numanzia e richiamò l’esercito corrotto dall’anarchia e dal lusso alla più rigorosa disciplina militare. Eliminò ogni strumento di mollezza, buttò fuori del campo duemila sgualdrine, impegnò ogni giorno i soldati nei lavori di difesa e li costringeva a portarsi una provvista di frumento per trenta giorni oltre a sette paletti a testa. A chi procedeva con difficoltà sotto quel peso diceva: «quando avrai imparato a difenderti con la spada, allora smetterai di portare il paletto»; ad un altro che portava con poca disinvoltura lo scudo diceva che lo portava di dimensioni più grandi di quelle regolamentari, ma che non lo criticava per questo, dal momento che sapeva servirsi meglio dello scudo che della spada. Quel soldato che avesse sorpreso fuori delle file, se era romano lo staffilava col bastone, se straniero, con le verghe. Vendette tutte le bestie da soma perché non disabituassero i soldati a portar carichi. Spesso combatté con successo rintuzzando le sortite del nemico. I Vaccei assediati, dopo aver trucidato figli e mogli, si uccisero di loro mano. Quanto ai ricchissimi doni inviatigli da Antioco, re di Siria, mentre era costume degli altri comandanti tenere nascosti i doni dei re, egli dichiarò dalla tribuna di accettarli e dette ordine al questore di registrarli tutti: con essi avrebbe ricompensato i più valorosi. Avendo stretto d’assedio da ogni parte Numanzia e vedendo gli assediati tormentati dalla fame, vietò di uccidere i nemici usciti in cerca di foraggio, dicendo che quanto più numerosi erano gli abitanti, tanto prima avrebbero consumate le scorte di frumento. […]
I Numantini stretti dalla fame si trucidarono di propria mano l’uno dopo l’altro per non arrendersi e Scipione Africano espugnò la città e la distrusse, riportandone il trionfo quattordici anni dopo la distruzione di Cartagine.»

TITO LIVIO, AUC LVII; LIX

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